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Indennità di buonuscita - Comparto Sicurezza e Difesa

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Nuova pagina 4

FORZE ARMATE
Forze armate, in genere


FORZE ARMATE - Servizio


Cons. Stato Sez. IV, 9 luglio 2010, n. 4463

Analizzando l'evoluzione storica del linguaggio tipico dell'ordinamento militare, emerge che la locuzione "servizio continuativo" altro non ha indicato che una diversa denominazione del medesimo rapporto giuridico a tempo indeterminato concernente i gradi più bassi del personale appartenente alle forze di polizia ad ordinamento militare (Arma dei Carabinieri e Corpo della Guardia di Finanza). Per contro il periodo di servizio in ferma prolungata, o ferma breve, o rafferma (istituti del passato, oggi sostituiti dalla ferma volontaria annuale o quadriennale) costituisce un rapporto di servizio a tempo determinato (Riforma della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma, sez. I bis, n. 4087/2005).

Cons. Stato Sez. IV, 09-07-2010, n. 4463
Ministero della Difesa c. T.R. e altri

FONTI
Massima redazionale, 2010

N. 04463/2010 begin_of_the_skype_highlighting              04463/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.DEC.

N. 10046/2005 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 10046 del 2005, proposto da:
Ministero della Difesa, nella persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

contro

i signori --

nei confronti di

I.N.P.D.A.P., non costituito in giudizio;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE I BIS n. 04087/2005 begin_of_the_skype_highlighting              04087/2005      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti;

Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 4 maggio 2010 il Cons. Antonino Anastasi e uditi per le parti l’avvocato Coronas e l'avvocato dello Stato Elefante;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Gli odierni appellati, ora sottufficiali delle Forze Armate in s.p.e., hanno chiesto il riconoscimento del servizio prestato in ferma volontaria o rafferma ai fini del computo della indennità di buonuscita nonché la restituzione dei contributi di riscatto versati.

Con la sentenza in epigrafe il Tribunale ha accolto in parte il ricorso, accertando il diritto dei militari ad essere iscritti d’ufficio al Fondo di previdenza ENPAS, ora INPDAP, con decorrenza dall’inizio del periodo di ferma prolungata o rafferma, ai fini dell’indennità di buonuscita.

La sentenza è stata impugnata con l’atto di appello all’esame dall’Amministrazione statale, la quale ne ha chiesto l’integrale riforma.

Si sono costituiti per resistere gli appellati in epigrafe indicati.

All’udienza del 4 maggio 2010 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

1. L’appello è fondato e va pertanto accolto, con integrale riforma della sentenza gravata.

Fondato e assorbente è infatti il motivo di impugnazione mediante il quale l’Amministrazione deduce l’errore di giudizio in cui è incorso il Tribunale, allorché ha ritenuto che il servizio pre ruolo vantato dai sottufficiali ricorrenti sia computabile direttamente ai fini della indennità di buonuscita.

Sostiene al riguardo l’Amministrazione appellante che i servizi prestati dai militari – in ferma volontaria o rafferma - prima dell’immissione in s.p.e. sono sì computabili ai fini della buonuscita, ma solo previo riscatto volontario e versamento di contributi da parte del personale interessato.

2. La questione oggetto della presente controversia è stata sin qui affrontata dalla giurisprudenza amministrativa in modo non univoco.

2.1. La VI Sezione del Consiglio di Stato, con decisioni n 6363 del 2005 e n. 1643 del 2006, ha inizialmente convenuto sulla tesi interpretativa ( iscrizione d’ufficio senza versamento di contributi di riscatto) valorizzata dalla sentenza qui impugnata.

Questo indirizzo interpretativo poggia in sostanza sul rilievo che, nella posizione di «ferma» e di «rafferma» dei sottufficiali delle ff.aa., sono riconoscibili i caratteri del servizio continuativo e, conseguentemente, del rapporto di pubblico impiego, con la conseguenza che a norma dell'art. 1 d.P.R. 29 dicembre 1973 n. 1032, detto servizio dà diritto alla iscrizione al fondo di previdenza Enpas, ora Inpdap.

2.2. La IV Sezione invece, con decisioni nn. 3361 e 6660 del 2009, ha ritenuto che ai fini dell’indennità di buonuscita i servizi svolti dai sottufficiali anteriormente all’ingresso in s.p.e. non possono essere considerati direttamente utili, ma necessitano di riscatto contributivo.

Con decisioni nn. 5545, 5547 e 5606 del 2009 la VI Sezione, mutando indirizzo, ha aderito alla tesi ora richiamata (necessità del riscatto contributivo).

Di recente peraltro la stessa VI Sezione, con decisioni nn. 503 e 553 del 2010, è tornata ad affermare che i servizi in questione danno luogo a iscrizione d’ufficio al fondo INPDAP senza versamento di contributi di riscatto.

Per parte sua la giurisprudenza di primo grado risulta inizialmente orientata per l’indirizzo nel cui solco si inserisce la sentenza qui gravata: di recente tuttavia il T.A.R. Lazio ha aderito all’impostazione restrittiva (cfr. ad es. T.A.R. Lazio I Sez. n. 9546 del 2009).

3. In tale complesso contesto di riferimento giurisprudenziale, ritiene questo Collegio che l’impostazione secondo la quale i servizi pre ruolo dei sottufficiali sono utili ex se ( senza riscatto) ai fini dell’indennità di buonuscita non può essere condivisa per varie e dirimenti ragioni.

In primo luogo, l’art. 1, d.P.R. n. 1032/1973, nell’individuare i pubblici dipendenti aventi diritto all’indennità di buonuscita, menziona i <<i militari delle forze armate e dei corpi di polizia in servizio permanente o continuativo>>.

Come è noto, per “servizio permanente” o “continuativo” del militare non si intende qualunque rapporto di servizio, ma solo il servizio permanente effettivo (s.p.e.), che costituisce rapporto di pubblico impiego a tempo indeterminato.

Analizzando l’evoluzione storica del linguaggio tipico dell’ordinamento militare, emerge che la locuzione “servizio continuativo” altro non ha indicato che una diversa denominazione del medesimo rapporto giuridico a tempo indeterminato concernente i gradi più bassi del personale appartenente alle forze di polizia ad ordinamento militare (Arma dei Carabinieri e Corpo della Guardia di Finanza).

Tanto emerge dal tenore letterale delle seguenti disposizioni: artt. 1 e 2, l. n. 53 del 1989; 68, l. n. 212 del 1983; 1 e 2, l. n. 833 del 1961; 4, l. n. 1168 del 1961.

Per contro il periodo di servizio in ferma prolungata, o ferma breve, o rafferma (istituti del passato, oggi sostituiti dalla ferma volontaria annuale o quadriennale) costituisce un rapporto di servizio a tempo determinato.

Nel caso di specie non è in discussione che si controverta di rapporto di servizio che abbia i connotati del pubblico impiego, tuttavia si tratta di rapporto di pubblico impiego a tempo determinato che il legislatore, nella sua discrezionalità, non ha ritenuto automaticamente computabile al fine dell’indennità di buonuscita, come sul piano testuale si evince appunto dall’art. 1 del d.P.R. n. 1032/1973 sopra richiamato.

Del resto tale previsione trova espressa e chiara conferma nell’art. 5 del D. l.vo n. 165 del 1997, i cui commi 4, 5 e 6, così dispongono:

“4. Il servizio militare comunque prestato, anche anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto, è ricongiungibile ai fini del trattamento previdenziale.

5. Per il personale in ferma di leva prolungata o breve l'amministrazione provvede al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali previsti dalla normativa vigente.

6. I periodi pre-ruolo per servizio militare comunque prestato, nonché quelli utili ai fini previdenziali, anche antecedentemente alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono riscattabili ai fini dell'indennità di fine servizio.”.

Nelle disposizioni sopra riportate si fa dunque distinzione tra contribuzione a fini previdenziali e contributi al fine dell’indennità di buonuscita, proprio avendo riguardo alla ferma prolungata e breve, rilevante nel caso di specie.

Mentre, infatti, ai sensi del comma 5, ai fini previdenziali la contribuzione grava sull’amministrazione, invece ai fini dell’indennità di buonuscita tali periodi sono “riscattabili”, ossia l’interessato può vederseli computati solo se versa i contributi volontari.

Infatti la riscattabilità viene riferita dal comma 6 ai servizi pre-ruolo e a quelli utili a fini previdenziali, sicché, sia che si voglia ricondurre la ferma prolungata, quella breve e la rafferma, al servizio pre-ruolo, sia che si voglia ricondurre tali ferme ai servizi utili a fini previdenziali ai sensi del precedente comma 5, comunque ai fini dell’indennità di buonuscita si tratta di periodi riscattabili cioè soggetti a contribuzione volontaria a carico del dipendente, e non a contribuzione a carico dell’Amministrazione.

Né può condividersi la tesi del T:A.R. secondo cui tali ferme sarebbero l’indispensabile canale di accesso al s.p.e., trattandosi di un canale di accesso non unico, e costituendo tali ferme periodi di lavoro a tempo determinato a sé stanti rispetto al s.p.e., e che ben possono concludersi senza il passaggio al servizio permanente effettivo. Proprio per la considerazione che dette ferme sono periodi di lavoro a tempo determinato che possono concludersi senza trasformazione in s.p.e., il legislatore, nella sua discrezionalità, ha considerato tali periodi utili a fini previdenziali con contribuzione a carico dell’Amministrazione, e riscattabili a fini dell’indennità di buonuscita, con contribuzione volontaria a carico degli interessati.

E’ al meccanismo legale che si desume dall’art. 1, d.P.R. n. 1032/1973 e dall’art. 5, D. l.vo n. 165/1997 che nel caso di specie l’INPDAP e il Ministero della difesa si sono correttamente attenuti, posto che, per il periodo di servizio militare volontario anteriore al passaggio in s.p.e., ai militari è stato chiesto il versamento del contributo volontario (c.d. riscatto) ai fini dell’indennità di buonuscita.

4. L’appello va quindi accolto, con assorbimento di ogni altro profilo, sicché, in riforma della sentenza gravata, il ricorso di primo grado va respinto.

Le spese e gli onorari dei due gradi del giudizio seguono la soccombenza e sono liquidati in via forfettaria nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale - Sez. IV, definitivamente pronunciando, accoglie l’appello n. 10046 del 2005, riforma integralmente la sentenza impugnata e per l’effetto respinge il ricorso originario.

Condanna gli appellati in solido al pagamento di Euro 6.000,00 ( seimila//00) oltre accessori di legge, per le spese e gli onorari del doppio grado di giudizio

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 4 maggio 2010 con l'intervento dei Signori:

Luigi Maruotti, Presidente FF

Antonino Anastasi, Consigliere, Estensore

Bruno Mollica, Consigliere

Salvatore Cacace, Consigliere

Raffaele Greco, Consigliere

 

 

 

 

 

 

L'ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Segretario

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 09/07/2010

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Dirigente della Sezione

 

 

Polizia di Stato - candidatura elezioni - Aspettativa speciale retribuita - Decorrenza

Dettagli

Nuova pagina 1

Polizia di Stato - candidatura elezioni - Aspettativa speciale retribuita - Decorrenza

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I Sent., 2 luglio 2010, n. 254
Non essendovi accettazione di candidatura senza una candidatura formalizzata, è del tutto inverosimile che un operatore o funzionario di polizia possa fruire dell'aspettativa speciale retribuita, prevista dall'art. 81 della legge n. 121/1981, per la durata dei giorni che vanno dall'accettazione individuale della candidatura all'ammissione della lista, anche nel caso in cui la lista non sia presentata o non sia ammessa alla competizione. Né è possibile che l'aspettativa decorra dal giorno in cui il detto operatore o funzionario di polizia scelga, egli stesso, di sottoscrivere l'accettazione della candidatura, piuttosto che dal giorno in cui risulta formalmente candidato nella competizione elettorale.

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I Sent., 02-07-2010, n. 254
M.C. c. Ministero della Giustizia e altri

FONTI
Massima redazionale, 2010





ELEZIONI   -   FORZE ARMATE   -   IMPIEGO PUBBLICO
T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 02-07-2010, n. 254

Fatto - Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
I - La parte ricorrente, dipendente in servizio della polizia penitenziaria, avendo accettato nel 2008 la candidatura a consigliere in elezioni comunali, chiedeva di fruire dell'aspettativa speciale, con sospensione dell'attività lavorativa. Sennonché, l'Amministrazione ritiene che la decorrenza dell'aspettativa sia dalla data di accettazione della candidatura da parte della commissione elettorale, non già dalla data di presentazione della candidatura stessa. La parte ricorrente insorge, per impugnare i seguenti atti: 1)il provvedimento del Direttore Casa Circondariale di Larino datato 1.10.2008; 2)il provvedimento del Provveditore regionale per l'Abruzzo e Molise datato 14.5.2008; 3)ogni atto presupposto, consequenziale e connesso. Chiede, altresì la disapplicazione della circolare datata 11.3.2008 n. 00891172008 del Ministero della Giustizia - direzione generale personale e formazione. Chiede, infine, il riconoscimento del suo diritto a godere dell'aspettativa speciale per
campagna elettorale di cui all'art. 81 comma secondo legge n. 121/1981 dalla data di accettazione della candidatura, fino al termine della campagna elettorale. Deduce i seguenti motivi: violazione e falsa applicazione art. 81 comma 2 legge n. 121/1981, violazione e falsa applicazione artt. 18, 28, 30, 32, 33 d.P.R. n. 570/1960, eccesso di potere per illogicità manifesta, erronea presupposizione di fatto e di diritto, eccesso di potere sotto ulteriori, molteplici profili.

Si costituisce l'Amministrazione intimata, deducendo, con successive memoria e note di deposito, l'infondatezza del ricorso, Conclude per la reiezione.

All'udienza del 9 giugno 2010, la causa viene introitata per la decisione.

II - Il ricorso è infondato.

III - La parte ricorrente si duole del provvedimento di riqualificazione del periodo di assenza per aspettativa elettorale, in occasione della sua candidatura nella competizione per il rinnovo di un consiglio comunale molisano. L'aspettativa, invero, viene ricondotta dall'Amministrazione resistente al termine di iniziale decorrenza dell'ammissione della lista elettorale, anziché al precedente momento di accettazione individuale della candidatura della parte ricorrente.

I motivi del ricorso sono incentrati sull'interpretazione letterale della norma di riferimento (l'art. 81 comma secondo della legge 1° aprile 1981 n. 121), nonché sulla presunta discrasia tra il momento della formalizzazione dell'impegno soggettivo nella competizione elettorale e il distacco effettivo dalla funzione esercitata nella forza di polizia di appartenenza.

A giudizio del Collegio, la prospettazione di parte ricorrente non è condivisibile. Invero, l'art. 81 comma secondo della citata legge n. 121/1981 prevede che "gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento dell'accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abiti civili".

Il Collegio ritiene che l'Amministrazione resistente non si discosti dal dato letterale della norma, quando afferma che la dichiarazione di accettazione della candidatura, presentata contestualmente alla presentazione della lista, si perfezioni (ovvero produca effetto) dal momento in cui la lista viene ammessa, per modo che la candidatura può dirsi realizzata con riferimento esclusivo a quel momento.

E' vero che l'art. 32 comma nono n. 2) del d.P.R. 16 maggio 1960 n. 570 impone che la dichiarazione di accettazione della candidatura alle elezioni sia predisposta con anticipo, formalmente autenticata e, quindi, confezionata in un momento precedente alla presentazione della lista, ma è altresì vero che si tratta di un atto negoziale unilaterale il quale resta confinato nella sfera interna del rapporto tra l'aspirante candidato e il gruppo politico proponente la candidatura, almeno fino al momento del controllo di validità da parte della competente commissione elettorale, controllo dal quale dipende il perfezionamento (ovvero l'efficacia) dell'atto e che può avvenire soltanto dopo la presentazione della lista (cfr.: Cons. Stato V, 18.6.2001 n. 3212; T.A.R. Napoli II, 25.7.2008 n. 9399).

Si tratta di una fattispecie complessa, integrata da tre fasi: quella della manifestazione volitiva individuale dell'aspirante candidato, quella del deposito della lista presso il competente ufficio elettorale e quella del controllo pubblico dell'ammissibilità della lista da parte di un organo paragiurisdizionale, quale la commissione elettorale, ai sensi degli artt. 30 e 33 del citato testo unico n. 570/1960.

Per meglio intendere la complessità della fattispecie, si consideri che la presentazione contestuale dei certificati elettorali dei candidati - adempimento diretto a consentire la verifica dei profili di legittimità delle candidature - costituisce un requisito esenziale, previsto "ad substantiam", per la validità della candidatura e della lista che la contiene, ai sensi dell'art. 28 comma quinto del citato testo unico n. 570/1960 (cfr.: T.A.R. Molise 12.12.1994 n. 332). Pertanto, è al momento della formale ammissione della lista che può dirsi verificata la formalizzazione della candidatura e, conseguentemente, realizzata la condizione della sua accettazione da parte del candidato.

La detta accettazione individuale può anticipare di molti giorni la presentazione della lista, ma non può dirsi perfezionata, né può produrre effetti prima del momento di formalizzazione della candidatura che, in forza dell'art. 60 del D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, è anche il momento in cui viene cristallizzata l'esistenza di eventuali cause di ineleggibilità del candidato.

L'ipotetica mancata presentazione (o mancata ammissione) della lista porrebbe nel nulla l'atto individuale di accettazione della candidatura.

Non essendovi accettazione di candidatura senza una candidatura formalizzata, è del tutto inverosimile che un operatore o funzionario di polizia possa fruire dell'aspettativa speciale retribuita, prevista dal citato art. 81 della legge n. 121/1981, per la durata dei giorni che vanno dall'accettazione individuale della candidatura all'ammissione della lista, anche nel caso in cui la lista non sia presentata o non sia ammessa alla competizione. Ed è ugualmente inaccettabile che l'aspettativa decorra dal giorno in cui il detto operatore o funzionario di polizia scelga, egli stesso, di sottoscrivere l'accettazione della candidatura, piuttosto che dal giorno in cui risulta formalmente candidato nella competizione elettorale. Il fatto che l'accettazione individuale della candidatura può essere fatta in un momento variabile da caso a caso, scegliendo ciascun candidato un giorno qualsiasi precedente alla presentazione della lista, renderebbe oltremodo variabile il momento di inizio della
candidatura, se fosse vero che essa decorre dall'accettazione individuale, piuttosto che dall'ammissione della lista. Conseguentemente, sarebbe variabile - a discrezione del candidato - anche il momento di inizio dell'aspettativa, se questa dovesse decorrere dal giorno dell'accettazione individuale della candidatura, anziché dal giorno in cui essa diviene efficace per effetto dell'ammissione della lista.

Pertanto, il momento della candidatura (e di efficacia della sua accettazione), per ragioni di congruità sistemica dell'ordinamento, deve farsi coincidere con il momento dell'ammissione della lista alla competizione elettorale. Ed è da quel momento che si producono gli effetti di cui alla normativa del citato art. 81 comma secondo della legge n. 121/1981.

Corretta appare dunque l'impostazione ministeriale, recepita dagli uffici periferici, di riferire al momento dell'ammissione della lista (e della candidatura) la decorrenza degli effetti dell'aspettativa speciale della parte ricorrente, con ciò significando la necessità di attendere la definitiva conferma e stabilità dell'atto di esercizio del diritto di elettorato passivo, prima di riconoscere consequenziali diritti attinenti al rapporto di pubblico impiego. In difetto del perfezionamento (o dell'efficacia) della menzionata fattispecie complessa, ovvero in presenza di declaratoria di invalidità della dichiarazione di accettazione, invero, non si concretizza il momento partecipativo effettivo alla competizione elettorale, di guisa che perde di significato e di utilità la manifestazione di adesione al progetto politicoelettorale, sottoscritta con l'accettazione della candidatura.

IV - In conclusione, il ricorso non può essere accolto. Si ravvisano giustificate ragioni per la compensazione delle spese del giudizio tra le parti.

P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Molise respinge il ricorso in epigrafe, perché infondato.

Compensa tra le parti le spese del giudizio.

Ordina all'Autorità amministrativa di dare esecuzione alla presente sentenza.

Così deciso in Campobasso, presso la sede del T.A.R., nella Camera di Consiglio del 9 giugno 2010, dal Collegio così composto:

Goffredo Zaccardi, Presidente

Orazio Ciliberti, Consigliere, Estensore

Luca Monteferrante, Primo Referendario

 

 

Nessun automatismo tra pensione di invalidità e quella di vecchiaia

Dettagli


(Sezione lavoro, sentenza n. 15804/10; depositata il 2 luglio)
PREVIDENZA SOCIALE
Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 02-07-2010, n. 15804
Fatto Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 12 luglio 2004 il Tribunale di Macerata, in funzione di giudice del lavoro, accoglieva la domanda proposta da R.M. nei confronti dell'INPS, intesa ad ottenere la trasformazione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia con decorrenza dal primo giorno del mese successivo al compimento del sessantacinquesimo anno di età, anzichè dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda di trasformazione, così come invece ritenuto dall'Istituto.

2. Tale decisione veniva confermata dalla Corte d'appello di Ancona, che, con sentenza dell'11 aprile 2007, respingeva l'appello dell'Istituto rilevando che la regola della decorrenza della pensione di vecchiaia dal primo giorno del mese successivo a quello di compimento dell'età pensionabile non poteva trovare eccezione - in base al principio di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost. - nell'ipotesi in cui l'assicurato fosse già titolare della pensione di invalidità. 2. Di questa sentenza l'INPS domanda la cassazione deducendo un unico motivo di impugnazione. Il pensionato non ha svolto difese in questa fase di giudizio.
Motivi della decisione

1. Con l'unico motivo di ricorso si censura la sentenza per violazione o falsa applicazione della L. n. 222 del 1984, art. 1, comma 10, del R.D.L. n. 463 del 1983, art. 8, convertito in L. n. 638 del 1983, nonchè del R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 60, del R.D.L. n. 636 del 1939, art. 9, della L. n. 218 del 1952, art. 2, del D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 1, 2, 5 e 6 (tutti in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3). Sostiene l'INPS che la pensione di invalidità, di cui era titolare l'assicurato in base alla normativa precedente l'entrata in vigore della L. n. 222 del 1984, non si trasforma automaticamente in pensione di vecchiaia al perfezionarsi dei relativi requisiti - tale effetto automatico essendo stato previsto solo dalla L. n. 222 del 1984 e solamente (art. 10) per i titolari di assegno di invalidità - conseguendone, per l'assicurato, la necessità di presentare la domanda di trasformazione, la cui data rileva anche ai fini della decorrenza della pensione di vecchiaia
(coincidendo tale decorrenza con il primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda in parola).

2. Il ricorso è fondato.

Come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 622 del 2005, n. 855 del 2006, 4392 del 2007, 2879 del 2008 e numerose successive conformi), per quanto riguarda la pensione di invalidità di cui al R.D.L. n. 636 del 1939 - pensione della quale, incontestatamente, era titolare l'odierno intimato - nessuna disposizione normativa prevede la sua automatica trasformazione in pensione di vecchiaia. Del resto, la stessa possibilità di mutamento del titolo di pensione - anche nei casi di espressa domanda dell'assicurato -, in particolare la possibilità di ottenere, al compimento dell'età pensionabile, la trasformazione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia, è stata per anni oggetto di contrasto in dottrina e in giurisprudenza; detto contrasto è stato, poi, risolto in senso affermativo dalle Sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 8433 del 2004 in base al rilievo secondo cui è immanente, nel nostro sistema pensionistico, il principio
della mutabilità del titolo. L'esistenza di un tale principio, peraltro, non può risolversi in danno dell'assicurato e, dunque - in difetto di una specifica previsione di legge che consideri automatica la trasformazione di un trattamento pensionistico in un altro -, non può che concretarsi nel riconoscimento, all'assicurato medesimo (libero di valutarne i vantaggi), della facoltà di richiedere la trasformazione e, perciò, nel riconoscimento di uno specifico diritto di opzione che non può che essere conseguente a una sua domanda in tal senso. Nè può affermarsi che la L. n. 222 del 1984, art. 1, comma 10, sia direttamente applicabile alla fattispecie dell'invalidità disciplinata dalla normativa anteriore. La norma, sicuramente di carattere eccezionale -ove si consideri che, in materia di prestazioni previdenziali, la domanda dell'interessato costituisce la "regola" - non è, per ciò stesso, suscettibile di interpretazione analogica e, con riferimento alla "vecchia" pensione
di invalidità, neppure di interpretazione estensiva (vedi sui limiti della interpretazione estensiva di disposizioni "eccezionali" o "derogatorie" rispetto ad una avente natura di "regola": Cass. n. 9205 del 1999), considerando le profonde differenze che corrono tra le due prestazioni (la pensione è prestazione molto più favorevole all'assicurato dell'assegno) e che giustificano la diversa disciplina in materia: cambiano, infatti, nella L. n. 222 del 1984 cit., le condizioni relative alla misura dello stato invalidante, giacchè la riduzione della capacità di "guadagno" prevista per la pensione investiva un ambito di operatività più ampio rispetto alla riduzione della capacità di "lavoro" prevista per l'assegno (art. 1, comma 1); la pensione di. invalidità era prestazione a carattere definitivo, soggetta solo a revoca per riacquisto della capacità di guadagno (R.D.L. n. 636 del 1939, art. 10), mentre l'assegno ha durata triennale, confermabile su domanda dell'interessato
(art. 1, comma 7); la pensione è reversibile ai superstiti mentre l'assegno non lo è (art. 1, comma 6); più oneroso è il requisito contributivo, poichè, se per entrambe le prestazioni è previsto il quinquennio di contribuzione, per l'assegno sono necessari tre anni di contribuzione nell'ultimo quinquennio (art. 4) mentre per la pensione era sufficiente un solo anno (L. n. 1272 del 1939, art. 9, n. 2, lett. b).

In conclusione ha errato la Corte di Ancona nell'affermare che, al compimento dell'età pensionabile, la pensione di invalidità dell'odierno intimato si era automaticamente trasformata in pensione di vecchiaia, così da far decorrere il diritto alla prestazione dal compimento dell'età pensionabile, anzichè dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione all'INPS della domanda amministrativa di trasformazione.

3. Accolto il ricorso dell'INPS, la sentenza d'appello va cassata, e, poichè dalla stessa risulta che l'assicurato aveva dato atto di aver già ottenuto dall'Istituto previdenziale la trasformazione richiesta con la decorrenza indicata dall'Istituto medesimo (controvertendosi solo per l'affermazione del diritto alla più remota decorrenza della pensione di vecchiaia sin dal compimento dell'età pensionabile), la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, con il rigetto della domanda del pensionato.

4. Nulla per le spese dell'intero processo ai sensi dell'art. 152 disp. att. c.p.c. (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 269 del 2003, nella specie inapplicabile avuto riguardo alla data di deposito del ricorso giurisdizionale).
P.Q.M.

LA CORTE accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda. Nulla per le spese dell'intero processo.
 

 

Polizia di Stato - Rilascio dell'alloggio di servizio all'atto della quiescenza

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IMPIEGO PUBBLICO
Rapporto di pubblico impiego, in genere


PUBBLICO IMPIEGO - Alloggio


Cons. Stato Sez. VI, 20 luglio 2010, n. 4662

L'ordinamento riconosce il beneficio del godimento dell'alloggio a personale in attività di servizio (quale il personale di Polizia di Stato) sia per alleviare le difficoltà abitative che per salvaguardare le esigenze di buon funzionamento dell'amministrazione, ragion per cui l'esistenza del rapporto di servizio costituisce il presupposto per la concessione del beneficio dell'alloggio. Consegue che qualsiasi modifica intervenga in capo al dipendente si riverbera sul godimento dell'alloggio, destinato a tornare doverosamente nella disponibilità dell'Amministrazione (Conferma della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma, sez. I ter, n. 509/2008).

Cons. Stato Sez. VI, 20-07-2010, n. 4662
V.C. c. Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza e altri

FONTI
Massima redazionale, 2010

N. 04662/2010 begin_of_the_skype_highlighting              04662/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.DEC.

N. 06370/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06370/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06371/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06371/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06372/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06372/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06373/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06373/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06374/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06374/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06375/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06375/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06376/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06376/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06377/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06377/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06378/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06378/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06379/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06379/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06380/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06380/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06381/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06381/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 6370 del 2008, proposto da:
##################### #####################, rappresentato e difeso dall'avv.
---

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6371 del 2008, proposto da:
##################### ##################### (Vedova di ##################### #####################), rappresentato e difeso dall'avv.
--

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6372 del 2008, proposto da:
##################### #####################, rappresentato e difeso dall'avv. #####################
-

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6373 del 2008, proposto da:
-- rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### Parenti in Roma, viale delle Milizie, 114;

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6374 del 2008, proposto da:
##################### #####################, rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### Parenti in Roma, viale delle Milizie, 114;

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6375 del 2008, proposto da:
--- rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### -

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6376 del 2008, proposto da:
---rappresentato e difeso dall'avv. #####################-- con domicilio eletto presso #####################---

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Gen.Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6377 del 2008, proposto da:
---rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### ----

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6378 del 2008, proposto da:
-- rappresentato e difeso dagli avv. --################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### --

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Gen.Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6379 del 2008, proposto da:
-- #####################, rappresentato e difeso dall'avv. ##################### - con domicilio eletto presso #####################-

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6380 del 2008, proposto da:
- rappresentato e difeso dall'avv. ##################### - con domicilio eletto presso ##################### -

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6381 del 2008, proposto da:
- ##################### (-, rappresentato e difeso dall'avv. #####################P
- con domicilio eletto presso #####################-

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

per la riforma

quanto al ricorso n. 6370 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00509/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6371 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00513/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6372 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00873/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6373 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00512/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6374 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00506/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6375 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00511/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6376 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00514/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6377 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00505/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6378 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00740/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6379 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00516/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6380 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00510/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6381 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00508/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

 

Visti i ricorsi in appello con i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 28 maggio 2010 il Cons. Roberto Garofoli e uditi per le parti gli avvocati Cosentino per delega di Parenti e l'avv. dello Stato Paola Palmieri;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 

FATTO

Con le sentenze impugnate il primo giudice ha respinto i ricorsi proposti dagli odierni appellanti avverso le ordinanze con cui il Prefetto di Roma ha ordinato il rilascio con effetto immediato degli alloggi individuali di servizio, in passato concesso agli odierni appellanti, in quanto dipendenti della Polizia di Stato.

Nel dettaglio, a seguito del collocamento in quiescenza dei ricorrenti, è stato loro ordinato il rilascio, avendo gli stessi perso il titolo ad occupare gli alloggi in questione.

Il primo giudice, nel disattendere il ricorso, ha ritenuto infondate:

• la censura con cui i ricorrenti hanno lamentato che la PA ha lasciato trascorrere un lungo lasso temporale prima di provvedere alla notifica dell’ordinanza impugnata, in specie violando i termini per la conclusione dell’intero procedimento, assuntamente a natura perentoria;

• la censura relativa alla mancata formulazione, ad opera del Questore, dell’avviso di cessazione della concessione, asseritamente dovuto in forza del D.M. n.574 del 1992;

• la censura relativa alla mancata comunicazione di avvio del procedimento, ai sensi dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990;

• la censura con cui è stata dedotta l’omessa valutazione, ad opera dell’Amministrazione, delle specifiche condizioni personali dei ricorrenti.

Propongono distinti appelli i ricorrenti deducendo l’erroneità delle sentenze gravate di cui chiedono l’annullamento.

All’udienza del 28 maggio 2010 le cause sono state trattenute per la decisione.

DIRITTO

Preliminarmente, va disposta la riunione degli appelli, attesa l’identità delle questioni involte.

Gli appelli vanno respinti.

E’ dirimente osservare che, nel caso di specie, trova applicazione l’art. 7, D.M. n. 574 del 1992, ai sensi del quale “in caso di collocamento a riposo …., la concessione cessa al termine del novantesimo giorno dalla data di cessazione del rapporto..”.

Come correttamente sostenuto dall’Amministrazione, si è al cospetto di una cessazione ex lege della concessione onerosa dell’alloggio individuale, a fronte della quale l’atto dell’Amministrazione assume natura doverosamente ricognitiva.

Ciò posto, appare all’evidenza privo di pregio il motivo di appello con cui, riproponendo censure già dedotte in primo grado, si assume la violazione della disciplina procedimentale e delle cadenze temporali di cui agli arttt. 8, comma 4, e 12, commi 1, 2 e 3, D.M. n.574 del 1992.

Da un lato, infatti, il citato art. 8, D.M. n.574 del 1992, si riferisce ad altre ipotesi di cessazione della concessione; dall’altro, i termini hanno sicuramente natura ordinatoria e non perentoria, non potendo certo dalla loro inosservanza derivare il consolidamento di una situazione già automaticamente contraria al quadro normativo, in specie alla disposizione di cui al richiamato art. 7, D.M. n.574 del 1992.

D’altra parte, la natura vincolata del provvedimento impugnato in primo grado esclude che si possa assegnare rilievo, giusta la previsione di cui all’art. 21-opties, co. 2, l. n. 241 del 1990, alla dedotta violazione dell’art. 7 della stessa legge; a ciò si aggiunga che una conoscenza del procedimento in corso è stata comunque assicurata ai ricorrenti con la diffida, peraltro mai impugnata, del Dirigente del Servizio Amministrazione, Servizi generali ed attività contrattuali della Prefettura- U.T.G. di Roma, recante intimazione a lasciar libero l’alloggio.

La rimarcata natura vincolata del provvedimento impugnato in primo grado impone, ancora, di disattendere la censura con cui si deduce l’omessa valutazione, ad opera dell’Amministrazione, delle specifiche condizioni personali dei ricorrenti.

Come correttamente osservato dal primo giudice, invero, la ratio complessiva del sistema è quella di riconoscere il beneficio del godimento dell’alloggio a personale in attività di servizio sia per alleviare le difficoltà abitative che per salvaguardare le esigenze di buon funzionamento dell’amministrazione, sicché l’esistenza del rapporto di servizio costituisce il presupposto per la concessione del beneficio dell’alloggio.

Consegue che qualsiasi modifica intervenga in capo al dipendente si riverbera sul godimento dell’alloggio, destinato a tornare doverosamente nella disponibilità dell’Amministrazione.

Alla stregua delle esposte considerazioni vanno respinti gli appelli.

Sussistono tuttavia motivi per compensare integralmente fra le parti anche le spese del secondo grado.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in Sede giurisdizionale, Sezione sesta, definitivamente pronunciando sui ricorsi in epigrafe, li riunisce e li respinge.

Spese del secondo grado compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 28 maggio 2010 con l'intervento dei Signori:

Giuseppe Barbagallo, Presidente

Paolo Buonvino, Consigliere

Rosanna De Nictolis, Consigliere

Domenico Cafini, Consigliere

Roberto Garofoli, Consigliere, Estensore

 

 

 

 

 

 

L'ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Segretario

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 20/07/2010

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Dirigente della Sezione

 

 

Sanzioni amministrative: no all'applicazione retroattiva della disposizione più favorevole

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Sanzioni amministrative: no all'applicazione retroattiva della disposizione più favorevole

Consiglio di Stato Sezione VI  Sentenza 3 giugno 2010, n. 3497

  

FATTO E DIRITTO

 

E' impugnata la sentenza del Tar Lombardia n.1538 del 2004 che ha accolto il ricorso del signor ######### ######### avverso la sanzione amministrativa della decurtazione di 20 punti dalla sua patente di guida, a seguito dell'accertamento di una infrazione al Codice della strada (eccesso di velocità) occorso in data 21 luglio 2003.

Deduce l'appellante amministrazione la erroneità della gravata sentenza per aver la stessa ritenuto applicabile alla fattispecie il principio di matrice penalistica (art. 2 cod. pen.) relativo alla retroattività della legge più favorevole e per aver quindi ritenuto inapplicabile al caso in esame il disposto del d.l. 151/03 nella parte in cui (art. 7) disponeva, a modifica del testo dell'art. 126-bis del Codice della strada come introdotto dal d.lg######### n. 9/2002, il raddoppio della decurtazione dei punti (secondo la annessa tabella di corrispondenza) per le violazioni commesse entro i cinque anni dal rilascio della patente di guida, e l'applicazione alla fattispecie del testo risultante dalla legge di conversione (che ha reso operante il raddoppio dei punti per le patenti rilasciate a decorrere dal 1° ottobre 2003 e limitatamente ai primi tre anni dal rilascio).

Si è costituito in giudizio l'appellato ######### per resistere al ricorso e per chiederne la reiezione.

All'udienza del 4 maggio 2010 il ricorso in appello è stato trattenuto per la decisione.

L'appello è fondato.

In materia di sanzioni amministrative vige il principio di legalità, secondo cui (art. 1 l. 689/1981) nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione; tuttavia nella materia delle sanzioni amministrative non trova applicazione il principio di retroattività della disposizione più favorevole, previsto in materia penale dall'art. 2 cod. pen.

La Corte costituzionale (cfr. tra le altre, ordinanza n. 140/2002) ha ritenuto tale sistema conforme ai principi dell'ordinamento costituzionale, in quanto in materia di sanzioni amministrative non è dato rinvenire, in caso di successione di leggi nel tempo, un vincolo imposto al legislatore nel senso dell'applicazione della legge posteriore più favorevole, rientrando nella discrezionalità del legislatore - nel rispetto del limite della ragionevolezza - modulare le proprie determinazioni secondo criteri di maggiore o minore rigore a seconda delle materie oggetto di disciplina; ciò comporta che non può ritenersi irragionevole che, in riferimento a particolari tipologie di illeciti amministrativi (ad esempio, tributari e valutari), sia stato espressamente introdotto, anche in materia di sanzioni amministrative, il principio di applicabilità retroattiva della legge più favorevole, valevole in generale nella materia penale.

Ma anche tale ultimo dato non smentisce ma anzi rafforza, secondo la parabola argomentativa del giudice delle leggi, il principio generale secondo cui la legge applicabile per tal genere di sanzioni è quella vigente all'epoca della commissione dell'illecito, a prescindere da eventuali previsioni più favorevoli che siano state successivamente introdotte.

Da quanto detto consegue che la sanzione amministrativa della decurtazione di 20 punti della patente è stata correttamente applicata al ricorrente di primo grado in quanto, all'epoca della commissione dell'infrazione al codice della strada (21 luglio 2003), era in vigore il testo dell'art. 126-bis del Codice della strada nel testo introdotto dal d.lg######### n. 9/2002 e modificato dal d.l. 151/2003 (entrato in vigore il 30 giugno 2003), il quale disponeva che per le violazioni commesse entro i primi cinque anni dal rilascio della patente di guida i punti riportati dalla tabella allegata per ogni singola violazione sono raddoppiati.

La situazione di fatto in cui all'epoca dell'infrazione (come detto, luglio 2003) versava il ricorrente di primo grado (titolare di patente di guida dal 2000) era quindi tale per cui nei suoi confronti doveva essere applicata la suddetta sanzione nella misura raddoppiata; né rileva che a decorrere dal 1° agosto 2003 sia entrata in vigore la disposizione recata dalla citata legge di conversione, che ha limitato a dieci punti la sanzione della decurtazione e ne ha reso applicabile la disposizione ai soli titolari di patenti rilasciate a decorrere dal 1° ottobre 2003 e limitatamente ai primi tre anni dal rilascio della patente. Sicuramente in base a tale ultima versione della disposizione il signor ######### avrebbe evitato il raddoppio della sanzione (in quanto titolare di patente dal 2000, e quindi da data antecedente il 2003), ma le precitate disposizioni normative, nella interpretazione fornita dal giudice delle leggi, impongono ch'esse si applichino soltanto per il periodo successivo alla loro entrata in vigore (come detto fissata al 1° agosto 2003).

Ha errato pertanto il Tar a fare applicazione nella fattispecie del principio di retroattività della legge più favorevole pervenendo per tal via ad applicare il testo dell'art. 126-bis nella formulazione risultante dalla legge di conversione entrata in vigore a decorrere dal 1° agosto 2003.

In definitiva l'appello va accolto e per l'effetto, in riforma della impugnata sentenza, deve essere rigettato il ricorso di primo grado.

Le spese del doppio grado possono essere compensate, in considerazione della particolare natura della controversia trattata.

 

P.Q.M.

 

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione sesta, definitivamente pronunciando sul ricorso in appello di cui in epigrafe, lo accoglie e per l'effetto, in riforma della impugnata sentenza, rigetta il ricorso di primo grado.

Spese del doppio grado compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa




 

 

 

Polizia di Stato - Incidente stradale con auto di servizio - Danno erariale - Risarcimento

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REPUBBLICA ITALIANA

Polizia di Stato - Incidente stradale con auto di servizio - Danno erariale - Risarcimento

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE TOSCANA

composta dai seguenti Magistrati:

-

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità promosso, dalla locale procura regionale, nei confronti di @@@@@@@ @@@@@@@ – nato a ------, rappresentato e difeso dall’avv. ------- presso il cui studio in ------ è elettivamente domiciliato – ispettore capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Questura di @@@@@@@.

            Visto l’atto introduttivo del giudizio, iscritto al n. 57891/R del registro di Segreteria della Sezione.

            Richiamata la determinazione presidenziale del 14.07.2009, ritualmente notificata, concernente la data di fissazione dell’udienza.

            Uditi, nella pubblica udienza del 13.01.2010, il relatore designato, cons. dott. ----

FATTO

1.         Con atto introduttivo del procedimento, depositato il 10.06.2009, la locale procura regionale ha citato in giudizio il sig. @@@@@@@ @@@@@@@ per sentirlo condannare il pagamento, in favore del Ministero dell’Interno, della somma di € 1.295,00, oltre a rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di giudizio.

            La citazione esplicita diffusamente l’incolpazione.

            Il giorno 17.09.2003, il convenuto, alla guida dell’auto di servizio A.R. 146 targata @@@@@@@, nell’abitato di @@@@@@@, nell’effettuare un sorpasso contromano percorrendo la corsia riservata ai mezzi pubblici, collideva con altra autovettura che stava effettuando un regolare cambiamento della propria direzione di marcia.

            Nell’urto, l’automezzo di proprietà dell’Amministrazione riportava danni per la cui riparazione venivano spesi € 1.295,00.

2.         La Procura attribuisce all’ispettore capo @@@@@@@ la responsabilità del sinistro, considerato che l’imprudente manovra da lui effettuata nella circostanza non era giustificata da alcuna emergenza né era supportata dal prescritto azionamento dei dispositivi acustici e visivi.

3.         Il più volte citato ispettore capo @@@@@@@ ha presentato controdeduzioni ed è stato personalmente audito.

Non ha dato esito al procedimento monitorio.

            Le sue argomentazioni difensive, compendiate nella memoria da ultimo presentata, concernono, essenzialmente, l’asserita erronea ricostruzione dell’accaduto (e la correlata mancanza di colpa grave) in quanto la distanza percorsa contromano, con l’occupazione di una parte della corsia preferenziale, sarebbe molto inferiore a quella contestata.

            La tesi difensiva continua evidenziando:

            - l’avvenuto azionamento dei quattro indicatori di direzione e l’evidenziazione, sul cruscotto dell’auto di servizio che procedeva a bassa velocità, della “paletta segnaletica”;

            - il censurabile comportamento del veicolo privato il cui conducente ometteva di effettuare qualsiasi manovra di disimpegno;

            - l’urgenza di rientrare in ufficio, ove lo attendeva un cittadino precedentemente invitato per la trattazione di urgenti e delicati affari di giustizia;

            - la mancanza di contestazioni da parte della polizia municipale, intervenuta sul posto;

            - i suoi buoni precedenti di servizio.

4.         Le suddette argomentazioni non sono ritenute esimenti dall’ufficio requirente atteso che:

            - l’attivazione dei “lampeggianti” e l’esposizione della “paletta”, non sono sufficienti ad escludere l’illegittimità delle modalità di circolazione che vengono contestate;

            - l’asserita errata ricostruzione dell’accaduto non risulta fatta verbalizzare a cura degli agenti intervenuti;

            - è irrilevante che la controparte non abbia fatto, a suo dire, alcuna manovra atta ad evidenziare l’impatto.

5.         Nella fase dibattimentale:

            - il P.M. ribadisce la correttezza della ricostruzione dei fatti, con particolare riferimento alla distanza percorsa contromano;

            - il difensore si riporta agli atti.

DIRITTO

1.            L’azione coltivata dalla Procura è fondata per i motivi di seguito indicati.

            Ai fini della sussistenza dell’illecito amministrativo-contabile contestato al convenuto, va accertata la presenza delle ontologiche componenti strutturali dello stesso: la condotta, il danno erariale, il nesso causale, l’elemento psicologico.

            Con riferimento alla condotta, sulla scorta delle risultanze documentali, appare evidente che il sinistro, che ha provocato il danno erariale in argomento, trae sicura origine dal mancato rispetto, da parte dell’ispettore @@@@@@@, di precise norme del codice della strada, atteso che egli ha effettuato una manovra gravemente imprudente.

            In ordine al danno erariale, sono parimenti incontestabili la sussistenza e l’importo dello stesso, quest’ultimo come determinato dalla Procura (€ 1.295,00).

            Anche il terzo elemento, rappresentato dal nesso di causalità, appare sussistere sulla scorta della chiara dinamica dell’incidente, il cui verificarsi è riconducibile alla sola condotta del convenuto: rimosso idealmente il suo comportamento trasgressivo, è di assoluta evidenza che il nocumento non sarebbe insorto.

            Nessun rilievo può darsi alla tesi difensiva del concorso di colpa derivante dall’asserita omissione, da parte del conducente dell’autovettura privata, di una qualsiasi manovra di disimpegno, comunque non doverosa.

            Residua la disamina dell’ultimo elemento dell’illecito – quello psicologico – in relazione al quale il @@@@@@@ ha incentrato la propria linea difensiva, eccependo l’insussistenza di “colpa grave”, attesa l’urgenza di ritornare in ufficio, circostanza che lo scagionerebbe da ogni responsabilità in quanto, configurandosi quale adempimento di un dovere, varrebbe quale esimente di un agire certamente illecito, ma imposto dalla situazione in atto.

            Tale circostanza - non dimostrata e che comunque, non potrebbe essere considerata quale idonea a configurare lo svolgimento di un servizio d’istituto urgente ed inderogabile - non varrebbe quale esimente dal rispetto delle regole – nel caso in specie quella, stringente, dell’art. 177 del codice della strada – che impongono, oltre all’uso (di cui verosimilmente, l’auto di servizio era dotata e che non sono stati attivati) dei particolari dispositivi acustici e visivi, il rispetto delle regole di comune prudenza e diligenza onde prevenire danni a persone o cose.

2.         Così determinata la responsabilità del convenuto, residua la determinazione del danno erariale, ovvero dell’importo risarcibile, che si quantifica in € 1.295,00 (milleduecentonovantacinque/00), come da richiesta dell’Ufficio requirente.

            Alla predetta somma, da corrispondere al Ministero dell’Interno, vanno aggiunti gli interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza fino al soddisfo.

            Le spese di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Toscana, definitivamente pronunciando, condanna @@@@@@@ @@@@@@@, come sopra identificato, al pagamento, in favore del Ministro dell’Interno, della somma di € 1.295,00 (milleduecentonovantacinque/00), nei termini specificati in motivazione.

            Le spese di giudizio, a suo carico, si liquidano in euro 139,11.=(Euro centotrentanove/11.=)

            Manda alla Segreteria per le incombenze di rito.

            Così deciso, in Firenze, nella Camera di Consiglio del 13.01.2010.

            L’ESTENSORE                               IL PRESIDENTE

            F.to  F. D’ISANTO                             F.to G. GUASPARRI

 

Depositata in Segreteria il  4 MARZO 2010

                                                                                    IL DIRIGENTE

                                                                        F.to Francesco Perlo

SEZIONE ESITO NUMERO ANNO MATERIA PUBBLICAZIONE
TOSCANA Sentenza 76 2010 Responsabilità 04-03-2010
 

E' risarcibile il danno esistenziale causato dall'impossibilità di andare in pensione -

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E' risarcibile il danno esistenziale causato dall'impossibilità di andare in pensione - Perché è preclusa una scelta di vita (Cassazione Sezione Lavoro n. 3023 del 10 febbraio 2010, Pres. Sciarelli, Rel. Zappia).

CASSAZIONE CIVILE - DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE - LAVORO E PREVIDENZA (CONTROVERSIE IN MATERIA DI) - PREVIDENZA SOCIALE - PROCEDIMENTO CIVILE - PROFESSIONI INTELLETTUALI - RESPONSABILITA' CIVILE
Cass. civ. Sez. lavoro, 10-02-2010, n. 3023

Fatto Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Sanremo, ritualmente notificato, S.L., premesso di essere iscritto al Collegio dei Geometri della Provincia di Imperia sin dal 17.1.1961 ed alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Geometri sin datì1.1.1967, esponeva che in data 1.3.1969 era stato assunto dal Comune di Sanremo ed assoggettato quale dipendente pubblico ad altre forme di assistenza e previdenza obbligatorie (CPDEL), pur mantenendo l'iscrizione al Collegio dei Geometri ed alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza e pur continuando a versare, in maniera ridotta, i contributi previdenziali dovuti alla predetta Cassa.

Aggiungeva che in data 13.9.1990 aveva presentato alla Cassa Geometri domanda di riscatto delle annualità pregresse dall'1.1.1961 al 31.12.1966, e, contemporaneamente, domanda di ricongiunzione dell'intero periodo assicurativo dall'1.1.1961 al 28.2.1969 a quello successivo maturato presso la CPDEL; ciò in quanto era sua intenzione chiedere il collocamento a riposo quale dipendente pubblico per riprendere ad esercitare la sua professione di geometra oppure per intraprendere l'attività di consulente esterno del Casinò Municipale di Sanremo.

La Cassa Geometri tuttavia non aveva accolto la domanda sulla base di una interpretazione della normativa in materia rivelatasi errata in sede giurisdizionale atteso che il Tribunale di Sanremo, con sentenza passata in giudicato, aveva definitivamente accertato il diritto del ricorrente ad ottenere il riscatto delle annualità pregresse e la ricongiunzione ai fini pensionistici dell'intero periodo assicurativo.

Ciò aveva comportato, a seguito di ulteriori ritardi dovuti al blocco introdotto con la finanziaria 1997, che il pensionamento di esso ricorrente era avvenuto solo nell'anno 1998.

Ritenendo pertanto che l'illegittimo comportamento della Cassa gli avesse arrecato ingenti danni, chiedeva la condanna della predetta al relativo risarcimento.

Con sentenza in data 2.4.2003 il Tribunale adito rigettava la domanda.

Avverso tale sentenza proponeva appello il S. lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo l'accoglimento delle domande proposte con il ricorso introduttivo.

La Corte di Appello di Genova, con sentenza in data 27.4.2005, in parziale accoglimento del gravame, condannava la Cassa appellata al pagamento della somma di Euro 30.000,00, liquidata equitativamente, a titolo di risarcimento del danno per non avere il ricorrente potuto esercitare una legittima scelta di vita; rigettava per il resto l'appello proposto e poneva a carico della Cassa metà delle spese di entrambi i gradi del giudizio, compensando tra le parti la restante metà.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Cassa di Previdenza ed Assistenza dei Geometri con tre motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso l'intimato, che propone a sua volta ricorso incidentale affidato ad un motivo di gravame.

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Preliminarmente va disposta la riunione ai sensi dell'art. 335 c.p.c., dei due ricorsi perchè proposti avverso la medesima sentenza.

Col primo motivo di gravame la Cassa lamenta violazione degli artt. 1218, 1223, 2059, 2697, 2727 e 2729 c.c., e degli artt. 112, 414 e 437 c.p.c., (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

In particolare rileva la ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto l'esistenza di un danno non patrimoniale alla persona per non avere il S. potuto "esercitare una legittima scelta di vita", non avendo rilevato che il predetto aveva omesso di indicare in concreto il bene della vita del quale assumeva il pregiudizio, e che il relativo capo della domanda era stato formulato per la prima volta nell'atto di appello.

Col secondo motivo di gravame la Cassa ricorrente lamenta vizio di motivazione sotto i profili della insufficienza, della illogicità e della contraddittorietà (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

In particolare rileva che la Corte territoriale, nel ritenere la "lesione di un interesse di rango costituzionale inerente alla persona", non aveva indicato il precetto costituzionale violato, nè l'individuazione di esso era altrimenti ricavabile.

E rileva altresì che in maniera illogica e contraddittoria la Corte territoriale aveva ritenuto che il danno in questione risultasse provato dall'avere il S. per otto anni protratto la propria attività lavorativa, ritenendo, in maniera aprioristica ed aberrante, il "lavoro" come "danno".

Col terzo motivo di gravame la Cassa ricorrente lamenta violazione degli artt. 1176, 1175, 1218, 1225 e 1227 c.c., e vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).

Rileva in particolare che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto l'esistenza del dedotto danno alla persona, avendo la Cassa operato nel pieno rispetto dei propri compiti istituzionali, tra i quali sicuramente rientrava anche quello di procedere, specie a fronte di casi dubbi, alle opportune verifiche, affinchè la legge potesse trovare puntuale applicazione e l'interesse pubblico, affidato alla sua cura, non venisse leso; nè poteva ritenersi indicativa di alcuna responsabilità per colpa a carico della ricorrente la circostanza che in sede giurisdizionale i giudici di merito avessero disatteso la tesi sostenuta dalla Cassa.

Rileva altresì che le domande di riscatto e di ricongiunzione, proposte dal S., non avrebbero potuto comunque essere immediatamente evase, stante la necessità dello svolgimento della relativa procedura.

Col ricorso incidentale proposto il S. lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., e degli artt. 414 - 416 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, ed al parametro reddituale minimo di cui alla L. n. 438 del 1992.

In particolare rileva il ricorrente incidentale che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto non provata la intenzione di riprendere la propria attività lavorativa, sebbene si trattasse di circostanza pacifica tra le parti, di cui aveva dato atto la stessa Cassa nella memoria costitutiva in appello; e ciò anche in considerazione del fatto che il legislatore, con la previsione ai sensi della legge n. 438 del 1992 di un reddito minimo per l'iscrizione all'albo professionale, aveva stabilito una presunzione vincolante circa la valutazione dello svolgimento di attività professionale.

Il ricorso principale non è fondato.

Ed invero, per quel che riguarda i primi due motivi di gravame, che il Collegio ritiene di dover trattare congiuntamente avuto riguardo alla stretta connessione esistente fra gli stessi, occorre osservare quanto segue.

Deve innanzi tutto escludersi che la domanda di risarcimento della suddetta forma di danno non patrimoniale sia stata proposta per la prima volta in grado di appello ove si osservi che, per come risulta dal contenuto del presente ricorso per cassazione, già nel ricorso introduttivo del giudizio il ricorrente aveva lamentato "di aver dovuto prolungare per quasi otto anni il rapporto di lavoro alle dipendenze del Comune di (OMISSIS)"; e pertanto, la censura sollevata in grado di appello di non aver potuto "realizzare una propria legittima opzione di vita" costituisce evidente esplicazione della dedotta compressione della propria sfera di autodeterminazione che, a prescindere dalla terminologia adoperata, non modifica in alcun modo l'oggetto sostanziale dell'azione ed i termini della controversia.

Osserva in proposito il Collegio che la ratio della disposizione di cui all'art. 112 c.p.c., è quella di impedire che possano trovare accoglimento domande sulle quali controparte non è stata in grado di difendersi, perchè proposte successivamente all'atto introduttivo del giudizio, con il quale viene a delimitarsi il thema decidendum.

Devesi in proposito evidenziare che nel processo del lavoro si ha introduzione di una domanda nuova per modificazione della causa petendi, non consentita in appello, allorchè si introducono elementi nuovi o quando gli elementi prospettati in giudizio, se pur già esposti nell'atto introduttivo, vengono dedotti in grado di appello con una differente portata, atteso che in tal modo non viene in rilievo solo una diversa qualificazione giuridica dei fatti, ma si introduce nel giudizio un nuovo tema di indagine che altera l'oggetto sostanziale dell'azione ed i termini della controversia, con conseguente violazione della lealtà del contraddittorio ma soprattutto del principio del doppio grado di giurisdizione (Cass. sez. lav., 23.3.2006 n. 6431; Cass. sez. lav., 20.10.2005 n. 20265).

Siffatta situazione non ricorre nel caso di specie in cui il ricorrente, prospettato in primo grado il danno consistente nell'aver dovuto prolungare per otto anni la propria attività lavorativa, in sede di gravame ha in buona sostanza ulteriormente precisato che in tal modo non aveva potuto adottare una legittima scelta di vita.

Quindi nessuna immutazione o novità della domanda può ravvisarsi nel caso di specie.

Per quel che riguarda la censura concernente la ritenuta sussistenza di un danno esistenziale, osserva il Collegio che una corretta impostazione della questione in parola postula un sia pur breve richiamo alle vicende che hanno riguardato la problematica del risarcimento del danno non patrimoniale, quale conseguenza ex art. 2059 c.c., del fatto dannoso.

E' noto che con le sentenze del 31.5.2003, nn. 8827/03 ed 8828/03, questa Corte di legittimità, partendo da un'analisi storica dell'originario ambito di applicazione della norma di cui all'art. 2059 c.c., dopo aver evidenziato come all'epoca dell'emanazione del codice civile potesse essere risarcito soltanto il danno non patrimoniale derivante da reato (e cioè il danno morale) ai sensi dell'art. 185 c.p., ha operato una attenta ricostruzione del nostro sistema dei danni non patrimoniali risarcibili, ed ha svincolato l'ipotesi risarcitoria dalla concreta esistenza del fatto reato, fissando al tempo stesso criteri idonei per evitare la sovrapposizione delle diverse voci di danno create dalla prassi giurisprudenziale.

La nuova dislocazione dei danni alla persona nell'ambito dell'art. 2059 c.c., appare senz'altro idonea non solo a far superare le difficoltà relative alla selezione del danno non patrimoniale risarcibile, ma anche a rendere possibile la soluzione di molti dei problemi che sorgono con riferimento alle tecniche di valutazione e di liquidazione del danno non patrimoniale.

Coerentemente al contenuto di tali pronunce la giurisprudenza ha individuato, nell'ambito del danno non patrimoniale risarcibile ex art. 2059 c.c., la categoria del danno morale, o danno soggettivo puro, riconducibile alla sofferenza morale soggettiva, quella del danno biologico, riconducibile alla lesione dell'integrità psico-fisica e cioè alla compromissione della salute, e quella del danno esistenziale, riconducibile alla sfera realizzatrice dell'individuo ed attinente al "fare" del soggetto offeso.

Tale premessa si appalesa indispensabile al fine di una corretta ricostruzione sistematica, nella vicenda in esame, delle poste di danno non patrimoniale risarcibili.

Orbene, nel caso di specie il ricorrente ha lamentato l'esistenza del danno consistente nel non aver potuto adottare una legittima scelta di vita. Non può pertanto dubitarsi, siccome correttamente rilevato dalla Corte territoriale, della esistenza del danno dedotto, consistente in quella somma di ripercussioni di segno negativo conseguenti alla condotta posta in essere dalla Cassa, che aveva comportato la lesione di specifici interessi costituzionalmente protetti, fra cui quello di poter realizzare liberamente una propria, legittima, opzione di vita.

Nè può ritenersi che la Corte territoriale abbia omesso di indicare il precetto costituzionale violato, che - secondo la prospettiva di parte ricorrente - non sarebbe comunque altrimenti ricavabile, atteso che la tutela dei diritti di libertà costituisce il fondamento e la base primaria della nostra Carta costituzionale che dedica agli stessi la parte iniziale recante appunto l'intestazione "diritti fondamentali".

Da rilevare infine che chiaramente inaccettabile si appalesa l'assunto di parte ricorrente secondo cui, con motivazione illogica e contraddittoria, i giudici di merito avrebbero ritenuto che la protrazione dell'attività lavorativa costituisce una forma di danno, ove si osservi che in realtà il danno ritenuto dalla Corte territoriale consiste nella denegata possibilità da parte del S. di operare autonomamente le proprie opzioni di vita, anche in campo lavorativo.

Sul punto il ricorso non può pertanto trovare accoglimento.

Del pari infondato è il terzo motivo del ricorso principale.

Osserva il Collegio che l'interpretazione e la valutazione della sentenza che aveva ritenuto la illegittimità della condotta posta in essere nel caso di specie dalla Cassa ricorrente si risolve in un giudizio di fatto eseguito dai giudici investiti della istanza risarcitola in esito alla sentenza predetta, ed è censurabile in sede di legittimità solo se siano violati i criteri giuridici che regolano l'estensione ed i limiti del giudicato e se il procedimento interpretativo seguito dai giudici del merito non sia immune da vizi logici o errori in diritto (Cass. sez. 1^, 14.4.2004 n. 7062; Cass. sez. lav., 5.9.2002 n. 12901; Cass. sez. 3^, 4.4.2001 n. 4978).

Orbene, nel caso di specie la Corte territoriale, nel rilevare che la condotta della Cassa era stata giudicata illegittima da due pronunce giudiziali assolutamente uniformi con le quali la stessa era stata anche condannata al pagamento delle spese processuali, ha evidenziato che il diniego frapposto alla richiesta dal S. non risultava fondato su circolari interne, o su precedenti giurisprudenziali, o su una prassi già adottata in casi analoghi, ed è pertanto pervenuta alla conclusione che non poteva parlarsi di adempimento diligente da parte della Cassa.

Di conseguenza, dal momento che il giudice di merito ha illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza del proprio convincimento esplicitando l'iter motivazionale attraverso cui era pervenuto alla propria decisione, resta escluso il controllo sollecitato in questa sede di legittimità.

Deve ritenersi pertanto che il diniego, riconosciuto in sede giudiziale non giustificato, frapposto dalla Cassa alla legittima richiesta dell'assicurato, costituisce una forma di imperizia, e quindi di colpa, generatrice di responsabilità sotto il profilo civilistico.

Del tutto irrilevante si appalesa l'ulteriore rilievo concernente l'impossibilità di evadere immediatamente le domande di riscatto e di ricongiunzione proposte dal S. stante la necessità di una istruttoria in proposito, atteso che il danno lamentato non è correlato al ritardo bensì al rigetto delle domande proposte.

Da rilevare infine che l'esigenza di congruo lasso temporale per l'espletamento delle richieste non rileva neanche ai fini della quantificazione del danno, versandosi in tema di liquidazione equitativa nella quale la Corte territoriale ha tenuto conto - in una valutazione globale - di una serie di parametri, fra cui il mancato pensionamento protrattosi per "circa" otto anni.

Il ricorso proposto dalla Cassa non può pertanto trovare accoglimento.

Del pari infondato è il ricorso incidentale proposto dal S..

Anche in tal caso rileva il Collegio che trattasi di motivo che involge in realtà la valutazione di specifiche questioni di fatto, valutazione non consentita in sede di giudizio di legittimità.

Devesi sul punto evidenziare che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell'intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico - formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento e di dare adeguata contezza dell'iter logico - argomentativo seguito per giungere ad una determinata conclusione. Ne consegue che il preteso vizio della motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della stessa, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero quando esista insanabile contrasto fra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico - giuridico posto a base della decisione (Cass. sez. 1^, 26.1.2007 n. 1754; Cass. sez. 1^, 21.8.2006 n. 18214; Cass. sez. lav., 20.4.2006 n. 9234; Cass. sez. trib., 1.7.2003 n. 10330; Cass. sez. lav., 9.3.2002 n. 3161; Cass. sez. 3^, 15.4.2000 n. 4916).

E sul punto deve altresì ribadirsi l'indirizzo consolidato in base al quale la valutazione delle risultanze probatorie involge apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nell'adottare la propria decisione non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive (Cass. sez. lav., 20.3.2008 n. 7600; Cass. sez. lav., 8.3.2007 n. 5286; Cass. sez. lav., 15.4.2004 n. 7201; Cass. sez. lav., 7.8.2003 n. 11933; Cass. sez. lav., 9.4.2001 n. 5231).

In altri termini, il controllo di logicità del giudizio di fatto - consentito al giudice di legittimità - non equivale alla revisione del "ragionamento decisorio", ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata: invero una revisione siffatta si risolverebbe, sostanzialmente, in una nuova formulazione del giudizio di fatto, riservato al giudice del merito, e risulterebbe affatto estranea alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità il quale deve limitarsi a verificare se siano stati dal ricorrente denunciati specificamente - ed esistano effettivamente - vizi che, per quanto si è detto, siano deducibili in sede di legittimità.

Orbene nel caso di specie la Corte territoriale ha evidenziato che l'intenzione da parte del S. di riprendere la professione era rimasta de tutto indimostrata. Nè tale intenzione poteva in alcun modo ritenersi un dato acquisito agli atti del processo in quanto riconosciuto dalla Cassa medesima, atteso che la stessa aveva in realtà ritenuto non ipotizzabile il danno che il S. pretendeva di aver subito per non aver potuto beneficiare della pensione e svolgere una attività professionale; di talchè la Cassa si era solamente limitata a prendere atto delle dichiarazioni del S. circa l'intendimento di riprendere l'attività professionale, ma in realtà siffatta intenzione non si era estrinsecata in alcun concreto comportamento, essendo rimasta al livello di pura affermazione o intendimento.

Del pari la Corte territoriale ha correttamente posto in rilievo che nessun parametro concreto ed oggettivo al quale ancorare una previsione di reddito futuro era stato fornito dal ricorrente, non potendo valere "il riferimento effettuato alla c.d. legge sulla minimum tax, dettata ad altri fini e con altri presupposti" e, rileva il Collegio, non potendosi assolutamente ritenere che la L. n. 438 del 1992, abbia fissato una presunzione vincolante la discrezionalità del giudice circa la previsione di reddito futuro.

In conclusione, il motivo si risolve in parte qua in un'inammissibile istanza di riesame della valutazione del giudice d'appello, fondata su tesi contrapposta al convincimento da esso espresso, e pertanto non può trovare ingresso (Cass. sez. lav., 28.1.2008 n. 1759).

Il ricorso incidentale va di conseguenza rigettato.

Ricorrono giusti motivi, stante il mancato accoglimento di entrambe le impugnazioni, principale ed incidentale, proposte, per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese relative al presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa le spese relative al presente giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2010

 

 

 

Equo indennizzo: l'Amministrazione deve procedere d'ufficio qualora risulti che il dipendente abbia riportato lesioni per causa di servizio

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Equo indennizzo: l'Amministrazione deve procedere d'ufficio qualora risulti che il dipendente abbia riportato lesioni per causa di servizio
Sbaglia il giudice del merito quando ammette che la lavoratrice era decaduta dal diritto per tardività della richiesta rispetto al termine semestrale previsto dall'articolo 36 del Dpr 686/57


N. 09002/2009 REG.DEC.

N. 04466/1998 REG.RIC.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 4466 del 1998, proposto da:
@@@@@@@ @@@@@@@, rappresentata e difesa dagli avv. -

contro

A.U.S.L. di Modena in persona del legale rappresentante pro tempore, Commissario Liquidatore ex U.S.L. 16 di Modena, Regione Emilia Romagna in persona del Presidente pro tempore, tutti non costituiti;

per la riforma

della sentenza del TAR EMILIA ROMAGNA - BOLOGNA :Sezione I n. 00109/1997;

 



Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 27 ottobre 2009 il Cons.-

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 



FATTO

La signora @@@@@@@ @@@@@@@ appella la sentenza del TAR Emilia Romagna, sede di Bologna, 1° Sezione, nella parte in cui afferma che la medesima era decaduta dal diritto all’equo indennizzo per tardività della richiesta rispetto al termine semestrale previsto dall’art.36 del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686.

Secondo il primo giudice infatti la ricorrente avrebbe dovuto proporre istanza ai fini dell’equo indennizzo nei sei mesi successivi alla data della domanda di dispensa dovendosi considerare quest’ultima data (29.6.1982) come quella di conoscenza dell’infermità contratta e della sua gravità.

Sostiene invece la appellante che in base all’art.36, 2° comma del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686 vi è un obbligo dell’amministrazione di procedere d’ufficio “quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per certa o presunta ragione di servizio”.

Poiché l’amministrazione era edotta dell’infortunio occorso alla dipendente in servizio, nonché delle lesioni che lo stesso comportava tant’è che l’Inail, a seguito di tale infortunio, aveva riconosciuto alla ricorrente inizialmente la perdita della capacità lavorativa pari al 34% , si sarebbe dovuta attivare d’ufficio per il riconoscimento della dipendenza dell’infortunio da causa di servizio trattandosi di circostanza a lei nota come pure era noto il fatto che il predetto infortunio era stato causa di invalidità.

L’amministrazione intimata non si è costituita.

In vista della udienza di trattazione la appellante ha depositato una ulteriore memoria difensiva.

La causa è stata trattenuta in decisione all’udienza del 27.10.2009.

DIRITTO

1. L’appello merita accoglimento.

2. Come esposto in fatto l'amministrazione, pur riconoscendo la dipendenza da causa di servizio dell'infermità contratta dalla signora @@@@@@@, ha tuttavia negato la concessione dell'equo indennizzo sul presupposto che il riconoscimento era stato chiesto quando il termine semestrale di cui all'art. 36 comma primo del d.p.r. 3.5.1957 n. 686 era ormai spirato.

Il TAR Emilia Romagna ha ritenuto che la domanda della signora @@@@@@@ fosse stata presentata tardivamente, oltre il termine di sei mesi decorrente dalla conoscenza della infermità.

Sostiene tuttavia l’appellante che il procedimento doveva essere attivato d'ufficio in quanto l’art. 36 comma 2 del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686 prevede l’obbligo della amministrazione di procedere di ufficio quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per causa di servizio .

Nel caso in esame si tratterebbe di infortunio per lesioni in quanto la dipendente, infermiera presso la USL n.16 di Modena, nel dicembre 1976, nel sollevare dal letto un paziente, riportava un blocco rachideo; ricoverata presso la Divisione di Ortopedia dell’Ospedale Civile di Modena veniva sottoposta ad intervento di remilaminectomia per ernia discale L5-S1 dx. Trattandosi di infortunio sul lavoro veniva sottoposta poi a visita da parte dei sanitari Inail i quali riscontrandola affetta da “distorsione colonna lombare complicata da ernia discale” ritenevano che alla stessa spettasse un indennizzo per una riduzione della capacità lavorativa pari a 34%.

Per il riacutizzarsi della patologia dolorosa, nel febbraio 1982 veniva ricoverata presso la divisione di ortopedia dell’ospedale di Carpi con la seguente diagnosi “lomosciatalgia dx, già operata altrove di emilominectomia lombare per ernia discale, in corso di degenza veniva sottoposta a terapia medica e fisica, veniva quindi dismessa il 22.2.1982 ..”.

3. Tanto premesso osserva la Sezione che la giurisprudenza, interpretando il disposto del secondo comma dell'art. 36 D.P.R. 3 maggio 1957 n. 686 (“L'Amministrazione procede d'ufficio quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per certa o presunta ragione di servizio o abbia contratto infermità nell'esporsi per obbligo di servizio a straordinarie cause morbifiche e dette infermità siano tali che possano, anche col tempo, divenire causa d'invalidità o di altra menomazione della integrità fisica”), ha chiarito che il procedimento d'ufficio per l'accertamento della dipendenza da causa di servizio di infermità o lesioni subite dal dipendente è strumento di carattere eccezionale, cui l'Amministrazione deve ricorrere soltanto nella ipotesi in cui abbia certezza della dipendenza da ragioni di servizio e non allorché la dipendenza sia suscettibile di essere affermata od esclusa a seguito di accertamento non ancora espletato (cfr. Cons. Stato, Sez., V, 20.4.2000 n. 2422).

Tale disposizione implica, ove ne sussistano i presupposti, un dovere di intervento ex officio dal quale l'Amministrazione non può sottrarsi, da esercitare allorché risultino circostanze tali da far apparire, già al momento dell'evento, come certa o quanto meno probabile la suddetta dipendenza (Cons. Stato, Sez. VI, n. 1968 del 29.12.1993).

Ed ancora questo Consiglio di Stato nell’esaminare una vicenda analoga ha statuito che la norma “…non puo’ essere intesa come posta ad esclusivo interesse dell’amministrazione in quanto parte del rapporto di impiego, bensì nell’interesse di entrambe le parti. E’ pertanto censurabile il comportamento dell’amministrazione che, a conoscenza diretta dei fatti che avrebbero richiesto l’avvio di un procedimento per riconoscimento di una infermità come dipendente da causa di servizio, non adempie a quanto disposto dall’art.36 del d.p.r. 686 del 1957 ed eccepisce la decadenza dell’impiegato dal diritto a tale accertamento per tardività della domanda “ (Cons. Stato, Sez. VI, n.793 del 13.10.1986).

Alla luce del sopradetto indirizzo giurisprudenziale e del fatto che la vicenda, così come sopra ricostruita dalla dipendente, non lasciava ragionevolmente dubbio alcuno sulla riconducibilità dell’infortunio a causa di servizio, deve concludersi che nel caso in questione l'Amministrazione era tenuta a intervenire d’ufficio.

4. In conclusione in riforma della sentenza appellata deve essere accolto il ricorso di primo grado ed annullata la deliberazione impugnata.

5. Spese ed onorari seguono la soccombenza e vengono liquidati a favore della ricorrente come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione quinta, definitivamente decidendo accoglie l’appello in epigrafe indicato e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado ed annulla la deliberazione impugnata.

Cond@@@@@@@ l’amministrazione alle spese ed onorari dei due gradi di giudizio nella misura di euro 4.000,00 (quattromila/00).

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 ottobre 2009 con l'intervento dei Signori:

 

-

 

 

 

 



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE





Il Segretario



DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 29/12/2009

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Dirigente della Sezione



 
 

Riconoscimento dell'infermità da causa di servizio: il diniego deve essere sorretto da una motivazio

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Riconoscimento dell'infermità da causa di servizio: il diniego deve essere sorretto da una motivazione ampia e articolata
Specie quando risultino la prolungata esposizione del dipendente a un lavoro logorante e un apprezzabile grado di desumibile probabilità del nesso causale. Confermato il verdetto di merito
(Sezione quinta, decisione n. 8954/09; depositata il 29 dicembre)

 

 

N. 08954/2009 REG.DEC.

N. 07902/2001 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 7902 del 2001, proposto da:
Regione Abruzzo, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi 12;
 

contro

-

per la riforma

della sentenza del TAR ABRUZZO - PESCARA n. 00353/2001, resa tra le parti, concernente RICONOSCIMENTO INFERMITA' DA CAUSA DI SERVIZIO.

 


 

Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 ottobre 2009 il cons. Francesca Quadri e uditi per le parti l’ Avv. Di Lorenzo, per delega dell'avv. Foglietti;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 


 

FATTO

La Regione Abruzzo impugna la sentenza del TAR Abruzzo , Sez. Pescara n. 353/2001 con cui , in accoglimento del ricorso di @@@@@@@ @@@@@@@, autista presso la Regione Abruzzo, è stata annullata la delibera di Giunta Regionale n. 2507 in data 1.10.97 recante il diniego di riconoscimento della causa di servizio da infermità a causa di malattia spondilartrosica ed ipoacusia , rilevata dal Collegio medico, per mancanza di un rischio accertato (causale e/o concausale) nell’attività di lavoro.

Riferisce l’appellante che in esecuzione di precedente sfavorevole sentenza del medesimo TAR n. 244/98 era stata attivata su istanza dell’interessato nuova procedura per l’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio e che, avvenuto l’accertamento della malattia, il Comitato tecnico legale nella seduta del 16 aprile 1997 aveva nuovamente respinto l’istanza non ravvisando il nesso di causalità con l’attività lavorativa svolta, data ,in particolare, l’irrilevanza delle percorrenze chilometriche (consistenti, al massimo, nel tratto Pescara L’Aquila, di poco più di un’ora) e l’inidoneità dei mezzi guidati a causare disagio posturale ed acustico.

L’amministrazione avrebbe pertanto dato puntualmente conto dell’iter logico seguito, in considerazione delle modalità e delle condizioni di svolgimento del lavoro, dal che l’erroneità del giudizio del TAR di genericità della motivazione .

Si è costituito in resistenza il sig. @@@@@@@, contestando che le mansioni cui era stato adibito potessero essere giudicate normali rispetto alla inidoneità già accertata a percorrere tratti prolungati e la esposizione a microtraumi.

In prossimità dell’udienza di discussione, parte resistente ha depositato memoria.

All’udienza del 23 ottobre 2009 la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

Il TAR ha accolto il ricorso di @@@@@@@ @@@@@@@, autista presso la Regione Abruzzo, volto all’annullamento del diniego di riconoscimento della causa di servizio per le infermità accertate(“spondilartrosi del rachide cervicale, dorsale e lombosacrale, delle ginocchia, dei gomiti, dei polsi; ipoacusia) per difetto di motivazione e travisamento dei fatti.

A tali conclusioni è giunto in base alle risultanze documentali acquisite agli atti del giudizio, da cui emergeva : a) che lo stesso ricorrente, essendo affetto da spondilartrosi, aveva fatto richiesta già nel 1987 , allegando certificazione medica, di non essere utilizzato nel servizio di autista; b) che la necessità di mansioni ridotte emergeva già dall’attestazione di idoneità del servizio sanitario delle Ferrovie dello Stato del 14.7. 1988; c) che il dirigente del III dipartimento della Giunta regionale in data 27 ottobre 1989 dava atto dell’onerosità del servizio reso per il Settore Turismo , con lunghe trasferte, a volte anche in orari notturni. Da ciò desumeva che il rischio specifico sarebbe stato determinato proprio dall’utilizzo pieno del Cerullo quale autista, rispetto al quale il diniego appariva del tutto illogico e travisante.

Secondo l’appellante, il giudizio del Collegio medico avrebbe invece correttamente valutato l’assenza di causalità tra prestazione lavorativa ed infermità sulla base dell’entità delle percorrenze chilometriche – giudicata rientrante nella norma – e delle caratteristiche dei mezzi guidati tali da non indurre disagio posturale ed acustico. Avrebbe quindi errato il giudice di primo grado nel ritenere insufficiente una motivazione puntuale ed esaustiva, fondata su di un giudizio tecnico- amministrativo insindacabile nel merito.

L’appello è infondato.

Senza entrare minimamente nel merito del giudizio tecnico- amministrativo del Comitato tecnico-legale cui si riporta il provvedimento, occorre sottolineare che esso appare incompleto in relazione all’attività lavorativa prestata, in particolare dal 1982 all’ottobre 1988, presso il Settore Turismo della Regione. Dai relativi tabulati risultano turni di servizio di notevole durata (fino a dodici ore ) con percorrenze chilometriche di consistente entità (molte delle quali Pescara, Roma , Pescara). Proprio a quell’epoca risulta la acutizzazione della malattia, la cui possibile relazione con la natura del servizio effettuato viene ipotizzata dalla stessa amministrazione nella citata nota del 27 ottobre 1989 a firma del dirigente del III dipartimento.

Alla luce di tale documentazione, il giudizio del Comitato tecnico legale reso nella seduta del 16.4.1997 appare parziale e lacunoso e le valutazioni di non rilevanza e di “normalità” delle percorrenze chilometriche si dimostrano non rispondenti ai dati esposti. Per di più , esso è il frutto di una valutazione astratta ed assoluta, che non tiene in minimo conto le effettive condizioni di salute dell’impiegato , riscontrate, a detta proprio del Comitato, già dal 1985 (con una accertata invalidità del 10%) ed aggravatesi nel tempo fino a costringere il componente della Giunta De Massis a richiedere la sostituzione del @@@@@@@, a lui assegnato, “per non potersi assumere la responsabilità di un aggravamento dello stato di salute dello stesso dipendente” e a far accertare, in sede di visita di revisione in data 14.7.1988, la sua idoneità a svolgere solo mansioni ridotte. Peraltro , a tale riconoscimento non faceva seguito una riduzione dei percorsi , poiché solo nel 1997 (a fronte di una richiesta del dirigente del Servizio del 22.11.1993) l’amministrazione si determinava a sospendere l’utilizzazione del @@@@@@@ nel collegamento tra L’Aquila e Pescara.

Il provvedimento appare dunque emesso in contrasto con consolidati principi (CdS, SezVI 27.2.2006, n. 820; Sez. IV, 12 novembre 2001, n. 5782) in base ai quali il diniego di riconoscimento della causa di servizio deve essere sorretto da un iter logico argomentativo ampio ed articolato, specie quando risultino la prolungata esposizione del dipendente a lavoro logorante ed un apprezzabile grado di desumibile probabilità del nesso causale.

Il ricorso va quindi respinto . Le spese del doppio grado, come liquidate in dispositivo, sono poste, in base al principio della soccombenza, a carico dell’ appellante.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione Quinta, respinge l’appello e , per l’effetto, conferma la sentenza di primo grado.

Pone a carico della Regione appellante le spese del doppio grado di giudizio che vengono liquidate in euro 3.000,00.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 23 ottobre 2009 con l'intervento dei Signori:

 

 

Gianpiero Paolo Cirillo, Presidente FF

Filoreto D'Agostino, Consigliere

Marco Lipari, Consigliere

Aniello Cerreto, Consigliere

Francesca Quadri, Consigliere, Estensore

 

 

 

 

     
     
L'ESTENSORE   IL PRESIDENTE
     
     
     
     
     

Il Segretario


 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 29/12/2009

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Dirigente della Sezione



 

 

Equo indennizzo: illegittimo il parere dell'Amministrazione se non considera tutta la documentazione

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Equo indennizzo: illegittimo il parere dell'Amministrazione se non considera tutta la documentazione d'ufficio
Il sindacato giurisdizionale sui giudizi espressi dal Comitato di verifica per le cause di servizio è ammesso esclusivamente nelle ipotesi in cui emergano palesi vizi logici che evidenzino l'inattendibilità delle conclusioni
(Sezione quarta, decisione n. 6352/09; depositata il 16 ottobre)

N. 06352/2009 REG.DEC.

N. 03183/2009 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 3183 del 2009, proposto da:
Ministero della Difesa, in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi 12;
 

contro

Sig.ra @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, nella qualità di vedova ed erede di @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, rappresentata e difesa dall'avv. Franco Carrozzo, con domicilio eletto presso Fausto Buccellato in Roma, viale Angelico, 45;
 

per la riforma

della sentenza del TAR Puglia - Lecce - Sezione Terza - n. 00131/2009, resa tra le parti, concernente diniego di concessione di equo indennizzo.

 


 

Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della appellata sig.ra @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@;

Viste le memorie difensive prodotte dalla parte appellata;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 22 settembre 2009 il dott. Guido Romano e uditi per l’appellante Amministrazione l’avvocato dello Stato Federica Varrone e per l’appellata sig.ra @@@@@@@ l'avv. Franco Carrozzo;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 


 

FATTO e DIRITTO

La sig.ra @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, nella qualità di vedova ed erede del maresciallo di prima classe dell’Aereonautica Militare @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, impugnava innanzi al TAR della Puglia, sezione distaccata di Lecce, il decreto del Ministero della Difesa del 30 ottobre 2006 con il quale era stato respinta la domanda del proprio defunto coniuge di concessione dell’equo indennizzo, nonché i presupposti pareri del Comitato di Verifica per le Cause di Servizio (di seguito: CVCS) n. 254 del 30 settembre 2005 e n. 36 del 10 maggio 2006.

Con la sentenza appellata il Giudice di prima istanza ha accolto il ricorso anzidetto affermando che l’Amministrazione ha errato nel respingere la domanda del ricorrente perché:

quanto alla prima delle due patologie per le quali è stata proposta la domanda di equo indennizzo, non ha tenuto conto, da un lato, delle modalità del servizio svolto e degli ambienti in cui è stato espletato, nonché delle condizioni nelle quali il dipendente è stato costretto a vivere, per cui “…in base ad un dato di comune esperienza risulta abbastanza difficoltoso negare l’esistenza del nesso di causalità fra la claustrofobia (ossia la prima delle infermità per le quali la sig.ra @@@@@@@ rivendica la concessione dell’equo indennizzo) ed il particolarissimo ambiente di lavoro in cui il Maresciallo @@@@@@@ ha operato per circa venti anni…”; dall’altro, della relazione peritale di parte che, “…condivisibilmente…” ha messo in rilievo come “…l’ambiente di lavoro ha indubbiamente scatenato (o contribuito a scatenare) gli attacchi di panico e la claustrofobia, visto che il Maresciallo @@@@@@@ era costretto a permanere per lunghi periodi di tempo in un bunker sotterraneo…”;

quanto alla seconda patologia (carcinosi peritoneale da adenocarcinoma del colon traverso), parimenti non ha tenuto conto delle altrettanto condivisibili affermazioni del consulente di parte secondo le quali, “…nel caso di specie, le condizioni lavorative in cui ha operato il Maresciallo @@@@@@@ (microclima dei bunker, presenza di apparecchiature radar, orari di servizio stressanti, disordine alimentare) hanno provocato, attraverso una serie di alterazioni successive del fisico del defunto sottufficiale, la patologia che ha determinato in seguito il decesso dell’interessato…”, nonché “…dell’indubbia rilevanza concausale…” che “…ha esercitato anche l’altra patologia per cui è causa, visto che gli attacchi di panico hanno sicuramente indebolito ulteriormente il fisico del maresciallo @@@@@@@…” e del fatto, ritenuto rilevante dalla giurisprudenza della Corte dei Conti, che “…quando la patologia per cui si chiede l’equo indennizzo ha natura neoplastica o tumorale, è sufficiente, ai fini del riconoscimento della dipendenza da causa di servizio, l’accertamento della presenza (ovviamente in misura significativa, come è nella specie) dei fattori di rischio di cui si è detto in precedenza…”.

Per la riforma di detta sentenza l’Amministrazione della Difesa ha proposto l’appello indicato in epigrafe deducendo i seguenti motivi di impugnazione:

1)- inammissibilità del ricorso di primo grado “…in quanto diretto sostanzialmente a censurare il merito di un atto dell’Amministrazione (il parere del CVCS) che si pone come espressione di discrezionalità tecnica, comportando lo stesso un potere di valutazione dei fatti, alla stregua di conoscenze scientifiche, che è sottratto in via generale al sindacato di legittimità…”, per cui i relativi provvedimenti adottati sarebbero “…censurabili per eccesso di potere solo quando sia @@@@@@@ta la motivazione, ovvero la valutazione dei fatti risulti manifestamente irrazionale o non sia stata presa in considerazione la sussistenza di circostanze di fatto tali da poter incidere sulla valutazione medica finale…”, circostanze tutte da escludere nella specie avendo il Comitato valutato tutti gli atti sanitari e di servizio, nonché la perizia di parte;

2)- erroneità della decisione assunta nel merito perché, premesso che il parere del CVCS è “…obbligatorio e vincolante…” e che l’Amministrazione non è tenuta a “…spiegare le ragioni per le quali aderisce al parere del Comitato…”, il giudice di prime cure avrebbe “…apoditticamente…” ritenuto sufficiente il riferimento “…ad un dato di comune esperienza…” per capovolgere l’esito di un procedimento fondato su di una valutazione squisitamente tecnica, “…anziché accertare l’esistenza di un eventuale eccesso di potere da parte dell’Amministrazione o la @@@@@@@nza di motivazione del provvedimento impugnato…”; lo stesso giudice, in breve, avrebbe sostituito la valutazione di merito dell’Amministrazione con una propria nuova valutazione basata esclusivamente sull’anzidetto “…dato di comune esperienza…”.

Con due memorie l’appellata sig.ra @@@@@@@ ha controdedotto ai motivi di appello sostenendo che sarebbe corretta la motivazione della sentenza del primo giudice e che, in ogni caso, il provvedimento impugnato ed entrambi i pareri ad esso presupposti sarebbero viziati da eccesso di potere per omessa valutazione di atti e difetto di motivazione non emergendo, in alcun modo, dalla motivazione, invero stereotipa, contenuta in entrambi i pareri del CVCS che si sia tenuto conto della documentazione di servizio depositata in primo grado, ed in particolare della relazione del 23 febbraio 2002 del Comandante del 32° Gruppo Radar dell’Aeronautica Militare di Otranto, nella quale sarebbe contenuto, tra l’altro, anche un parere medico-legale, espresso a seguito di apposita richiesta del citato Comandante, che porrebbe in risalto come il servizio prestato dal Maresciallo @@@@@@@ “...per la sua natura e durata possa avere svolto quantomeno un ruolo concausale efficiente e determinante nella comparsa della patologia in esame…” (attacchi di panico e claustrofobia con ansia anticipatoria).

All’udienza pubblica del 22 settembre 2009 il ricorso in epigrafe è stato introitato per la decisione.

Tutto ciò premesso, ritiene il Collegio che il dispositivo dell’appellata sentenza possa essere confermato, anche se con diversa motivazione, per le seguenti considerazioni.

La giurisprudenza di questo Consiglio è costante nel ritenere che il sindacato giurisdizionale sui giudizi espressi in relazione a domande di dipendenza da causa di servizio di patologie contratte da pubblici dipendenti in costanza di servizio e/o di riconoscimento dell’equo indennizzo è ammesso esclusivamente nelle ipotesi in cui emergano dall’atto contestato evidenti vizi logici, desumibili dalla sua motivazione, in ragione dei quali si evidenzi l’inattendibilità metologica delle conclusioni cui è pervenuta l’Amministrazione (cfr. tra le più recenti, Sezione 4^, 8 giugno 2009, n. 3500).

Orbene, poiché nella specie non v’è motivo per discostarsi da tale indirizzo giurisprudenziale, deve essere respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso di primo grado proposta dall’appellante in quanto il gravame proposto dalla sig.ra Liuzzi, se è vero che per alcuni versi introduce inammissibili valutazioni di merito che, come tali, non sono sovrapponibili al giudizio emesso dal CVCS, come meglio si chiarirà più innanzi, è però altrettanto vero che contiene anche deduzioni relative alla sussistenza di vizi di eccesso di potere inficianti il provvedimento impugnato che comportano l’esercizio di un sindacato estrinseco conforme all’orientamento della citata giurisprudenza.

Diversa valutazione, invece, può essere operata con riguardo al secondo motivo di appello concernente la critica al giudice di prima istanza di avere sostanzialmente sostituito la valutazione del CVCS con una propria valutazione di merito.

Infatti, sul punto è agevole condividere la tesi dell’appellante che il giudice della legittimità non può impingere nel merito, specialmente se tecnico, di valutazioni che competono esclusivamente all’Amministrazione, né tanto meno sostituire la valutazione di merito dell’Amministrazione con una propria determinazione di merito di segno opposto che direttamente conceda il beneficio richiesto dall’interessato.

Tanto, invece, è stato effettuato dal Tar laddove, per accogliere il ricorso, in parte, si è fondato su non meglio precisati “…dati di comune esperienza…”, alla stregua dei quali ha ritenuto di poter direttamente riconoscere la dipendenza da causa di servizio della prima delle due patologie portate all’esame del CVCS, ed in parte ha sommato altre proprie valutazioni di merito a quelle contenute in una consulenza di parte per riconoscere direttamente, anche in questo, la dipendenza da causa di servizio della seconda di dette patologie.

Sotto tale profilo la sentenza appellata merita di essere riformata con la conseguenza che si rende rilevante l’esame delle censure di eccesso di potere formulate in primo grado dalla sig.ra @@@@@@@, siccome riproposte in questa sede con le memorie depositate, che il giudice di prime cure ha, invece, sostanzialmente assorbite nella pronunzia di merito resa.

In particolare, vengono in evidenza le censure di omessa valutazione di documentazione rilevante e di difetto di motivazione che l’appellata sig.ra @@@@@@@ ha dedotto con il proprio ricorso di primo grado e poi messo in risalto più volte nelle memorie depositate in quella sede, attraverso l’indicazione di fatti di servizio ritenuti particolarmente rilevanti, di specifica documentazione dell’Amministrazione relativa a tali fatti servizio e della sequenza di accertamenti sanitari concernenti l’idoneità del dipendente a permanere nell’ambito della sede (stazione radar) di assegnazione.

Al riguardo, ritiene il Collegio che sono sussistenti entrambi detti vizi avute presenti le formule motivazionali utilizzate da detto Comitato per entrambi i pareri e la specifica documentazione indicata dalla sig.ra @@@@@@@..

Emerge, infatti, soltanto l’uso di formule generiche e, per alcuni versi, stereotipe per dare atto di adempimenti istruttori e valutazioni che, non essendo concretamente individuati, impediscono di verificare se effettivamente sia stata tenuta in conto tutta la documentazione di ufficio ed, in particolare, la relazione del 23 febbraio 2002 del Comandante del 32° Gruppo Radar dell’Aeronautica Militare di Otranto (nella quale risulta contenuto anche un parere medico legale riportato negli scritti difensivi della sig.ra @@@@@@@ in entrambi i gradi di giudizio e mai contestato da controparte) che, sia per la sua provenienza (Amministrazione), sia per il suo contenuto (riconoscimento, quanto meno, di un rapporto concausale determinante ed efficiente tra il particolare servizio prestato dal dipendente e l’insorgenza della prima delle due patologie denunziate), certamente meritava di essere specificamente preso in esame dal CVCS ed espressamente valutato attraverso una motivazione puntuale che desse conto, sostanzialmente, del percorso logico seguito dal predetto Comitato e delle considerazioni tecniche per le quali non potesse avere alcuna incidenza favorevole ai fini del riconoscimento della dipendenza da causa di servizio per almeno la prima delle due patologie indicate dal dipendente.

Ciò perché, in presenza di fatti di servizio documentati da atti della stessa Amministrazione e di valutazioni specifiche operate già da altri organi di quest’ultima, costituisce obbligo del CVCS dare contezza specifica di averli esaminati, attraverso una loro puntuale indicazione, ed esternare, in caso di contrasto di pareri, la specifica motivazione per la quale pur tuttavia si perviene all’espressione di un avviso non favorevole per l’interessato.

Dunque, soltanto un obbligo metodologico che, ovviamente, lascia libera ed impregiudicata la potestà valutativa di merito dell’Amministrazione che certamente non è utilmente contestabile nel merito, trattandosi di valutazioni scientifiche di carattere medico-legale, in relazione alle quali il sindacato del giudice amministrativo deve arrestarsi, qualora l’operato dell’Amministrazione non presenti indizi di manifesta irragionevolezza, di arbitrarietà e di travisamento dei fatti o qualora siano criticati i criteri tecnici impiegati (cfr. C.d.S.,sezione quarta, 18 giugno 2009, n. 3984).

In conclusione, l’appellata sentenza va confermata nel suo dispositivo, ma con diversa motivazione, alla stregua di tutte le considerazioni sin qui svolte.

Quanto alle spese del presente grado di giudizio ritiene equo il Collegio disporne l’integrale compensazione tra le parti, sussistendo giusti motivi per non porle a carico della soccombente Amministrazione.

P.Q.M.

il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, sezione quarta, respinge l’appello n. 3183 del 2009.

Spese compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 22 settembre 2009 con l'intervento dei Signori:

 

 

Luigi Maruotti, Presidente FF

Anna Leoni, Consigliere

Sergio De Felice, Consigliere

Raffaele Greco, Consigliere

Guido Romano, Consigliere, Estensore

 

 

 

 

     
     
L'ESTENSORE   IL PRESIDENTE
     
     
     
     
     

Il Segretario


 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 16/10/2009

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Direttore della Sezione



 
 
 
   

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