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Polizia di Stato - Rilascio dell'alloggio di servizio all'atto della quiescenza

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IMPIEGO PUBBLICO
Rapporto di pubblico impiego, in genere


PUBBLICO IMPIEGO - Alloggio


Cons. Stato Sez. VI, 20 luglio 2010, n. 4662

L'ordinamento riconosce il beneficio del godimento dell'alloggio a personale in attività di servizio (quale il personale di Polizia di Stato) sia per alleviare le difficoltà abitative che per salvaguardare le esigenze di buon funzionamento dell'amministrazione, ragion per cui l'esistenza del rapporto di servizio costituisce il presupposto per la concessione del beneficio dell'alloggio. Consegue che qualsiasi modifica intervenga in capo al dipendente si riverbera sul godimento dell'alloggio, destinato a tornare doverosamente nella disponibilità dell'Amministrazione (Conferma della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma, sez. I ter, n. 509/2008).

Cons. Stato Sez. VI, 20-07-2010, n. 4662
V.C. c. Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza e altri

FONTI
Massima redazionale, 2010

N. 04662/2010 begin_of_the_skype_highlighting              04662/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.DEC.

N. 06370/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06370/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06371/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06371/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06372/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06372/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06373/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06373/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06374/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06374/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06375/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06375/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06376/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06376/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06377/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06377/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06378/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06378/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06379/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06379/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06380/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06380/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 06381/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06381/2008      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 6370 del 2008, proposto da:
##################### #####################, rappresentato e difeso dall'avv.
---

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6371 del 2008, proposto da:
##################### ##################### (Vedova di ##################### #####################), rappresentato e difeso dall'avv.
--

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6372 del 2008, proposto da:
##################### #####################, rappresentato e difeso dall'avv. #####################
-

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6373 del 2008, proposto da:
-- rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### Parenti in Roma, viale delle Milizie, 114;

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6374 del 2008, proposto da:
##################### #####################, rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### Parenti in Roma, viale delle Milizie, 114;

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6375 del 2008, proposto da:
--- rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### -

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefettura di Roma, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6376 del 2008, proposto da:
---rappresentato e difeso dall'avv. #####################-- con domicilio eletto presso #####################---

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Gen.Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliati per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6377 del 2008, proposto da:
---rappresentato e difeso dall'avv. ##################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### ----

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6378 del 2008, proposto da:
-- rappresentato e difeso dagli avv. --################### Parenti, con domicilio eletto presso ##################### --

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Gen.Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6379 del 2008, proposto da:
-- #####################, rappresentato e difeso dall'avv. ##################### - con domicilio eletto presso #####################-

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6380 del 2008, proposto da:
- rappresentato e difeso dall'avv. ##################### - con domicilio eletto presso ##################### -

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

 

Sul ricorso numero di registro generale 6381 del 2008, proposto da:
- ##################### (-, rappresentato e difeso dall'avv. #####################P
- con domicilio eletto presso #####################-

contro

Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Prefettura di Roma;

per la riforma

quanto al ricorso n. 6370 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00509/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6371 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00513/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6372 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00873/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6373 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00512/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6374 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00506/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6375 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00511/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6376 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00514/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6377 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00505/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6378 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00740/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6379 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00516/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6380 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00510/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

quanto al ricorso n. 6381 del 2008:

della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I Ter n. 00508/2008, resa tra le parti, concernente RILASCIO ALLOGGIO DI SERVIZIO A SEGUITO DI COLLOCAMENTO IN QUIESCENZA.

 

Visti i ricorsi in appello con i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Prefettura di Roma;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno-Dipartimento della Pubblica Sicurezza;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 28 maggio 2010 il Cons. Roberto Garofoli e uditi per le parti gli avvocati Cosentino per delega di Parenti e l'avv. dello Stato Paola Palmieri;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 

FATTO

Con le sentenze impugnate il primo giudice ha respinto i ricorsi proposti dagli odierni appellanti avverso le ordinanze con cui il Prefetto di Roma ha ordinato il rilascio con effetto immediato degli alloggi individuali di servizio, in passato concesso agli odierni appellanti, in quanto dipendenti della Polizia di Stato.

Nel dettaglio, a seguito del collocamento in quiescenza dei ricorrenti, è stato loro ordinato il rilascio, avendo gli stessi perso il titolo ad occupare gli alloggi in questione.

Il primo giudice, nel disattendere il ricorso, ha ritenuto infondate:

• la censura con cui i ricorrenti hanno lamentato che la PA ha lasciato trascorrere un lungo lasso temporale prima di provvedere alla notifica dell’ordinanza impugnata, in specie violando i termini per la conclusione dell’intero procedimento, assuntamente a natura perentoria;

• la censura relativa alla mancata formulazione, ad opera del Questore, dell’avviso di cessazione della concessione, asseritamente dovuto in forza del D.M. n.574 del 1992;

• la censura relativa alla mancata comunicazione di avvio del procedimento, ai sensi dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990;

• la censura con cui è stata dedotta l’omessa valutazione, ad opera dell’Amministrazione, delle specifiche condizioni personali dei ricorrenti.

Propongono distinti appelli i ricorrenti deducendo l’erroneità delle sentenze gravate di cui chiedono l’annullamento.

All’udienza del 28 maggio 2010 le cause sono state trattenute per la decisione.

DIRITTO

Preliminarmente, va disposta la riunione degli appelli, attesa l’identità delle questioni involte.

Gli appelli vanno respinti.

E’ dirimente osservare che, nel caso di specie, trova applicazione l’art. 7, D.M. n. 574 del 1992, ai sensi del quale “in caso di collocamento a riposo …., la concessione cessa al termine del novantesimo giorno dalla data di cessazione del rapporto..”.

Come correttamente sostenuto dall’Amministrazione, si è al cospetto di una cessazione ex lege della concessione onerosa dell’alloggio individuale, a fronte della quale l’atto dell’Amministrazione assume natura doverosamente ricognitiva.

Ciò posto, appare all’evidenza privo di pregio il motivo di appello con cui, riproponendo censure già dedotte in primo grado, si assume la violazione della disciplina procedimentale e delle cadenze temporali di cui agli arttt. 8, comma 4, e 12, commi 1, 2 e 3, D.M. n.574 del 1992.

Da un lato, infatti, il citato art. 8, D.M. n.574 del 1992, si riferisce ad altre ipotesi di cessazione della concessione; dall’altro, i termini hanno sicuramente natura ordinatoria e non perentoria, non potendo certo dalla loro inosservanza derivare il consolidamento di una situazione già automaticamente contraria al quadro normativo, in specie alla disposizione di cui al richiamato art. 7, D.M. n.574 del 1992.

D’altra parte, la natura vincolata del provvedimento impugnato in primo grado esclude che si possa assegnare rilievo, giusta la previsione di cui all’art. 21-opties, co. 2, l. n. 241 del 1990, alla dedotta violazione dell’art. 7 della stessa legge; a ciò si aggiunga che una conoscenza del procedimento in corso è stata comunque assicurata ai ricorrenti con la diffida, peraltro mai impugnata, del Dirigente del Servizio Amministrazione, Servizi generali ed attività contrattuali della Prefettura- U.T.G. di Roma, recante intimazione a lasciar libero l’alloggio.

La rimarcata natura vincolata del provvedimento impugnato in primo grado impone, ancora, di disattendere la censura con cui si deduce l’omessa valutazione, ad opera dell’Amministrazione, delle specifiche condizioni personali dei ricorrenti.

Come correttamente osservato dal primo giudice, invero, la ratio complessiva del sistema è quella di riconoscere il beneficio del godimento dell’alloggio a personale in attività di servizio sia per alleviare le difficoltà abitative che per salvaguardare le esigenze di buon funzionamento dell’amministrazione, sicché l’esistenza del rapporto di servizio costituisce il presupposto per la concessione del beneficio dell’alloggio.

Consegue che qualsiasi modifica intervenga in capo al dipendente si riverbera sul godimento dell’alloggio, destinato a tornare doverosamente nella disponibilità dell’Amministrazione.

Alla stregua delle esposte considerazioni vanno respinti gli appelli.

Sussistono tuttavia motivi per compensare integralmente fra le parti anche le spese del secondo grado.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in Sede giurisdizionale, Sezione sesta, definitivamente pronunciando sui ricorsi in epigrafe, li riunisce e li respinge.

Spese del secondo grado compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 28 maggio 2010 con l'intervento dei Signori:

Giuseppe Barbagallo, Presidente

Paolo Buonvino, Consigliere

Rosanna De Nictolis, Consigliere

Domenico Cafini, Consigliere

Roberto Garofoli, Consigliere, Estensore

 

 

 

 

 

 

L'ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Segretario

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 20/07/2010

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Dirigente della Sezione

 

Sanzioni amministrative: no all'applicazione retroattiva della disposizione più favorevole

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Sanzioni amministrative: no all'applicazione retroattiva della disposizione più favorevole

Consiglio di Stato Sezione VI  Sentenza 3 giugno 2010, n. 3497

  

FATTO E DIRITTO

 

E' impugnata la sentenza del Tar Lombardia n.1538 del 2004 che ha accolto il ricorso del signor ######### ######### avverso la sanzione amministrativa della decurtazione di 20 punti dalla sua patente di guida, a seguito dell'accertamento di una infrazione al Codice della strada (eccesso di velocità) occorso in data 21 luglio 2003.

Deduce l'appellante amministrazione la erroneità della gravata sentenza per aver la stessa ritenuto applicabile alla fattispecie il principio di matrice penalistica (art. 2 cod. pen.) relativo alla retroattività della legge più favorevole e per aver quindi ritenuto inapplicabile al caso in esame il disposto del d.l. 151/03 nella parte in cui (art. 7) disponeva, a modifica del testo dell'art. 126-bis del Codice della strada come introdotto dal d.lg######### n. 9/2002, il raddoppio della decurtazione dei punti (secondo la annessa tabella di corrispondenza) per le violazioni commesse entro i cinque anni dal rilascio della patente di guida, e l'applicazione alla fattispecie del testo risultante dalla legge di conversione (che ha reso operante il raddoppio dei punti per le patenti rilasciate a decorrere dal 1° ottobre 2003 e limitatamente ai primi tre anni dal rilascio).

Si è costituito in giudizio l'appellato ######### per resistere al ricorso e per chiederne la reiezione.

All'udienza del 4 maggio 2010 il ricorso in appello è stato trattenuto per la decisione.

L'appello è fondato.

In materia di sanzioni amministrative vige il principio di legalità, secondo cui (art. 1 l. 689/1981) nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione; tuttavia nella materia delle sanzioni amministrative non trova applicazione il principio di retroattività della disposizione più favorevole, previsto in materia penale dall'art. 2 cod. pen.

La Corte costituzionale (cfr. tra le altre, ordinanza n. 140/2002) ha ritenuto tale sistema conforme ai principi dell'ordinamento costituzionale, in quanto in materia di sanzioni amministrative non è dato rinvenire, in caso di successione di leggi nel tempo, un vincolo imposto al legislatore nel senso dell'applicazione della legge posteriore più favorevole, rientrando nella discrezionalità del legislatore - nel rispetto del limite della ragionevolezza - modulare le proprie determinazioni secondo criteri di maggiore o minore rigore a seconda delle materie oggetto di disciplina; ciò comporta che non può ritenersi irragionevole che, in riferimento a particolari tipologie di illeciti amministrativi (ad esempio, tributari e valutari), sia stato espressamente introdotto, anche in materia di sanzioni amministrative, il principio di applicabilità retroattiva della legge più favorevole, valevole in generale nella materia penale.

Ma anche tale ultimo dato non smentisce ma anzi rafforza, secondo la parabola argomentativa del giudice delle leggi, il principio generale secondo cui la legge applicabile per tal genere di sanzioni è quella vigente all'epoca della commissione dell'illecito, a prescindere da eventuali previsioni più favorevoli che siano state successivamente introdotte.

Da quanto detto consegue che la sanzione amministrativa della decurtazione di 20 punti della patente è stata correttamente applicata al ricorrente di primo grado in quanto, all'epoca della commissione dell'infrazione al codice della strada (21 luglio 2003), era in vigore il testo dell'art. 126-bis del Codice della strada nel testo introdotto dal d.lg######### n. 9/2002 e modificato dal d.l. 151/2003 (entrato in vigore il 30 giugno 2003), il quale disponeva che per le violazioni commesse entro i primi cinque anni dal rilascio della patente di guida i punti riportati dalla tabella allegata per ogni singola violazione sono raddoppiati.

La situazione di fatto in cui all'epoca dell'infrazione (come detto, luglio 2003) versava il ricorrente di primo grado (titolare di patente di guida dal 2000) era quindi tale per cui nei suoi confronti doveva essere applicata la suddetta sanzione nella misura raddoppiata; né rileva che a decorrere dal 1° agosto 2003 sia entrata in vigore la disposizione recata dalla citata legge di conversione, che ha limitato a dieci punti la sanzione della decurtazione e ne ha reso applicabile la disposizione ai soli titolari di patenti rilasciate a decorrere dal 1° ottobre 2003 e limitatamente ai primi tre anni dal rilascio della patente. Sicuramente in base a tale ultima versione della disposizione il signor ######### avrebbe evitato il raddoppio della sanzione (in quanto titolare di patente dal 2000, e quindi da data antecedente il 2003), ma le precitate disposizioni normative, nella interpretazione fornita dal giudice delle leggi, impongono ch'esse si applichino soltanto per il periodo successivo alla loro entrata in vigore (come detto fissata al 1° agosto 2003).

Ha errato pertanto il Tar a fare applicazione nella fattispecie del principio di retroattività della legge più favorevole pervenendo per tal via ad applicare il testo dell'art. 126-bis nella formulazione risultante dalla legge di conversione entrata in vigore a decorrere dal 1° agosto 2003.

In definitiva l'appello va accolto e per l'effetto, in riforma della impugnata sentenza, deve essere rigettato il ricorso di primo grado.

Le spese del doppio grado possono essere compensate, in considerazione della particolare natura della controversia trattata.

 

P.Q.M.

 

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione sesta, definitivamente pronunciando sul ricorso in appello di cui in epigrafe, lo accoglie e per l'effetto, in riforma della impugnata sentenza, rigetta il ricorso di primo grado.

Spese del doppio grado compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa




 

 

 

Polizia di Stato - Incidente stradale con auto di servizio - Danno erariale - Risarcimento

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REPUBBLICA ITALIANA

Polizia di Stato - Incidente stradale con auto di servizio - Danno erariale - Risarcimento

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE TOSCANA

composta dai seguenti Magistrati:

-

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità promosso, dalla locale procura regionale, nei confronti di @@@@@@@ @@@@@@@ – nato a ------, rappresentato e difeso dall’avv. ------- presso il cui studio in ------ è elettivamente domiciliato – ispettore capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Questura di @@@@@@@.

            Visto l’atto introduttivo del giudizio, iscritto al n. 57891/R del registro di Segreteria della Sezione.

            Richiamata la determinazione presidenziale del 14.07.2009, ritualmente notificata, concernente la data di fissazione dell’udienza.

            Uditi, nella pubblica udienza del 13.01.2010, il relatore designato, cons. dott. ----

FATTO

1.         Con atto introduttivo del procedimento, depositato il 10.06.2009, la locale procura regionale ha citato in giudizio il sig. @@@@@@@ @@@@@@@ per sentirlo condannare il pagamento, in favore del Ministero dell’Interno, della somma di € 1.295,00, oltre a rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di giudizio.

            La citazione esplicita diffusamente l’incolpazione.

            Il giorno 17.09.2003, il convenuto, alla guida dell’auto di servizio A.R. 146 targata @@@@@@@, nell’abitato di @@@@@@@, nell’effettuare un sorpasso contromano percorrendo la corsia riservata ai mezzi pubblici, collideva con altra autovettura che stava effettuando un regolare cambiamento della propria direzione di marcia.

            Nell’urto, l’automezzo di proprietà dell’Amministrazione riportava danni per la cui riparazione venivano spesi € 1.295,00.

2.         La Procura attribuisce all’ispettore capo @@@@@@@ la responsabilità del sinistro, considerato che l’imprudente manovra da lui effettuata nella circostanza non era giustificata da alcuna emergenza né era supportata dal prescritto azionamento dei dispositivi acustici e visivi.

3.         Il più volte citato ispettore capo @@@@@@@ ha presentato controdeduzioni ed è stato personalmente audito.

Non ha dato esito al procedimento monitorio.

            Le sue argomentazioni difensive, compendiate nella memoria da ultimo presentata, concernono, essenzialmente, l’asserita erronea ricostruzione dell’accaduto (e la correlata mancanza di colpa grave) in quanto la distanza percorsa contromano, con l’occupazione di una parte della corsia preferenziale, sarebbe molto inferiore a quella contestata.

            La tesi difensiva continua evidenziando:

            - l’avvenuto azionamento dei quattro indicatori di direzione e l’evidenziazione, sul cruscotto dell’auto di servizio che procedeva a bassa velocità, della “paletta segnaletica”;

            - il censurabile comportamento del veicolo privato il cui conducente ometteva di effettuare qualsiasi manovra di disimpegno;

            - l’urgenza di rientrare in ufficio, ove lo attendeva un cittadino precedentemente invitato per la trattazione di urgenti e delicati affari di giustizia;

            - la mancanza di contestazioni da parte della polizia municipale, intervenuta sul posto;

            - i suoi buoni precedenti di servizio.

4.         Le suddette argomentazioni non sono ritenute esimenti dall’ufficio requirente atteso che:

            - l’attivazione dei “lampeggianti” e l’esposizione della “paletta”, non sono sufficienti ad escludere l’illegittimità delle modalità di circolazione che vengono contestate;

            - l’asserita errata ricostruzione dell’accaduto non risulta fatta verbalizzare a cura degli agenti intervenuti;

            - è irrilevante che la controparte non abbia fatto, a suo dire, alcuna manovra atta ad evidenziare l’impatto.

5.         Nella fase dibattimentale:

            - il P.M. ribadisce la correttezza della ricostruzione dei fatti, con particolare riferimento alla distanza percorsa contromano;

            - il difensore si riporta agli atti.

DIRITTO

1.            L’azione coltivata dalla Procura è fondata per i motivi di seguito indicati.

            Ai fini della sussistenza dell’illecito amministrativo-contabile contestato al convenuto, va accertata la presenza delle ontologiche componenti strutturali dello stesso: la condotta, il danno erariale, il nesso causale, l’elemento psicologico.

            Con riferimento alla condotta, sulla scorta delle risultanze documentali, appare evidente che il sinistro, che ha provocato il danno erariale in argomento, trae sicura origine dal mancato rispetto, da parte dell’ispettore @@@@@@@, di precise norme del codice della strada, atteso che egli ha effettuato una manovra gravemente imprudente.

            In ordine al danno erariale, sono parimenti incontestabili la sussistenza e l’importo dello stesso, quest’ultimo come determinato dalla Procura (€ 1.295,00).

            Anche il terzo elemento, rappresentato dal nesso di causalità, appare sussistere sulla scorta della chiara dinamica dell’incidente, il cui verificarsi è riconducibile alla sola condotta del convenuto: rimosso idealmente il suo comportamento trasgressivo, è di assoluta evidenza che il nocumento non sarebbe insorto.

            Nessun rilievo può darsi alla tesi difensiva del concorso di colpa derivante dall’asserita omissione, da parte del conducente dell’autovettura privata, di una qualsiasi manovra di disimpegno, comunque non doverosa.

            Residua la disamina dell’ultimo elemento dell’illecito – quello psicologico – in relazione al quale il @@@@@@@ ha incentrato la propria linea difensiva, eccependo l’insussistenza di “colpa grave”, attesa l’urgenza di ritornare in ufficio, circostanza che lo scagionerebbe da ogni responsabilità in quanto, configurandosi quale adempimento di un dovere, varrebbe quale esimente di un agire certamente illecito, ma imposto dalla situazione in atto.

            Tale circostanza - non dimostrata e che comunque, non potrebbe essere considerata quale idonea a configurare lo svolgimento di un servizio d’istituto urgente ed inderogabile - non varrebbe quale esimente dal rispetto delle regole – nel caso in specie quella, stringente, dell’art. 177 del codice della strada – che impongono, oltre all’uso (di cui verosimilmente, l’auto di servizio era dotata e che non sono stati attivati) dei particolari dispositivi acustici e visivi, il rispetto delle regole di comune prudenza e diligenza onde prevenire danni a persone o cose.

2.         Così determinata la responsabilità del convenuto, residua la determinazione del danno erariale, ovvero dell’importo risarcibile, che si quantifica in € 1.295,00 (milleduecentonovantacinque/00), come da richiesta dell’Ufficio requirente.

            Alla predetta somma, da corrispondere al Ministero dell’Interno, vanno aggiunti gli interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza fino al soddisfo.

            Le spese di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Toscana, definitivamente pronunciando, condanna @@@@@@@ @@@@@@@, come sopra identificato, al pagamento, in favore del Ministro dell’Interno, della somma di € 1.295,00 (milleduecentonovantacinque/00), nei termini specificati in motivazione.

            Le spese di giudizio, a suo carico, si liquidano in euro 139,11.=(Euro centotrentanove/11.=)

            Manda alla Segreteria per le incombenze di rito.

            Così deciso, in Firenze, nella Camera di Consiglio del 13.01.2010.

            L’ESTENSORE                               IL PRESIDENTE

            F.to  F. D’ISANTO                             F.to G. GUASPARRI

 

Depositata in Segreteria il  4 MARZO 2010

                                                                                    IL DIRIGENTE

                                                                        F.to Francesco Perlo

SEZIONE ESITO NUMERO ANNO MATERIA PUBBLICAZIONE
TOSCANA Sentenza 76 2010 Responsabilità 04-03-2010
 

E' risarcibile il danno esistenziale causato dall'impossibilità di andare in pensione -

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E' risarcibile il danno esistenziale causato dall'impossibilità di andare in pensione - Perché è preclusa una scelta di vita (Cassazione Sezione Lavoro n. 3023 del 10 febbraio 2010, Pres. Sciarelli, Rel. Zappia).

CASSAZIONE CIVILE - DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE - LAVORO E PREVIDENZA (CONTROVERSIE IN MATERIA DI) - PREVIDENZA SOCIALE - PROCEDIMENTO CIVILE - PROFESSIONI INTELLETTUALI - RESPONSABILITA' CIVILE
Cass. civ. Sez. lavoro, 10-02-2010, n. 3023

Fatto Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Sanremo, ritualmente notificato, S.L., premesso di essere iscritto al Collegio dei Geometri della Provincia di Imperia sin dal 17.1.1961 ed alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Geometri sin datì1.1.1967, esponeva che in data 1.3.1969 era stato assunto dal Comune di Sanremo ed assoggettato quale dipendente pubblico ad altre forme di assistenza e previdenza obbligatorie (CPDEL), pur mantenendo l'iscrizione al Collegio dei Geometri ed alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza e pur continuando a versare, in maniera ridotta, i contributi previdenziali dovuti alla predetta Cassa.

Aggiungeva che in data 13.9.1990 aveva presentato alla Cassa Geometri domanda di riscatto delle annualità pregresse dall'1.1.1961 al 31.12.1966, e, contemporaneamente, domanda di ricongiunzione dell'intero periodo assicurativo dall'1.1.1961 al 28.2.1969 a quello successivo maturato presso la CPDEL; ciò in quanto era sua intenzione chiedere il collocamento a riposo quale dipendente pubblico per riprendere ad esercitare la sua professione di geometra oppure per intraprendere l'attività di consulente esterno del Casinò Municipale di Sanremo.

La Cassa Geometri tuttavia non aveva accolto la domanda sulla base di una interpretazione della normativa in materia rivelatasi errata in sede giurisdizionale atteso che il Tribunale di Sanremo, con sentenza passata in giudicato, aveva definitivamente accertato il diritto del ricorrente ad ottenere il riscatto delle annualità pregresse e la ricongiunzione ai fini pensionistici dell'intero periodo assicurativo.

Ciò aveva comportato, a seguito di ulteriori ritardi dovuti al blocco introdotto con la finanziaria 1997, che il pensionamento di esso ricorrente era avvenuto solo nell'anno 1998.

Ritenendo pertanto che l'illegittimo comportamento della Cassa gli avesse arrecato ingenti danni, chiedeva la condanna della predetta al relativo risarcimento.

Con sentenza in data 2.4.2003 il Tribunale adito rigettava la domanda.

Avverso tale sentenza proponeva appello il S. lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo l'accoglimento delle domande proposte con il ricorso introduttivo.

La Corte di Appello di Genova, con sentenza in data 27.4.2005, in parziale accoglimento del gravame, condannava la Cassa appellata al pagamento della somma di Euro 30.000,00, liquidata equitativamente, a titolo di risarcimento del danno per non avere il ricorrente potuto esercitare una legittima scelta di vita; rigettava per il resto l'appello proposto e poneva a carico della Cassa metà delle spese di entrambi i gradi del giudizio, compensando tra le parti la restante metà.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Cassa di Previdenza ed Assistenza dei Geometri con tre motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso l'intimato, che propone a sua volta ricorso incidentale affidato ad un motivo di gravame.

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Preliminarmente va disposta la riunione ai sensi dell'art. 335 c.p.c., dei due ricorsi perchè proposti avverso la medesima sentenza.

Col primo motivo di gravame la Cassa lamenta violazione degli artt. 1218, 1223, 2059, 2697, 2727 e 2729 c.c., e degli artt. 112, 414 e 437 c.p.c., (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

In particolare rileva la ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto l'esistenza di un danno non patrimoniale alla persona per non avere il S. potuto "esercitare una legittima scelta di vita", non avendo rilevato che il predetto aveva omesso di indicare in concreto il bene della vita del quale assumeva il pregiudizio, e che il relativo capo della domanda era stato formulato per la prima volta nell'atto di appello.

Col secondo motivo di gravame la Cassa ricorrente lamenta vizio di motivazione sotto i profili della insufficienza, della illogicità e della contraddittorietà (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

In particolare rileva che la Corte territoriale, nel ritenere la "lesione di un interesse di rango costituzionale inerente alla persona", non aveva indicato il precetto costituzionale violato, nè l'individuazione di esso era altrimenti ricavabile.

E rileva altresì che in maniera illogica e contraddittoria la Corte territoriale aveva ritenuto che il danno in questione risultasse provato dall'avere il S. per otto anni protratto la propria attività lavorativa, ritenendo, in maniera aprioristica ed aberrante, il "lavoro" come "danno".

Col terzo motivo di gravame la Cassa ricorrente lamenta violazione degli artt. 1176, 1175, 1218, 1225 e 1227 c.c., e vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).

Rileva in particolare che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto l'esistenza del dedotto danno alla persona, avendo la Cassa operato nel pieno rispetto dei propri compiti istituzionali, tra i quali sicuramente rientrava anche quello di procedere, specie a fronte di casi dubbi, alle opportune verifiche, affinchè la legge potesse trovare puntuale applicazione e l'interesse pubblico, affidato alla sua cura, non venisse leso; nè poteva ritenersi indicativa di alcuna responsabilità per colpa a carico della ricorrente la circostanza che in sede giurisdizionale i giudici di merito avessero disatteso la tesi sostenuta dalla Cassa.

Rileva altresì che le domande di riscatto e di ricongiunzione, proposte dal S., non avrebbero potuto comunque essere immediatamente evase, stante la necessità dello svolgimento della relativa procedura.

Col ricorso incidentale proposto il S. lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., e degli artt. 414 - 416 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, ed al parametro reddituale minimo di cui alla L. n. 438 del 1992.

In particolare rileva il ricorrente incidentale che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto non provata la intenzione di riprendere la propria attività lavorativa, sebbene si trattasse di circostanza pacifica tra le parti, di cui aveva dato atto la stessa Cassa nella memoria costitutiva in appello; e ciò anche in considerazione del fatto che il legislatore, con la previsione ai sensi della legge n. 438 del 1992 di un reddito minimo per l'iscrizione all'albo professionale, aveva stabilito una presunzione vincolante circa la valutazione dello svolgimento di attività professionale.

Il ricorso principale non è fondato.

Ed invero, per quel che riguarda i primi due motivi di gravame, che il Collegio ritiene di dover trattare congiuntamente avuto riguardo alla stretta connessione esistente fra gli stessi, occorre osservare quanto segue.

Deve innanzi tutto escludersi che la domanda di risarcimento della suddetta forma di danno non patrimoniale sia stata proposta per la prima volta in grado di appello ove si osservi che, per come risulta dal contenuto del presente ricorso per cassazione, già nel ricorso introduttivo del giudizio il ricorrente aveva lamentato "di aver dovuto prolungare per quasi otto anni il rapporto di lavoro alle dipendenze del Comune di (OMISSIS)"; e pertanto, la censura sollevata in grado di appello di non aver potuto "realizzare una propria legittima opzione di vita" costituisce evidente esplicazione della dedotta compressione della propria sfera di autodeterminazione che, a prescindere dalla terminologia adoperata, non modifica in alcun modo l'oggetto sostanziale dell'azione ed i termini della controversia.

Osserva in proposito il Collegio che la ratio della disposizione di cui all'art. 112 c.p.c., è quella di impedire che possano trovare accoglimento domande sulle quali controparte non è stata in grado di difendersi, perchè proposte successivamente all'atto introduttivo del giudizio, con il quale viene a delimitarsi il thema decidendum.

Devesi in proposito evidenziare che nel processo del lavoro si ha introduzione di una domanda nuova per modificazione della causa petendi, non consentita in appello, allorchè si introducono elementi nuovi o quando gli elementi prospettati in giudizio, se pur già esposti nell'atto introduttivo, vengono dedotti in grado di appello con una differente portata, atteso che in tal modo non viene in rilievo solo una diversa qualificazione giuridica dei fatti, ma si introduce nel giudizio un nuovo tema di indagine che altera l'oggetto sostanziale dell'azione ed i termini della controversia, con conseguente violazione della lealtà del contraddittorio ma soprattutto del principio del doppio grado di giurisdizione (Cass. sez. lav., 23.3.2006 n. 6431; Cass. sez. lav., 20.10.2005 n. 20265).

Siffatta situazione non ricorre nel caso di specie in cui il ricorrente, prospettato in primo grado il danno consistente nell'aver dovuto prolungare per otto anni la propria attività lavorativa, in sede di gravame ha in buona sostanza ulteriormente precisato che in tal modo non aveva potuto adottare una legittima scelta di vita.

Quindi nessuna immutazione o novità della domanda può ravvisarsi nel caso di specie.

Per quel che riguarda la censura concernente la ritenuta sussistenza di un danno esistenziale, osserva il Collegio che una corretta impostazione della questione in parola postula un sia pur breve richiamo alle vicende che hanno riguardato la problematica del risarcimento del danno non patrimoniale, quale conseguenza ex art. 2059 c.c., del fatto dannoso.

E' noto che con le sentenze del 31.5.2003, nn. 8827/03 ed 8828/03, questa Corte di legittimità, partendo da un'analisi storica dell'originario ambito di applicazione della norma di cui all'art. 2059 c.c., dopo aver evidenziato come all'epoca dell'emanazione del codice civile potesse essere risarcito soltanto il danno non patrimoniale derivante da reato (e cioè il danno morale) ai sensi dell'art. 185 c.p., ha operato una attenta ricostruzione del nostro sistema dei danni non patrimoniali risarcibili, ed ha svincolato l'ipotesi risarcitoria dalla concreta esistenza del fatto reato, fissando al tempo stesso criteri idonei per evitare la sovrapposizione delle diverse voci di danno create dalla prassi giurisprudenziale.

La nuova dislocazione dei danni alla persona nell'ambito dell'art. 2059 c.c., appare senz'altro idonea non solo a far superare le difficoltà relative alla selezione del danno non patrimoniale risarcibile, ma anche a rendere possibile la soluzione di molti dei problemi che sorgono con riferimento alle tecniche di valutazione e di liquidazione del danno non patrimoniale.

Coerentemente al contenuto di tali pronunce la giurisprudenza ha individuato, nell'ambito del danno non patrimoniale risarcibile ex art. 2059 c.c., la categoria del danno morale, o danno soggettivo puro, riconducibile alla sofferenza morale soggettiva, quella del danno biologico, riconducibile alla lesione dell'integrità psico-fisica e cioè alla compromissione della salute, e quella del danno esistenziale, riconducibile alla sfera realizzatrice dell'individuo ed attinente al "fare" del soggetto offeso.

Tale premessa si appalesa indispensabile al fine di una corretta ricostruzione sistematica, nella vicenda in esame, delle poste di danno non patrimoniale risarcibili.

Orbene, nel caso di specie il ricorrente ha lamentato l'esistenza del danno consistente nel non aver potuto adottare una legittima scelta di vita. Non può pertanto dubitarsi, siccome correttamente rilevato dalla Corte territoriale, della esistenza del danno dedotto, consistente in quella somma di ripercussioni di segno negativo conseguenti alla condotta posta in essere dalla Cassa, che aveva comportato la lesione di specifici interessi costituzionalmente protetti, fra cui quello di poter realizzare liberamente una propria, legittima, opzione di vita.

Nè può ritenersi che la Corte territoriale abbia omesso di indicare il precetto costituzionale violato, che - secondo la prospettiva di parte ricorrente - non sarebbe comunque altrimenti ricavabile, atteso che la tutela dei diritti di libertà costituisce il fondamento e la base primaria della nostra Carta costituzionale che dedica agli stessi la parte iniziale recante appunto l'intestazione "diritti fondamentali".

Da rilevare infine che chiaramente inaccettabile si appalesa l'assunto di parte ricorrente secondo cui, con motivazione illogica e contraddittoria, i giudici di merito avrebbero ritenuto che la protrazione dell'attività lavorativa costituisce una forma di danno, ove si osservi che in realtà il danno ritenuto dalla Corte territoriale consiste nella denegata possibilità da parte del S. di operare autonomamente le proprie opzioni di vita, anche in campo lavorativo.

Sul punto il ricorso non può pertanto trovare accoglimento.

Del pari infondato è il terzo motivo del ricorso principale.

Osserva il Collegio che l'interpretazione e la valutazione della sentenza che aveva ritenuto la illegittimità della condotta posta in essere nel caso di specie dalla Cassa ricorrente si risolve in un giudizio di fatto eseguito dai giudici investiti della istanza risarcitola in esito alla sentenza predetta, ed è censurabile in sede di legittimità solo se siano violati i criteri giuridici che regolano l'estensione ed i limiti del giudicato e se il procedimento interpretativo seguito dai giudici del merito non sia immune da vizi logici o errori in diritto (Cass. sez. 1^, 14.4.2004 n. 7062; Cass. sez. lav., 5.9.2002 n. 12901; Cass. sez. 3^, 4.4.2001 n. 4978).

Orbene, nel caso di specie la Corte territoriale, nel rilevare che la condotta della Cassa era stata giudicata illegittima da due pronunce giudiziali assolutamente uniformi con le quali la stessa era stata anche condannata al pagamento delle spese processuali, ha evidenziato che il diniego frapposto alla richiesta dal S. non risultava fondato su circolari interne, o su precedenti giurisprudenziali, o su una prassi già adottata in casi analoghi, ed è pertanto pervenuta alla conclusione che non poteva parlarsi di adempimento diligente da parte della Cassa.

Di conseguenza, dal momento che il giudice di merito ha illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza del proprio convincimento esplicitando l'iter motivazionale attraverso cui era pervenuto alla propria decisione, resta escluso il controllo sollecitato in questa sede di legittimità.

Deve ritenersi pertanto che il diniego, riconosciuto in sede giudiziale non giustificato, frapposto dalla Cassa alla legittima richiesta dell'assicurato, costituisce una forma di imperizia, e quindi di colpa, generatrice di responsabilità sotto il profilo civilistico.

Del tutto irrilevante si appalesa l'ulteriore rilievo concernente l'impossibilità di evadere immediatamente le domande di riscatto e di ricongiunzione proposte dal S. stante la necessità di una istruttoria in proposito, atteso che il danno lamentato non è correlato al ritardo bensì al rigetto delle domande proposte.

Da rilevare infine che l'esigenza di congruo lasso temporale per l'espletamento delle richieste non rileva neanche ai fini della quantificazione del danno, versandosi in tema di liquidazione equitativa nella quale la Corte territoriale ha tenuto conto - in una valutazione globale - di una serie di parametri, fra cui il mancato pensionamento protrattosi per "circa" otto anni.

Il ricorso proposto dalla Cassa non può pertanto trovare accoglimento.

Del pari infondato è il ricorso incidentale proposto dal S..

Anche in tal caso rileva il Collegio che trattasi di motivo che involge in realtà la valutazione di specifiche questioni di fatto, valutazione non consentita in sede di giudizio di legittimità.

Devesi sul punto evidenziare che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell'intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico - formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento e di dare adeguata contezza dell'iter logico - argomentativo seguito per giungere ad una determinata conclusione. Ne consegue che il preteso vizio della motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della stessa, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero quando esista insanabile contrasto fra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico - giuridico posto a base della decisione (Cass. sez. 1^, 26.1.2007 n. 1754; Cass. sez. 1^, 21.8.2006 n. 18214; Cass. sez. lav., 20.4.2006 n. 9234; Cass. sez. trib., 1.7.2003 n. 10330; Cass. sez. lav., 9.3.2002 n. 3161; Cass. sez. 3^, 15.4.2000 n. 4916).

E sul punto deve altresì ribadirsi l'indirizzo consolidato in base al quale la valutazione delle risultanze probatorie involge apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale nell'adottare la propria decisione non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive (Cass. sez. lav., 20.3.2008 n. 7600; Cass. sez. lav., 8.3.2007 n. 5286; Cass. sez. lav., 15.4.2004 n. 7201; Cass. sez. lav., 7.8.2003 n. 11933; Cass. sez. lav., 9.4.2001 n. 5231).

In altri termini, il controllo di logicità del giudizio di fatto - consentito al giudice di legittimità - non equivale alla revisione del "ragionamento decisorio", ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata: invero una revisione siffatta si risolverebbe, sostanzialmente, in una nuova formulazione del giudizio di fatto, riservato al giudice del merito, e risulterebbe affatto estranea alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità il quale deve limitarsi a verificare se siano stati dal ricorrente denunciati specificamente - ed esistano effettivamente - vizi che, per quanto si è detto, siano deducibili in sede di legittimità.

Orbene nel caso di specie la Corte territoriale ha evidenziato che l'intenzione da parte del S. di riprendere la professione era rimasta de tutto indimostrata. Nè tale intenzione poteva in alcun modo ritenersi un dato acquisito agli atti del processo in quanto riconosciuto dalla Cassa medesima, atteso che la stessa aveva in realtà ritenuto non ipotizzabile il danno che il S. pretendeva di aver subito per non aver potuto beneficiare della pensione e svolgere una attività professionale; di talchè la Cassa si era solamente limitata a prendere atto delle dichiarazioni del S. circa l'intendimento di riprendere l'attività professionale, ma in realtà siffatta intenzione non si era estrinsecata in alcun concreto comportamento, essendo rimasta al livello di pura affermazione o intendimento.

Del pari la Corte territoriale ha correttamente posto in rilievo che nessun parametro concreto ed oggettivo al quale ancorare una previsione di reddito futuro era stato fornito dal ricorrente, non potendo valere "il riferimento effettuato alla c.d. legge sulla minimum tax, dettata ad altri fini e con altri presupposti" e, rileva il Collegio, non potendosi assolutamente ritenere che la L. n. 438 del 1992, abbia fissato una presunzione vincolante la discrezionalità del giudice circa la previsione di reddito futuro.

In conclusione, il motivo si risolve in parte qua in un'inammissibile istanza di riesame della valutazione del giudice d'appello, fondata su tesi contrapposta al convincimento da esso espresso, e pertanto non può trovare ingresso (Cass. sez. lav., 28.1.2008 n. 1759).

Il ricorso incidentale va di conseguenza rigettato.

Ricorrono giusti motivi, stante il mancato accoglimento di entrambe le impugnazioni, principale ed incidentale, proposte, per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese relative al presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa le spese relative al presente giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2010

 

 

 

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Equo indennizzo: l'Amministrazione deve procedere d'ufficio qualora risulti che il dipendente abbia riportato lesioni per causa di servizio
Sbaglia il giudice del merito quando ammette che la lavoratrice era decaduta dal diritto per tardività della richiesta rispetto al termine semestrale previsto dall'articolo 36 del Dpr 686/57


N. 09002/2009 REG.DEC.

N. 04466/1998 REG.RIC.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 4466 del 1998, proposto da:
@@@@@@@ @@@@@@@, rappresentata e difesa dagli avv. -

contro

A.U.S.L. di Modena in persona del legale rappresentante pro tempore, Commissario Liquidatore ex U.S.L. 16 di Modena, Regione Emilia Romagna in persona del Presidente pro tempore, tutti non costituiti;

per la riforma

della sentenza del TAR EMILIA ROMAGNA - BOLOGNA :Sezione I n. 00109/1997;

 



Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 27 ottobre 2009 il Cons.-

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 



FATTO

La signora @@@@@@@ @@@@@@@ appella la sentenza del TAR Emilia Romagna, sede di Bologna, 1° Sezione, nella parte in cui afferma che la medesima era decaduta dal diritto all’equo indennizzo per tardività della richiesta rispetto al termine semestrale previsto dall’art.36 del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686.

Secondo il primo giudice infatti la ricorrente avrebbe dovuto proporre istanza ai fini dell’equo indennizzo nei sei mesi successivi alla data della domanda di dispensa dovendosi considerare quest’ultima data (29.6.1982) come quella di conoscenza dell’infermità contratta e della sua gravità.

Sostiene invece la appellante che in base all’art.36, 2° comma del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686 vi è un obbligo dell’amministrazione di procedere d’ufficio “quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per certa o presunta ragione di servizio”.

Poiché l’amministrazione era edotta dell’infortunio occorso alla dipendente in servizio, nonché delle lesioni che lo stesso comportava tant’è che l’Inail, a seguito di tale infortunio, aveva riconosciuto alla ricorrente inizialmente la perdita della capacità lavorativa pari al 34% , si sarebbe dovuta attivare d’ufficio per il riconoscimento della dipendenza dell’infortunio da causa di servizio trattandosi di circostanza a lei nota come pure era noto il fatto che il predetto infortunio era stato causa di invalidità.

L’amministrazione intimata non si è costituita.

In vista della udienza di trattazione la appellante ha depositato una ulteriore memoria difensiva.

La causa è stata trattenuta in decisione all’udienza del 27.10.2009.

DIRITTO

1. L’appello merita accoglimento.

2. Come esposto in fatto l'amministrazione, pur riconoscendo la dipendenza da causa di servizio dell'infermità contratta dalla signora @@@@@@@, ha tuttavia negato la concessione dell'equo indennizzo sul presupposto che il riconoscimento era stato chiesto quando il termine semestrale di cui all'art. 36 comma primo del d.p.r. 3.5.1957 n. 686 era ormai spirato.

Il TAR Emilia Romagna ha ritenuto che la domanda della signora @@@@@@@ fosse stata presentata tardivamente, oltre il termine di sei mesi decorrente dalla conoscenza della infermità.

Sostiene tuttavia l’appellante che il procedimento doveva essere attivato d'ufficio in quanto l’art. 36 comma 2 del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686 prevede l’obbligo della amministrazione di procedere di ufficio quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per causa di servizio .

Nel caso in esame si tratterebbe di infortunio per lesioni in quanto la dipendente, infermiera presso la USL n.16 di Modena, nel dicembre 1976, nel sollevare dal letto un paziente, riportava un blocco rachideo; ricoverata presso la Divisione di Ortopedia dell’Ospedale Civile di Modena veniva sottoposta ad intervento di remilaminectomia per ernia discale L5-S1 dx. Trattandosi di infortunio sul lavoro veniva sottoposta poi a visita da parte dei sanitari Inail i quali riscontrandola affetta da “distorsione colonna lombare complicata da ernia discale” ritenevano che alla stessa spettasse un indennizzo per una riduzione della capacità lavorativa pari a 34%.

Per il riacutizzarsi della patologia dolorosa, nel febbraio 1982 veniva ricoverata presso la divisione di ortopedia dell’ospedale di Carpi con la seguente diagnosi “lomosciatalgia dx, già operata altrove di emilominectomia lombare per ernia discale, in corso di degenza veniva sottoposta a terapia medica e fisica, veniva quindi dismessa il 22.2.1982 ..”.

3. Tanto premesso osserva la Sezione che la giurisprudenza, interpretando il disposto del secondo comma dell'art. 36 D.P.R. 3 maggio 1957 n. 686 (“L'Amministrazione procede d'ufficio quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per certa o presunta ragione di servizio o abbia contratto infermità nell'esporsi per obbligo di servizio a straordinarie cause morbifiche e dette infermità siano tali che possano, anche col tempo, divenire causa d'invalidità o di altra menomazione della integrità fisica”), ha chiarito che il procedimento d'ufficio per l'accertamento della dipendenza da causa di servizio di infermità o lesioni subite dal dipendente è strumento di carattere eccezionale, cui l'Amministrazione deve ricorrere soltanto nella ipotesi in cui abbia certezza della dipendenza da ragioni di servizio e non allorché la dipendenza sia suscettibile di essere affermata od esclusa a seguito di accertamento non ancora espletato (cfr. Cons. Stato, Sez., V, 20.4.2000 n. 2422).

Tale disposizione implica, ove ne sussistano i presupposti, un dovere di intervento ex officio dal quale l'Amministrazione non può sottrarsi, da esercitare allorché risultino circostanze tali da far apparire, già al momento dell'evento, come certa o quanto meno probabile la suddetta dipendenza (Cons. Stato, Sez. VI, n. 1968 del 29.12.1993).

Ed ancora questo Consiglio di Stato nell’esaminare una vicenda analoga ha statuito che la norma “…non puo’ essere intesa come posta ad esclusivo interesse dell’amministrazione in quanto parte del rapporto di impiego, bensì nell’interesse di entrambe le parti. E’ pertanto censurabile il comportamento dell’amministrazione che, a conoscenza diretta dei fatti che avrebbero richiesto l’avvio di un procedimento per riconoscimento di una infermità come dipendente da causa di servizio, non adempie a quanto disposto dall’art.36 del d.p.r. 686 del 1957 ed eccepisce la decadenza dell’impiegato dal diritto a tale accertamento per tardività della domanda “ (Cons. Stato, Sez. VI, n.793 del 13.10.1986).

Alla luce del sopradetto indirizzo giurisprudenziale e del fatto che la vicenda, così come sopra ricostruita dalla dipendente, non lasciava ragionevolmente dubbio alcuno sulla riconducibilità dell’infortunio a causa di servizio, deve concludersi che nel caso in questione l'Amministrazione era tenuta a intervenire d’ufficio.

4. In conclusione in riforma della sentenza appellata deve essere accolto il ricorso di primo grado ed annullata la deliberazione impugnata.

5. Spese ed onorari seguono la soccombenza e vengono liquidati a favore della ricorrente come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione quinta, definitivamente decidendo accoglie l’appello in epigrafe indicato e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado ed annulla la deliberazione impugnata.

Cond@@@@@@@ l’amministrazione alle spese ed onorari dei due gradi di giudizio nella misura di euro 4.000,00 (quattromila/00).

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 ottobre 2009 con l'intervento dei Signori:

 

-

 

 

 

 



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE





Il Segretario



DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 29/12/2009

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Dirigente della Sezione



 
 

Riconoscimento dell'infermità da causa di servizio: il diniego deve essere sorretto da una motivazio

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Riconoscimento dell'infermità da causa di servizio: il diniego deve essere sorretto da una motivazione ampia e articolata
Specie quando risultino la prolungata esposizione del dipendente a un lavoro logorante e un apprezzabile grado di desumibile probabilità del nesso causale. Confermato il verdetto di merito
(Sezione quinta, decisione n. 8954/09; depositata il 29 dicembre)

 

 

N. 08954/2009 REG.DEC.

N. 07902/2001 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 7902 del 2001, proposto da:
Regione Abruzzo, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi 12;
 

contro

-

per la riforma

della sentenza del TAR ABRUZZO - PESCARA n. 00353/2001, resa tra le parti, concernente RICONOSCIMENTO INFERMITA' DA CAUSA DI SERVIZIO.

 


 

Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 ottobre 2009 il cons. Francesca Quadri e uditi per le parti l’ Avv. Di Lorenzo, per delega dell'avv. Foglietti;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 


 

FATTO

La Regione Abruzzo impugna la sentenza del TAR Abruzzo , Sez. Pescara n. 353/2001 con cui , in accoglimento del ricorso di @@@@@@@ @@@@@@@, autista presso la Regione Abruzzo, è stata annullata la delibera di Giunta Regionale n. 2507 in data 1.10.97 recante il diniego di riconoscimento della causa di servizio da infermità a causa di malattia spondilartrosica ed ipoacusia , rilevata dal Collegio medico, per mancanza di un rischio accertato (causale e/o concausale) nell’attività di lavoro.

Riferisce l’appellante che in esecuzione di precedente sfavorevole sentenza del medesimo TAR n. 244/98 era stata attivata su istanza dell’interessato nuova procedura per l’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio e che, avvenuto l’accertamento della malattia, il Comitato tecnico legale nella seduta del 16 aprile 1997 aveva nuovamente respinto l’istanza non ravvisando il nesso di causalità con l’attività lavorativa svolta, data ,in particolare, l’irrilevanza delle percorrenze chilometriche (consistenti, al massimo, nel tratto Pescara L’Aquila, di poco più di un’ora) e l’inidoneità dei mezzi guidati a causare disagio posturale ed acustico.

L’amministrazione avrebbe pertanto dato puntualmente conto dell’iter logico seguito, in considerazione delle modalità e delle condizioni di svolgimento del lavoro, dal che l’erroneità del giudizio del TAR di genericità della motivazione .

Si è costituito in resistenza il sig. @@@@@@@, contestando che le mansioni cui era stato adibito potessero essere giudicate normali rispetto alla inidoneità già accertata a percorrere tratti prolungati e la esposizione a microtraumi.

In prossimità dell’udienza di discussione, parte resistente ha depositato memoria.

All’udienza del 23 ottobre 2009 la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

Il TAR ha accolto il ricorso di @@@@@@@ @@@@@@@, autista presso la Regione Abruzzo, volto all’annullamento del diniego di riconoscimento della causa di servizio per le infermità accertate(“spondilartrosi del rachide cervicale, dorsale e lombosacrale, delle ginocchia, dei gomiti, dei polsi; ipoacusia) per difetto di motivazione e travisamento dei fatti.

A tali conclusioni è giunto in base alle risultanze documentali acquisite agli atti del giudizio, da cui emergeva : a) che lo stesso ricorrente, essendo affetto da spondilartrosi, aveva fatto richiesta già nel 1987 , allegando certificazione medica, di non essere utilizzato nel servizio di autista; b) che la necessità di mansioni ridotte emergeva già dall’attestazione di idoneità del servizio sanitario delle Ferrovie dello Stato del 14.7. 1988; c) che il dirigente del III dipartimento della Giunta regionale in data 27 ottobre 1989 dava atto dell’onerosità del servizio reso per il Settore Turismo , con lunghe trasferte, a volte anche in orari notturni. Da ciò desumeva che il rischio specifico sarebbe stato determinato proprio dall’utilizzo pieno del Cerullo quale autista, rispetto al quale il diniego appariva del tutto illogico e travisante.

Secondo l’appellante, il giudizio del Collegio medico avrebbe invece correttamente valutato l’assenza di causalità tra prestazione lavorativa ed infermità sulla base dell’entità delle percorrenze chilometriche – giudicata rientrante nella norma – e delle caratteristiche dei mezzi guidati tali da non indurre disagio posturale ed acustico. Avrebbe quindi errato il giudice di primo grado nel ritenere insufficiente una motivazione puntuale ed esaustiva, fondata su di un giudizio tecnico- amministrativo insindacabile nel merito.

L’appello è infondato.

Senza entrare minimamente nel merito del giudizio tecnico- amministrativo del Comitato tecnico-legale cui si riporta il provvedimento, occorre sottolineare che esso appare incompleto in relazione all’attività lavorativa prestata, in particolare dal 1982 all’ottobre 1988, presso il Settore Turismo della Regione. Dai relativi tabulati risultano turni di servizio di notevole durata (fino a dodici ore ) con percorrenze chilometriche di consistente entità (molte delle quali Pescara, Roma , Pescara). Proprio a quell’epoca risulta la acutizzazione della malattia, la cui possibile relazione con la natura del servizio effettuato viene ipotizzata dalla stessa amministrazione nella citata nota del 27 ottobre 1989 a firma del dirigente del III dipartimento.

Alla luce di tale documentazione, il giudizio del Comitato tecnico legale reso nella seduta del 16.4.1997 appare parziale e lacunoso e le valutazioni di non rilevanza e di “normalità” delle percorrenze chilometriche si dimostrano non rispondenti ai dati esposti. Per di più , esso è il frutto di una valutazione astratta ed assoluta, che non tiene in minimo conto le effettive condizioni di salute dell’impiegato , riscontrate, a detta proprio del Comitato, già dal 1985 (con una accertata invalidità del 10%) ed aggravatesi nel tempo fino a costringere il componente della Giunta De Massis a richiedere la sostituzione del @@@@@@@, a lui assegnato, “per non potersi assumere la responsabilità di un aggravamento dello stato di salute dello stesso dipendente” e a far accertare, in sede di visita di revisione in data 14.7.1988, la sua idoneità a svolgere solo mansioni ridotte. Peraltro , a tale riconoscimento non faceva seguito una riduzione dei percorsi , poiché solo nel 1997 (a fronte di una richiesta del dirigente del Servizio del 22.11.1993) l’amministrazione si determinava a sospendere l’utilizzazione del @@@@@@@ nel collegamento tra L’Aquila e Pescara.

Il provvedimento appare dunque emesso in contrasto con consolidati principi (CdS, SezVI 27.2.2006, n. 820; Sez. IV, 12 novembre 2001, n. 5782) in base ai quali il diniego di riconoscimento della causa di servizio deve essere sorretto da un iter logico argomentativo ampio ed articolato, specie quando risultino la prolungata esposizione del dipendente a lavoro logorante ed un apprezzabile grado di desumibile probabilità del nesso causale.

Il ricorso va quindi respinto . Le spese del doppio grado, come liquidate in dispositivo, sono poste, in base al principio della soccombenza, a carico dell’ appellante.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione Quinta, respinge l’appello e , per l’effetto, conferma la sentenza di primo grado.

Pone a carico della Regione appellante le spese del doppio grado di giudizio che vengono liquidate in euro 3.000,00.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 23 ottobre 2009 con l'intervento dei Signori:

 

 

Gianpiero Paolo Cirillo, Presidente FF

Filoreto D'Agostino, Consigliere

Marco Lipari, Consigliere

Aniello Cerreto, Consigliere

Francesca Quadri, Consigliere, Estensore

 

 

 

 

     
     
L'ESTENSORE   IL PRESIDENTE
     
     
     
     
     

Il Segretario


 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 29/12/2009

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Dirigente della Sezione



 

 

Equo indennizzo: illegittimo il parere dell'Amministrazione se non considera tutta la documentazione

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Equo indennizzo: illegittimo il parere dell'Amministrazione se non considera tutta la documentazione d'ufficio
Il sindacato giurisdizionale sui giudizi espressi dal Comitato di verifica per le cause di servizio è ammesso esclusivamente nelle ipotesi in cui emergano palesi vizi logici che evidenzino l'inattendibilità delle conclusioni
(Sezione quarta, decisione n. 6352/09; depositata il 16 ottobre)

N. 06352/2009 REG.DEC.

N. 03183/2009 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

DECISIONE

Sul ricorso numero di registro generale 3183 del 2009, proposto da:
Ministero della Difesa, in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi 12;
 

contro

Sig.ra @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, nella qualità di vedova ed erede di @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, rappresentata e difesa dall'avv. Franco Carrozzo, con domicilio eletto presso Fausto Buccellato in Roma, viale Angelico, 45;
 

per la riforma

della sentenza del TAR Puglia - Lecce - Sezione Terza - n. 00131/2009, resa tra le parti, concernente diniego di concessione di equo indennizzo.

 


 

Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della appellata sig.ra @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@;

Viste le memorie difensive prodotte dalla parte appellata;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 22 settembre 2009 il dott. Guido Romano e uditi per l’appellante Amministrazione l’avvocato dello Stato Federica Varrone e per l’appellata sig.ra @@@@@@@ l'avv. Franco Carrozzo;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 


 

FATTO e DIRITTO

La sig.ra @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, nella qualità di vedova ed erede del maresciallo di prima classe dell’Aereonautica Militare @@@@@@@ @@@@@@@ @@@@@@@, impugnava innanzi al TAR della Puglia, sezione distaccata di Lecce, il decreto del Ministero della Difesa del 30 ottobre 2006 con il quale era stato respinta la domanda del proprio defunto coniuge di concessione dell’equo indennizzo, nonché i presupposti pareri del Comitato di Verifica per le Cause di Servizio (di seguito: CVCS) n. 254 del 30 settembre 2005 e n. 36 del 10 maggio 2006.

Con la sentenza appellata il Giudice di prima istanza ha accolto il ricorso anzidetto affermando che l’Amministrazione ha errato nel respingere la domanda del ricorrente perché:

quanto alla prima delle due patologie per le quali è stata proposta la domanda di equo indennizzo, non ha tenuto conto, da un lato, delle modalità del servizio svolto e degli ambienti in cui è stato espletato, nonché delle condizioni nelle quali il dipendente è stato costretto a vivere, per cui “…in base ad un dato di comune esperienza risulta abbastanza difficoltoso negare l’esistenza del nesso di causalità fra la claustrofobia (ossia la prima delle infermità per le quali la sig.ra @@@@@@@ rivendica la concessione dell’equo indennizzo) ed il particolarissimo ambiente di lavoro in cui il Maresciallo @@@@@@@ ha operato per circa venti anni…”; dall’altro, della relazione peritale di parte che, “…condivisibilmente…” ha messo in rilievo come “…l’ambiente di lavoro ha indubbiamente scatenato (o contribuito a scatenare) gli attacchi di panico e la claustrofobia, visto che il Maresciallo @@@@@@@ era costretto a permanere per lunghi periodi di tempo in un bunker sotterraneo…”;

quanto alla seconda patologia (carcinosi peritoneale da adenocarcinoma del colon traverso), parimenti non ha tenuto conto delle altrettanto condivisibili affermazioni del consulente di parte secondo le quali, “…nel caso di specie, le condizioni lavorative in cui ha operato il Maresciallo @@@@@@@ (microclima dei bunker, presenza di apparecchiature radar, orari di servizio stressanti, disordine alimentare) hanno provocato, attraverso una serie di alterazioni successive del fisico del defunto sottufficiale, la patologia che ha determinato in seguito il decesso dell’interessato…”, nonché “…dell’indubbia rilevanza concausale…” che “…ha esercitato anche l’altra patologia per cui è causa, visto che gli attacchi di panico hanno sicuramente indebolito ulteriormente il fisico del maresciallo @@@@@@@…” e del fatto, ritenuto rilevante dalla giurisprudenza della Corte dei Conti, che “…quando la patologia per cui si chiede l’equo indennizzo ha natura neoplastica o tumorale, è sufficiente, ai fini del riconoscimento della dipendenza da causa di servizio, l’accertamento della presenza (ovviamente in misura significativa, come è nella specie) dei fattori di rischio di cui si è detto in precedenza…”.

Per la riforma di detta sentenza l’Amministrazione della Difesa ha proposto l’appello indicato in epigrafe deducendo i seguenti motivi di impugnazione:

1)- inammissibilità del ricorso di primo grado “…in quanto diretto sostanzialmente a censurare il merito di un atto dell’Amministrazione (il parere del CVCS) che si pone come espressione di discrezionalità tecnica, comportando lo stesso un potere di valutazione dei fatti, alla stregua di conoscenze scientifiche, che è sottratto in via generale al sindacato di legittimità…”, per cui i relativi provvedimenti adottati sarebbero “…censurabili per eccesso di potere solo quando sia @@@@@@@ta la motivazione, ovvero la valutazione dei fatti risulti manifestamente irrazionale o non sia stata presa in considerazione la sussistenza di circostanze di fatto tali da poter incidere sulla valutazione medica finale…”, circostanze tutte da escludere nella specie avendo il Comitato valutato tutti gli atti sanitari e di servizio, nonché la perizia di parte;

2)- erroneità della decisione assunta nel merito perché, premesso che il parere del CVCS è “…obbligatorio e vincolante…” e che l’Amministrazione non è tenuta a “…spiegare le ragioni per le quali aderisce al parere del Comitato…”, il giudice di prime cure avrebbe “…apoditticamente…” ritenuto sufficiente il riferimento “…ad un dato di comune esperienza…” per capovolgere l’esito di un procedimento fondato su di una valutazione squisitamente tecnica, “…anziché accertare l’esistenza di un eventuale eccesso di potere da parte dell’Amministrazione o la @@@@@@@nza di motivazione del provvedimento impugnato…”; lo stesso giudice, in breve, avrebbe sostituito la valutazione di merito dell’Amministrazione con una propria nuova valutazione basata esclusivamente sull’anzidetto “…dato di comune esperienza…”.

Con due memorie l’appellata sig.ra @@@@@@@ ha controdedotto ai motivi di appello sostenendo che sarebbe corretta la motivazione della sentenza del primo giudice e che, in ogni caso, il provvedimento impugnato ed entrambi i pareri ad esso presupposti sarebbero viziati da eccesso di potere per omessa valutazione di atti e difetto di motivazione non emergendo, in alcun modo, dalla motivazione, invero stereotipa, contenuta in entrambi i pareri del CVCS che si sia tenuto conto della documentazione di servizio depositata in primo grado, ed in particolare della relazione del 23 febbraio 2002 del Comandante del 32° Gruppo Radar dell’Aeronautica Militare di Otranto, nella quale sarebbe contenuto, tra l’altro, anche un parere medico-legale, espresso a seguito di apposita richiesta del citato Comandante, che porrebbe in risalto come il servizio prestato dal Maresciallo @@@@@@@ “...per la sua natura e durata possa avere svolto quantomeno un ruolo concausale efficiente e determinante nella comparsa della patologia in esame…” (attacchi di panico e claustrofobia con ansia anticipatoria).

All’udienza pubblica del 22 settembre 2009 il ricorso in epigrafe è stato introitato per la decisione.

Tutto ciò premesso, ritiene il Collegio che il dispositivo dell’appellata sentenza possa essere confermato, anche se con diversa motivazione, per le seguenti considerazioni.

La giurisprudenza di questo Consiglio è costante nel ritenere che il sindacato giurisdizionale sui giudizi espressi in relazione a domande di dipendenza da causa di servizio di patologie contratte da pubblici dipendenti in costanza di servizio e/o di riconoscimento dell’equo indennizzo è ammesso esclusivamente nelle ipotesi in cui emergano dall’atto contestato evidenti vizi logici, desumibili dalla sua motivazione, in ragione dei quali si evidenzi l’inattendibilità metologica delle conclusioni cui è pervenuta l’Amministrazione (cfr. tra le più recenti, Sezione 4^, 8 giugno 2009, n. 3500).

Orbene, poiché nella specie non v’è motivo per discostarsi da tale indirizzo giurisprudenziale, deve essere respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso di primo grado proposta dall’appellante in quanto il gravame proposto dalla sig.ra Liuzzi, se è vero che per alcuni versi introduce inammissibili valutazioni di merito che, come tali, non sono sovrapponibili al giudizio emesso dal CVCS, come meglio si chiarirà più innanzi, è però altrettanto vero che contiene anche deduzioni relative alla sussistenza di vizi di eccesso di potere inficianti il provvedimento impugnato che comportano l’esercizio di un sindacato estrinseco conforme all’orientamento della citata giurisprudenza.

Diversa valutazione, invece, può essere operata con riguardo al secondo motivo di appello concernente la critica al giudice di prima istanza di avere sostanzialmente sostituito la valutazione del CVCS con una propria valutazione di merito.

Infatti, sul punto è agevole condividere la tesi dell’appellante che il giudice della legittimità non può impingere nel merito, specialmente se tecnico, di valutazioni che competono esclusivamente all’Amministrazione, né tanto meno sostituire la valutazione di merito dell’Amministrazione con una propria determinazione di merito di segno opposto che direttamente conceda il beneficio richiesto dall’interessato.

Tanto, invece, è stato effettuato dal Tar laddove, per accogliere il ricorso, in parte, si è fondato su non meglio precisati “…dati di comune esperienza…”, alla stregua dei quali ha ritenuto di poter direttamente riconoscere la dipendenza da causa di servizio della prima delle due patologie portate all’esame del CVCS, ed in parte ha sommato altre proprie valutazioni di merito a quelle contenute in una consulenza di parte per riconoscere direttamente, anche in questo, la dipendenza da causa di servizio della seconda di dette patologie.

Sotto tale profilo la sentenza appellata merita di essere riformata con la conseguenza che si rende rilevante l’esame delle censure di eccesso di potere formulate in primo grado dalla sig.ra @@@@@@@, siccome riproposte in questa sede con le memorie depositate, che il giudice di prime cure ha, invece, sostanzialmente assorbite nella pronunzia di merito resa.

In particolare, vengono in evidenza le censure di omessa valutazione di documentazione rilevante e di difetto di motivazione che l’appellata sig.ra @@@@@@@ ha dedotto con il proprio ricorso di primo grado e poi messo in risalto più volte nelle memorie depositate in quella sede, attraverso l’indicazione di fatti di servizio ritenuti particolarmente rilevanti, di specifica documentazione dell’Amministrazione relativa a tali fatti servizio e della sequenza di accertamenti sanitari concernenti l’idoneità del dipendente a permanere nell’ambito della sede (stazione radar) di assegnazione.

Al riguardo, ritiene il Collegio che sono sussistenti entrambi detti vizi avute presenti le formule motivazionali utilizzate da detto Comitato per entrambi i pareri e la specifica documentazione indicata dalla sig.ra @@@@@@@..

Emerge, infatti, soltanto l’uso di formule generiche e, per alcuni versi, stereotipe per dare atto di adempimenti istruttori e valutazioni che, non essendo concretamente individuati, impediscono di verificare se effettivamente sia stata tenuta in conto tutta la documentazione di ufficio ed, in particolare, la relazione del 23 febbraio 2002 del Comandante del 32° Gruppo Radar dell’Aeronautica Militare di Otranto (nella quale risulta contenuto anche un parere medico legale riportato negli scritti difensivi della sig.ra @@@@@@@ in entrambi i gradi di giudizio e mai contestato da controparte) che, sia per la sua provenienza (Amministrazione), sia per il suo contenuto (riconoscimento, quanto meno, di un rapporto concausale determinante ed efficiente tra il particolare servizio prestato dal dipendente e l’insorgenza della prima delle due patologie denunziate), certamente meritava di essere specificamente preso in esame dal CVCS ed espressamente valutato attraverso una motivazione puntuale che desse conto, sostanzialmente, del percorso logico seguito dal predetto Comitato e delle considerazioni tecniche per le quali non potesse avere alcuna incidenza favorevole ai fini del riconoscimento della dipendenza da causa di servizio per almeno la prima delle due patologie indicate dal dipendente.

Ciò perché, in presenza di fatti di servizio documentati da atti della stessa Amministrazione e di valutazioni specifiche operate già da altri organi di quest’ultima, costituisce obbligo del CVCS dare contezza specifica di averli esaminati, attraverso una loro puntuale indicazione, ed esternare, in caso di contrasto di pareri, la specifica motivazione per la quale pur tuttavia si perviene all’espressione di un avviso non favorevole per l’interessato.

Dunque, soltanto un obbligo metodologico che, ovviamente, lascia libera ed impregiudicata la potestà valutativa di merito dell’Amministrazione che certamente non è utilmente contestabile nel merito, trattandosi di valutazioni scientifiche di carattere medico-legale, in relazione alle quali il sindacato del giudice amministrativo deve arrestarsi, qualora l’operato dell’Amministrazione non presenti indizi di manifesta irragionevolezza, di arbitrarietà e di travisamento dei fatti o qualora siano criticati i criteri tecnici impiegati (cfr. C.d.S.,sezione quarta, 18 giugno 2009, n. 3984).

In conclusione, l’appellata sentenza va confermata nel suo dispositivo, ma con diversa motivazione, alla stregua di tutte le considerazioni sin qui svolte.

Quanto alle spese del presente grado di giudizio ritiene equo il Collegio disporne l’integrale compensazione tra le parti, sussistendo giusti motivi per non porle a carico della soccombente Amministrazione.

P.Q.M.

il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, sezione quarta, respinge l’appello n. 3183 del 2009.

Spese compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 22 settembre 2009 con l'intervento dei Signori:

 

 

Luigi Maruotti, Presidente FF

Anna Leoni, Consigliere

Sergio De Felice, Consigliere

Raffaele Greco, Consigliere

Guido Romano, Consigliere, Estensore

 

 

 

 

     
     
L'ESTENSORE   IL PRESIDENTE
     
     
     
     
     

Il Segretario


 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 16/10/2009

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

Il Direttore della Sezione



 
 
 

L'equo indennizzo non ha natura retributiva. Ecco perché va esclusa la rivalutazione monetaria

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L'equo indennizzo non ha natura retributiva. Ecco perché  va esclusa la rivalutazione monetaria
Nella determinazione del "quantum" l'Amministrazione, infatti, tiene conto dello stipendio del dipendente al momento della definizione del procedimento. Al lavoratore spettano, invece, gli interessi legali per il ritardo nel pagamento

 

 

 

 
 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

N.1399/2009

Reg.Dec.

N. 60 Reg.Ric.

ANNO   2004

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la seguente

DECISIONE

sul ricorso in appello n. 60/2004, proposto dalla Rete ferroviaria italiana s.p.a., in persona del legale rappresentante in carica, rappresentata e difesa dall’avv. ------, appellante;

contro

- @@@@@@@ @@@@@@@, in proprio e quale erede di @@@@@@@ @@@@@@@, rappresentata e difesa dall’avv. --e con il medesimo elettivamente domiciliata presso lo studio --- Roma, appellato;

per l’annullamento e/o la riforma

della sentenza del T.a.r. Toscana, Firenze, sezione I, 9 settembre 2003 n. 4903, concernente la denegata corresponsione dell’equo indennizzo per infermità contratta per causa di servizio.

     Visto il ricorso in appello con i relativi allegati;

     Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’appellata @@@@@@@ @@@@@@@;

     Visti gli atti tutti della causa;

     Relatore, alla  pubblica udienza del 19 dicembre 2008, il consigliere --

     Udito, per la parte appellante, l’avv.--           

     Ritenuto e considerato in fatto ed in diritto quanto segue:

NARRATIVA in FATTO

     Il sig. @@@@@@@ @@@@@@@ impugnava quanto in epigrafe, dinanzi al T.a.r. Toscana (dopo una pronuncia declinatoria della giurisdizione da parte della Pretura di Firenze), per varie forme di violazione di legge e di eccesso di potere.

     Il ricorso aveva ad oggetto un rapporto di lavoro con l'Azienda ferrovie dello Stato, esauritosi prima dell'entrata in vigore della legge n. 210 del 1985, rientrante nella giurisdizione amministrativa (cfr. Cass., sent. 23-04-1987 n. 3945).

     In tema di equo indennizzo per i dipendenti della (cessata) Azienda autonoma delle ferrovie dello Stato, non era applicabile la decadenza, ex art. 38, d.m. 19 dicembre 1958 n. 2716, per tardiva presentazione della domanda (08 febbraio 1984) di accertamento della causa di servizio, tenuto conto del fatto che solo con la legge n. 564/1981 per la prima volta era stato introdotto, con efficacia retroattiva, tale beneficio in relazione ad infermità riconosciute come dipendenti da cause di servizio (cfr. Cass., sez. lav., sent. 19-11-1998 n. 11685; Cass. civ., sez. un., sent. 19-12-1996 n. 11395).

     Nella specie, su domanda 08 febbraio 1984 e con la deliberazione 24 luglio 1984 n. 259, l’enfisema polmonare e l’artrosi lombare di @@@@@@@ @@@@@@@ erano stati riconosciuti come dipendenti da causa di servizio (ma non legittimanti richieste di equo indennizzo), mentre il termine di prescrizione decennale era stato interrotto con domanda in data 15 settembre 1984 e ricorso alla Pretura di Firenze notificato il 14 febbraio 1990.

     L’ente intimato si costituiva in giudizio e resisteva al ricorso.

     I primi giudici ritenevano spettare l'equo indennizzo all’originario ricorrente, con interessi e rivalutazione per il periodo successivo alla liquidazione della somma capitale ed in tal senso accoglievano il gravame con sentenza poi impugnata dall’ente soccombente in prime cure per: inammissibilità del ricorso originario (proposto solo nel 1996) per l’omessa tempestiva impugnazione (non pregiudicata dall’intervenuta privatizzazione dell’ente) del rigetto 1° ottobre 1985 n. 512 della domanda 15 settembre 1984 di concessione e liquidazione dell’equo indennizzo; tardiva presentazione dell’istanza di riconoscimento della dipendenza dalla causa di servizio dell’infermità, rispetto al momento della presa di coscienza della sua gravità (ex art. 68, comma 8, d.P.R. n. 3/1957; artt. 208 e 209, legge n. 425/1958; art. 11, legge n. 564/1981, per infermità o lesioni successive al 30 giugno 1956); erronea attribuzione di interessi legali e rivalutazione monetaria, dato che l’art. 16, comma 6, legge finanziaria n. 412/1991, consentirebbe solo i primi o, se più favorevole, la seconda, ma senza cumulabilità tra le due voci accessorie, tanto più trattandosi di equo indennizzo già rivalutabile ex art. 15, comma 1, d.m. n. 1622/1983, il che escluderebbe ogni ulteriore rivalutazione.

     L’appellata Dina @@@@@@@ (erede di @@@@@@@ @@@@@@@, deceduto) si costituiva in giudizio ed eccepiva: riferirsi l’equo indennizzo a diritti soggettivi azionabili nel termine di prescrizione e non di decadenza; decorrere il termine semestrale solo dal momento della conoscenza della gravità del male contratto (cfr. C.d.S., sez. IV, dec. n. 1704/2002); la sanatoria intervenuta per qualsiasi tipo di domanda; l’applicabilità dell’art. 6, comma 6, legge n. 412/1991, cit., ai soli enti di assistenza e previdenza obbligatorie (gravando, invece, l’equo indennizzo direttamente sull’ente datore di lavoro); la ricollegabilità della disciplina della concessione dell’equo indennizzo ai ferrovieri solo al d.m. 2 luglio 1983 (ed al semestre successivo), per cui la domanda 15 settembre 1984 non poteva che risultare tempestiva, dato che il precedente d.m. n. 2716/1958 si occupava soltanto della dipendenza da causa di servizio; la spettanza sia di interessi che di rivalutazione nel caso di rilevante intervallo tra liquidazione e pagamento dell’importo dell’equo indennizzo.

     All’esito della pubblica udienza di discussione la vertenza passava in decisione.

MOTIVI della DECISIONE

     L’appello va accolto limitatamente alla rivalutazione monetaria, non spettante in relazione ad un emolumento di natura non retributiva ma indennitaria, tenuto conto del fatto che, per i dipendenti della pregressa Azienda autonoma ferrovie dello Stato, poi divenuta Ente ferrovie dello Stato (legge n. 210/1985), quindi, Ferrovie dello Stato-Società di trasporti e servizi per azioni (nell’anno 1993), infine, Rete ferroviaria italiana s.p.a. (nell’anno 2001):

  • l’istanza di dipendenza di malattia da causa di servizio non era disciplinata dall’art. 38, d.m. cit.;
  • il diritto all’equo indennizzo era disciplinato dall’art. 68, comma 8, cit.;
  • era prevista la sanatoria delle domande presentate prima dell’entrata in vigore della legge n. 564/1981, art. 11, commi 2 e 3 (relativi alle istanze sia di equo indennizzo che di riconoscimento di dipendenza d’infermità da causa di servizio) o nei sei mesi successivi a tale data (entro il 29 aprile 1982, per lesioni posteriori al 30 giugno 1956).

     L’attuale parte appellata aveva avuto conoscenza delle infermità contratte  (cervicoartrosi ed ernia discale) e della loro gravità già nel 1960 (v. parere medico-legale 19 gennaio 1982 e documentazione attestante assenze per artrosi lombare e lombosciatalgia negli anni 1974, 1977, 1979 e 1980): donde l’attendibilità della sua richiesta, pur presentata solo nel 1982, ma da ritenersi sanata per l’intervento delle disposizioni sopra esaminate (cfr. Cass. civ., sez. un., sent. 19 dicembre 1996 n. 11395).

     Ciò impone il rigetto del gravame, salvo che per la parte concernente la rivalutazione monetaria, come si è detto sopra (cfr. C.d.S., sezione IV, dec. 21 giugno 2007 n. 3391), dato che nei casi di concessione di equo indennizzo non si fa luogo a rivalutazione monetaria, perché tale istituto non ha natura retributiva ed è già assistito da un autonomo meccanismo di rivalutazione, in quanto nella determinazione del quantum la p.a. tiene conto del trattamento retributivo del dipendente al momento della definizione del procedimento, laddove spettano, invece, gli interessi compensativi dalla data dell’atto concessorio dell’equo indennizzo a quello dell’effettivo pagamento e, dunque, da quando il relativo credito sia divenuto liquido ed esigibile (cfr. C.d.S., sez. V, dec. 9 marzo 2006 n. 1597; sez. IV, dec. 1° marzo 2006 n. 971; dec. 7 giugno 2005 n. 2999). 

     Pertanto, alla parte interessata spettavano gli interessi legali, per il ritardo nel pagamento dell’equo indennizzo, computati dalla data del decreto e non dal giorno dell’accertamento dell’infermità, essendo indispensabile il provvedimento formale di concessione di natura costitutiva (e non ricognitiva): ai fini della concessione dell’equo indennizzo non è sufficiente il solo parere della C.m.l., occorrendo anche quello (decisivo proprio ai fini dell’equo indennizzo) del C.p.p.o..

     La rivalutazione monetaria su dette somme è, invece, esclusa proprio in virtù della natura indennitaria e non retributiva dell’equo indennizzo, a nulla rilevando che per effetto dell’art. 1, comma 27, legge 23 dicembre 1994 n. 724, sia venuto meno l’autonomo meccanismo di rivalutazione richiamato dalla giurisprudenza (per essere ora determinato l’equo indennizzo sull’importo dello stipendio tabellare in godimento alla data di presentazione della domanda o dell’avvio del procedimento d’ufficio): ciò in quanto tale autonomo meccanismo di rivalutazione costituiva un ulteriore elemento (e non il solo) per negare la spettanza della predetta rivalutazione monetaria su tali crediti.

     L’appello va, dunque, accolto solo in parte, con riforma dell’impugnata sentenza solo quanto alla citata rivalutazione monetaria e correlativo rigetto del ricorso di prima istanza solo per tale profilo, mentre le spese del dop@@@@@@@ grado di giudizio possono integralmente compensarsi tra le parti in causa, tenuto anche conto del loro reciproco impegno difensivo e della natura della vertenza, come pure della reciproca soccombenza nel presente grado.

P.Q.M.

     Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sezione sesta):

     - accoglie in parte l’appello, come in motivazione;

     - riforma l’impugnata sentenza per quanto di ragione;

     - respinge il ricorso di primo grado quanto alla rivalutazione chiesta;

     - compensa spese ed onorari del dop@@@@@@@ grado di giudizio.

     Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

     Così deciso in Roma, Palazzo Spada, dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, nella camera di consiglio del 19 dicembre 2008, con l'intervento dei signori magistrati:

--


 

Presidente

-

-


 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA 
 

il...10/03/2009

(Art. 55, L.27/4/1982, n.186)

Il Direttore della Sezione


 
 

CONSIGLIO DI STATO

In Sede Giurisdizionale (Sezione Sesta) 
 

Addì...................................copia conforme alla presente è stata trasmessa  
 

al Ministero.............................................................................................. 
 

a norma dell'art. 87 del Regolamento di Procedura 17 agosto 1907 n.642 
 

                                    Il Direttore della Segreteria

 
 

N.R.G. 60/2004


 

FF


 

 
   

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