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Porto d'armi per difesa:

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Porto d'armi per difesa: se nulla è cambiato rispetto alla condizione che ha consentito il rilascio non può essere negato il rinnovo
N. 08220/2010 begin_of_the_skype_highlighting              08220/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.SEN.

N. 01318/2010 begin_of_the_skype_highlighting              01318/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1318 del 2010, proposto dal:
Ministero dell'Interno, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentato e difeso dalla Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, alla Via dei Portoghesi n. 12, è domiciliato per legge;


contro

#################### Di ####################, rappresentato e difeso dall'avv. ---

per la riforma

della sentenza breve del T.A.R. ABRUZZO - SEZIONE STACCATA DI PESCARA- SEZIONE I n. 01230/2009 begin_of_the_skype_highlighting              01230/2009      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente RIGETTO ISTANZA RINNOVO LICENZA DI PORTO DI PISTOLA PER DIFESA PERSONALE




Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di #################### Di ####################;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 ottobre 2010 il Consigliere Fabio Taormina e uditi per le parti gli avvocati Guzzo per Ciprietti e l’Avvocato dello Stato Barbieri;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.




FATTO

Con il ricorso di primo grado l’appellante odierno aveva impugnato il decreto in data 16 settembre 2009 con il quale il Prefetto di Pescara aveva respinto la sua istanza intesa ad ottenere il rinnovo della licenza di porto di pistola per uso difesa personale.

Con quel gravame, si era evidenziato che l’interessato, soggetto incensurato e senza carichi pendenti, era titolare del permesso da numerosi anni, con rinnovo annuale: egli svolgeva il mestiere di ristoratore e, in quanto esposto ad aggressioni e rapine, era legittimato ad ottenere il prescritto titolo abilitativo.

Con il provvedimento il Prefetto aveva negato il rinnovo del titolo e l’odierno appellato era insorto prospettando i vizi di violazione di legge, eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione, errore sui presupposti e conseguente travisamento, inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto, illogicità, sviamento, ingiustizia grave e manifesta.

Il Tribunale amministrativo regionale ha accolto l’impugnazione, ritenendo la carenza motivazionale del provvedimento impugnato, che si limitava ad affermare che la licenza di porto d’armi era stata a suo tempo concessa in considerazione dell’attività di ristoratore, ma che dagli accertamenti svolti non si ravvisava la necessità di girare armato.

Detta motivazione non appariva all’interessto esaustiva, sia per l’apoditticità delle affermazioni, sia perché non si esternavano le ragioni del mutamento di situazione soggettiva ed oggettiva: pur essendo consentito all’amministrazione di mutare opinamento, le ragioni dovevano essere spiegate al cittadino: ne conseguiva la illegittimità dell’impugnato decreto.

La sentenza è stata appellata dall’Amministrazione, che ne ha contestato la fondatezza evidenziando che la statuizione prefettizia doveva reputarsi legittima e che apodittico appariva l’iter motivazionale della sentenza. Questa andava annullata in quanto non aveva tenuto conto che l’amministrazione aveva adottato la determinazione sulla base di un dato – quello proveniente dalla Questura di Pescara- secondo il quale, avuto riguardo alla complessiva situazione dell’ordine pubblico nell’area interessata, l’appellato, pur titolare di due esercizi di ristorazione, non necessitava del porto d’arma.

L’errore riposava semmai nelle pregresse statuizioni ampliative, emendabili in autotutela; ne discendeva la correttezza dell’azione amministrativa spiegata, fondata su complessive valutazioni incentrate su dati statistici della criminalità sul territorio e su quelli relativi al controllo di zona in atto espletato dalle forze di polizia.

L’appellato ha chiesto che l’appello venga dichiarato inammissibile ovvero respinto nel merito, evidenziando che sussistevano le condizioni per il rilascio del titolo; ha fatto presente che sussisteva la medesima situazione di fatto in relazione alla quale (già a far data dal 1998) aveva ininterrottamente goduto del beneficio (in assenza di contestazioni circa l’uso fattone); che non aveva avuto conoscenza della nota dell’amministrazione dell’11 settembre 2009 che - comunque non contenendo alcunché di innovativo - impingeva nel divieto di ius novorum di cui all’art. 345 del Codice di procedura civile, fermo il divieto di integrazione giudiziale della motivazione.

L’’appellato stesso afferma che era titolare di due esercizi di ristorazione (“Fattoria Fernando” e “Villa Sirio”) ubicati in aree isolate; uno aveva una capienza di più di 400 posti; custodiva con sistematicità gli incassi e percorreva ogni notte itinerari ubicati in aperta campagna: ricorrevano tutte le condizioni di legge per il rinnovo del titolo.

DIRITTO

L’appello è infondato e va respinto, nei termini di cui alla motivazione che segue con conseguente conferma della appellata sentenza.

Non mette conto soffermarsi sull’eccezione di inutilizzabilità formulata dall’appellata riguardo alla nota della Questura di Pescara dell’11 settembe 2009 in quanto essa non aggiunge alcunché – sotto il profilo motivazionale ed istruttorio- a quanto in precedenza conosciuto.

Appare invece utile riassumere recenti orientamenti della giurisprudenza in materia di verifica della permanenza in capo al privato dei requisiti legittimanti la detenzione di armi (per difesa ed ad uso caccia). L’indirizzo prevalente afferma che la revoca della licenza del porto di fucile costituisce esercizio del potere di cui all'art. 43 r.d. 18 giugno 1931 n. 773, che implica una valutazione discrezionale sull'affidabilità del titolare della licenza ai fini dell'uso dell'arma (Cons. Stato, VI, 22 maggio 2006, n. 2945).

Si è pertanto affermato che sono legittimi il divieto di detenere armi, munizioni ed esplosivi e la revoca del permesso al porto di pistola disposti sulla base di una serie di fatti i quali, nell'apprezzamento dell'amministrazione, possono indurre in quel momento ad ipotizzare un uso improprio dell'arma in modo da non recare danno ed altri. (tra le tante, si veda Cons. Stato, VI, 23 giugno 2006, n. 3992).

Sotto il profilo della consistenza del dato probatorio sotteso alla valutazione amministrativa, si è considerato che ai fini della revoca del porto d'armi è sufficiente che sussistano elementi indiziari circa la mera probabilità di un abuso dell'arma da parte del privato (es., Cons. Stato, VI, 7 novembre 2005, n. 6170).

Quanto alle condotte che possono essere a base della revoca della licenza,è consolidata la tesi (che vi ricomprende anche le mere disattenzioni e le mancanze di diligenza) per cui ai fini della revoca del porto d'armi, "abuso" dell'arma non è solo il suo uso illegittimo, ma anche l'omissione delle cautele dirette ad impedire che persone diverse dal titolare possano impadronirsene e servirsene ; pertanto, legittimamente è disposta la revoca a chi abbia lasciato una pistola in un'autovettura parcheggiata, senza curarsi di chiuderla, e che per tale circostanza abbia subito il furto della macchina e della pistola (Cons. Stato, I, 10 giugno 1977, n. 1538).

Ai sensi dell’art. 39 r.d. 18 giugno 1931 n. 773, può essere vietata la detenzione delle armi a quanti ritenuti capaci di abusarne; e pergli artt. 11 e 43 la licenza di porto d’armi può essere ricusata a quanti non danno affidamento di non abusare delle armi. Tale disciplina è a presidio dell'ordine e della sicurezza pubblica, alla prevenzione del danno che possa derivare a terzi da indebito uso e inosservanza degli obblighi di custodia, nonché della commissione di reati che possano essere agevolati dall'utilizzo del mezzo di offesa.

I provvedimenti di autorizzazione alla detenzione e del porto di armi postulano quindi che il destinatario sia indenne da mende, osservi una condotta di vita improntata a puntuale osservanza delle norme penali e di tutela dell'ordine pubblico, nonché delle comuni regole di buona convivenza civile, sì che non possano emergere sintomi e sospetti di utilizzo improprio dell’arma in pregiudizio ai tranquilli ed ordinati rapporti con gli altri consociati.

Il potere di vietare la detenzione di armi a carico di quanti sono ritenuti capaci di abusarne, configura un potere di valutazione discrezionale, da esercitarsi con prevalente riguardo all’interesse pubblico all’incolumità dei cittadini ed alla prevenzione del pericolo di turbamento che può derivare dall’eventuale uso delle armi, in riferimento alla condotta ed all’affidamento che il soggetto può dare in ordine alla possibilità di abuso delle stesse. A tale affermazione consegue, tra l’altro, che, considerato il carattere preventivo delle misure di polizia, non è richiesto che vi sia stato un oggettivo ed accertato abuso da parte dell’interessato, essendo sufficiente che – sulla base di elementi obiettivi – se ne dimostri una scarsa affidabilità nell’uso delle armi, o un’insufficiente capacità di dominio dei propri impulsi ed emozioni (Cons. Stato, IV, 26 gennaio 2004, n. 238).

Analogamente, con riferimento alla revoca della licenza di porto d’armi ai sensi dell’art. 11, nonsi richiede un oggettivo ed accertato abuso, ma è sufficiente che il soggetto non dia affidamento di non abusarne e risultando, perciò, legittima – nonostante non ricorra alcuna delle ipotesi direttamente descritte dalla legge – la revoca dell’autorizzazione in base al motivato convincimento dell’Amministrazione circa la prevedibilità dell’abuso dell’autorizzazione.

Il dato complessivo che da questi orientamenti si ricava è che la valutazione amministrativa è di lata discrezionalità,e che l’esercizio di questa discrezionalità non è suscettibile di un sindacato nel merito, ma solo riguardo all’uso distorto che se ne possa fare. D’altro canto, a valutazione circa la disponibilità effettiva di un’arma a fini di difesa risente della necessità che, stante il potenziale pericolo rappresentato dal possesso e dall’utilizzo dell’arma, l’amministrazione si cauteli mercè un giudizio prognostico che, ex ante, escluda la possibilità di abuso.

Tale valutazione favorevole all’appellato è riscontrabile nel caso di specie.

Invero risulta che l’appellato non ha mai abusato del titolo; che la sua attività professionale è la medesima che diede luogo al rilascio del medesimo; che detta attività lo espone a possibili iniziative criminali.

Non è in discussione il potere dell’amministrazione di agire in autotutela con riguardo al titolo, ma i parametri cui ancorare detto esercizio dell’autotutela.

Esattamente, ritiene il Collegio, il Tribunale amministrativo ha considerato che il provvedimento negativo impugnato era carente di motivazione. Avrebbe infatti l’Amministrazione dovuto esternare adeguatamente le ragioni per cui l’interessato, già da essa ritenuto (sin dal 1998) abile alla detenzione, non era più da considerare tale. Ma una tale necessaria esposizione di ragioni difetta nell’atto impugnato. Il che concreta la denunciata illegittimità, perché non spiega le cause di questa discontinuità nella valutazione amministrativa, che si risolve in una restrizione di facoltà prima riconosciute all’interessato.

Al di fuori di generiche considerazioni in materia di ordine pubblico, non è stata invero prospettata ragione alcuna del perché l’appellato, che del titolo abilitativo non ha mai abusato, fosse divenuto non meritevole del rinnovo. Neppure è dato conoscere quale rilevante mutamento complessivo della situazione dell’ordine pubblico legittimasse uno specifico giudizio di insussistenza del pericolo.

Esattamente il Tribunale amministrativo regionale ha colto tale carenza ed ha ritenuto illegittimo il provvedimento reiettivo.

L’appello proposto va dunque respinto.

Sussistono le condizioni di legge per compensare le spese processuali sostenute dalle parti a cagione della complessità in fatto delle questioni devolute all’esame del Collegio.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto lo respinge e per l’effetto conferma nei termini di cui alla motivazione la sentenza appellata.

Spese processuali compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 12 ottobre 2010 con l'intervento dei magistrati:



Giuseppe Severini, Presidente

Roberto Garofoli, Consigliere

Bruno Rosario Polito, Consigliere

Roberto Giovagnoli, Consigliere

Fabio Taormina, Consigliere, Estensore





   
   
L'ESTENSORE  IL PRESIDENTE
   
   
   
   
   

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 24/11/2010

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)



 

DL 151/2001 - Dipendenti pubblici - Assegnazione, a richiesta, anche in modo frazionato

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DL 151/2001 - Dipendenti pubblici - Assegnazione, a richiesta, anche in modo frazionato

IMPIEGO PUBBLICO
Cons. Stato Sez. VI, Sent., 14-10-2010, n. 7506
Fatto Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo

La sentenza appellata ha dichiarato improcedibile il ricorso introduttivo del giudizio ed ha accolto i motivi aggiunti, annullando il provvedimento di riesame del 4 settembre 2009, sulla base delle seguenti motivazioni.

"Considerato che il ricorso in epigrafe concerne l'ambito applicativo dell'art. 42 bis del D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, in base al quale "il genitore con figli minori fino a tre anni di età, dipendente di amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, coma 2, del decreto legislativo 30.3.2001, n. 165 e successive modificazioni, può essere assegnato, a richiesta, anche in modo frazionato e per un periodo non complessivamente superiore a tre anni, ad una sede di servizio ubicata nella stessa provincia o regione, nella quale l'altro genitore esercita la propria attività lavorativa, subordinatamente alla sussistenza di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva e previo assenso delle amministrazioni di provenienza e di destinazione";

Vista e richiamata l'ordinanza in data 29.7.2009 (pubblicata i successivo 31 luglio) con la quale la I Sezione di questo Tribunale ha accolto l'istanza di sospensione interinale degli effetti derivanti dall'avversato provvedimento ai fini del riesame dello stesso;

Letto il provvedimento adottato in esito a riesame da parte della p.a. (impugnato dal ricorrente con mm.aa. di gravame) ed osservato che lo stesso preliminarmente ribadisce l'inapplicabilità dell'Istituto di cui all'art.42 bis citato agli appartenenti alla Polizia di Stato (evocando precedenti risalenti all'anno 2006 della I Sezione del Consiglio di Sato) e di seguito impernia il rinnovato diniego sull'impossibilità di sostituire il dipendente nella sede di Palmi le cui esigenze (pur se con organico ampiamente sovrabbondante rispetto alla relativa pianta) ritiene, sic et simpliciter, preminenti rispetto a quelle della ulteriore (e sotto organico) sede indicata dal dipendente;

Considerato che:

1. destinatario del beneficio in oggetto è il personale dipendente delle pubbliche amministrazioni disciplinate dal D.Lvo 165/01, il cui art.1 contiene disposizioni che disciplinano l'organizzazione degli uffici e i rapporti di lavoro e di impiego alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche; per queste ultime, a tenore del II comma," s'intendono" tra l'altro, "tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie....";

2. non può non essere osservato che proprio in tema di disciplina del rapporto di lavoro, nel successivo art. 3 dello stesso decreto n. 165/01 viene affermato che "rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti: i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il personale militare e le Forze di polizia di Stato......."

3. la materia dei trasferimenti, temporanei o definitivi che siano, del personale dipendente delle pubbliche amministrazioni riguarda il rapporto di lavoro del medesimo, concernendo direttamente la variazione del luogo in cui la prestazione deve essere effettuata;

4. l'ampia individuazione delle pubbliche amministrazioni, contenuta nel II comma dell'art. 1 del decreto n. 161/01, va integrata, anche ai fini dell'applicazione dell'art. 42bis del decreto n. 151 del 26 marzo 2001, dal successivo art. 3, per il quale " il personale militare e le Forze di polizia di Stato", rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti;

5. nell'Ordinamento della P.S. ha fatto ingresso, nell'ambito del rapporto di lavoro degli appartenenti a tale Istituzione, prima la norma dell'art.14 del d.P.R. n. 170 del 2007 e poi la norma dell'art. 18 del d.P.R. n.51 del 2009 (decreti rispettivamente di recepimento dell'accordo sindacale per le FF. polizia ad ordinamento civile e militare e di integrazione di tale accordo): norme, entrambe di analogo tenore, che individuano una serie di disposizioni che si applicano al personale delle FF.Polizia ad ordinamento civile "oltre a quanto previsto dal d.lgs. n.151 del 2001";

6. conseguentemente, quantomeno a partire dalla data di efficacia del d.P.R. n.170 del 2007 ed in forza dell'esplicito ed inequivoco richiamo contenuto nel citato art.14, nell'Ordinamento della P.S. trovano applicazione le norme del d.lgs. n.151 del 2001 senza che possano invocarsi, a sostegno di una difforme tesi esegetica, precedenti della I Sezione del Consiglio di stato che sono antecedenti al 2007; con riveniente incondivisibilità, in parte qua, dell'interpretazione sostenuta nella prima parte del provvedimento impugnato;

Considerato che, se pur vero che, nel caso di specie, la p.a. ha negato il proprio assenso all'assegnazione del ricorrente in sede sottoorganico, è altresì vero che tale diniego, così come nel provvedimento inizialmente impugnato, continua ad essere motivato esclusivamente con la ritenuta preminenza delle esigenze facenti capo alla sede di Palmi ove, - è rimasto incontestato - prestano servizio 71 unità e cioè 39 in più di quanto previsto nella relativa dotazione organica (32 unità);

Preso atto che a fronte di tali incontestati dati di fatto non può ritenersi né adeguata ovvero sufficiente ovvero congrua ovvero plausibile la secca motivazione utilizzata dalla p.a per giustificare l'impugnato e rinnovato diniego; e che, quale logico corollario, si rivelano manifestamente fondate le doglianze, sul punto, dedotte dal ricorrente;

Considerato che nel caso di specie sussistono i presupposti richiesti dall'art.9 della legge n.205 del 2000 per la sua definizione con una decisione in forma semplificata; evenienza in ordine alla quale sono state informate le parti presenti;

Considerato, pertanto, che il ricorso introduttivo del giudizio, alla luce della rinnovata e negativa pronuncia della p.a. impugnata con mm.aa. di gravame è divenuto improcedibile; mentre, per le ragioni sopra specificate, deve ritenersi manifestamente fondato il ricorso con cui sono stati interposti mm.aa. di gravame".

Con atto di appello, notificato in data 13 gennaio 2010 e depositato in data 26 gennaio 2010, il Ministero dell'interno ha impugnato la sentenza meglio specificata in epigrafe sostenendo l'inapplicabilità alla fattispecie dell'art. 42 bis del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151.

Si è costituito in giudizio il signor A.A. per resistere all'appello.

All'udienza del 25 giugno 2010 l'appello è stato trattenuto in decisione.
Motivi della decisione

La sezione non può che confermare la propria recentissima decisione del 25 maggio 2010, n. 3728.

"Come è noto l'art. 42 bis, comma 1, del d.lgs. 26 marzo 2001 n. 151 (T.U. delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità) - introdotto dall'art. 3, comma 105, della legge n. 350 del 24 dicembre 2003 - prevede che "il genitore con figli minori fino a tre anni di età dipendente di amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, può essere assegnato, a richiesta, anche in modo frazionato e per un periodo complessivamente non superiore a tre anni, ad una sede di servizio ubicata nella stessa provincia o regione nella quale l'altro genitore esercita la propria attività lavorativa....".

Al riguardo questo Consiglio ha già chiarito l'assorbente e preliminare profilo per cui destinatario del beneficio in oggetto, è in realtà il solo personale civile dipendente dalle pubbliche amministrazioni disciplinate dal d.lgs. n. 165 del 2001. (cfr. IV Sez. n. 3876 del 10 luglio 2007 e n. 7472 del 2005, decisioni riguardanti, con percorso in diritto analogo a quello qui condiviso, l'analoga posizione del personale appartenente al Corpo della Guardia di finanza).

Soltanto in generale, in effetti, l'art. 1, comma 2, del decreto da ultimo citato, qualifica come amministrazioni pubbliche "tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie....".

Sennonché non può non essere osservato che proprio in tema di disciplina del rapporto lavorativo, nel successivo art. 3 dello stesso decreto, viene chiarito che "rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti: i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il personale militare e le Forze di polizia di Stato, il personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia nonché i dipendenti degli enti che svolgono la loro attività nelle materie contemplate dall'articolo 1 del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 17 luglio 1947, n. 691, e dalle leggi 4 giugno 1985, n. 281, e successive modificazioni ed integrazioni, e 10 ottobre 1990, n. 287....".

Ne deriva che l'ampia individuazione delle pubbliche amministrazioni, contenuta nel secondo comma dell'articolo 1, va integrata - ai fini dell'applicazione dell'art. 42bis del decreto n. 151 del 2001 - col peculiare disposto del successivo art. 3, per il quale "il personale militare e le Forze di polizia di Stato", rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti.

D'altra parte, l'inapplicabilità del beneficio del trasferimento temporaneo si rapporta al particolare status giuridico di quel personale, le cui specifiche funzioni giustificano un regime differenziato, del quale, per questa stessa ragione, è indubbia la copertura costituzionale.

Legittimamente attuativo di tale peculiarità funzionale ed organizzativa deve ritenersi, a rafforzamento del profilo di impugnazione qui condiviso, il sistema normativo invocato in appello, quale emergente dalle disposizioni dell'art. 36 della legge 1° aprile 1981, n. 121 nonché dell'art. 56 del d.P.R. 24 aprile 1982, n. 335, che confermano la specialità ed eccezionalità del regime di mobilità in senso proprio vigente per gli appartenenti alla Polizia di Stato, nonché la stessa specialità sostanziale degli artt. 9 e 10 del citato d.lgs. n. 151 del 2001, quali disposizioni di "tutela e sostegno della maternità e della paternità" applicabili alle forze di polizia.

L'art. 42bis del decreto n. 151 del 2001 non è quindi invocabile dal pubblico dipendente che appartenga alla Polizia di Stato. L'appello deve quindi essere accolto, con riforma della sentenza impugnata e rigetto integrale del ricorso originario".

Resta salva, ovviamente, la possibilità per l'appellato di richiedere il trasferimento nella sede desiderata ad altro titolo.

Le spese del giudizio possono essere compensate, ricorrendo giusti motivi correlati al tipo di interessi tutelati dalla normativa qui in rilievo.
P.Q.M.

il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunziando, accoglie l'appello e per l'effetto annulla la sentenza impugnata con conseguente rigetto del ricorso di primo grado.

Spese compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.
 

 

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IMPIEGO PUBBLICO   -   INVALIDI
Cons. Stato Sez. IV, Sent., 03-12-2010, n. 8527
Fatto Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo

Con sentenza in forma succintamente motivata, n. 292/2005, il TAR di Reggio Calabria ha respinto il ricorso dell'appellante avverso il diniego dell'Amministrazione penitenziaria in ordine alla sua istanza di trasferimento ai sensi della legge n. 104/1992, fondato sull'inesistenza del requisito della continuità ed attualità dell'assistenza al momento della proposizione nella domanda (art. 33, quinto comma, della legge n. 104/1992, come modificato dall'art. 19 della legge n. 53/2000), atteso che il ricorrente svolge servizio a Reggio Calabria e la nonna invalida handicappata risiede a ####################, in provincia di ####################.

La sentenza ha motivato il rigetto del ricorso, richiamando la normativa primaria e la giurisprudenza di essa applicativa, sulla base della quale si evince il principio che l'accoglimento della richiesta di trasferimento del pubblico dipendente nella sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, formulata ai sensi dell'art. 33 comma 5 della leggi 5 febbraio 1992, n. 104, presuppone la rigorosa dimostrazione, da parte del lavoratore, della continuità dell'assistenza al parente handicappato: circostanza, questa, smentita, a detta del TAR, dalla rilevante distanza tra sede di lavoro e residenza del parente disabile, la prima trovandosi in Calabria e la seconda in Sicilia.

Avverso la predetta sentenza ha proposto appello, con istanza cautelare, il dipendente, deducendo violazione dell'art. 33 L. n. 104/1992.

In particolare, l'appello lamenta che con la sentenza impugnata il Giudice di primo grado si sarebbe discostato dai criteri da lui stesso utilizzati per fattispecie analoghe, rigettando la domanda sul presupposto illogico e contraddittorio che la distanza intercorrente tra la sede di servizio del ricorrente e quella di residenza del disabile, impedisse di fatto di poter dare per acquisito il requisito della continuità dell'assistenza. Al contrario - osserva ancora l'appellante - tra la sede di servizio del ricorrente (Reggio Calabria) e quE1la di residenza del disabile (#################### - CT) intercorre una distanza di non più di 180 Km, percorribili in pochissime ore con un normale autoveicolo.

Il dato temporale e spaziale non poteva essere, quindi, idoneo a giustificare un giudizio di assenza del requisito della continuità dell'assistenza, tanto più che in senso diametralmente deponevano, a detta del dipendente, tutte le attestazioni allegate al ricorso, che invece evidenziavano la continuità dell'assistenza al disabile, come la dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà resa dal ricorrente e la certificazione rilasciata dal Comando della Polizia Municipale di ####################, facente fede sino a querela di falso.

Con ordinanza n. 4501/2005 questa Sezione ha respinto, con chiara ed esauriente (seppur necessariamente sintetica) motivazione l'appello cautelare.

Alla pubblica udienza del 5 novembre 2010 la causa è stata trattenuta in decisone.
Motivi della decisione

1 - L'appello è palesemente infondato, come peraltro già rilevato ed anticipato da questa Sezione con la chiarissima ordinanza n. 4501/2005 di rigetto dell'istanza cautelare d'appello.

Preliminarmente, vale ricordare che la legge quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, n. 104 del 521992, ha stabilito, all'articolo 33, comma 5 (come novellata dalla legge n. 53/2000), che il genitore o il familiare lavoratore pubblico o privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato ha diritto di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.

La norma va letta ed applicata con il giusto rigore, che consenta di conciliare i contrapposti interessi, pubblici e privati, in essa coinvolti ed eviti i consueti e ripetuti abusi del " diritto " da essa riconosciuto, con l'invenzione, ad esempio, di situazioni di assistenza soggettivamente o oggettivamente inesistenti o drammatizzate, ovvero l'improvvisa (e sospetta) riscoperta di sentimenti di solidarietà familiare.

2 - La predetta esigenza di un criterio ermeneutico di razionale severità trova riscontro, anzitutto, nei reiterati interventi della Corte costituzionale, la quale, pur riconoscendo il valore primario della solidarietà e della tutela dei soggetti portatori di handicap, ha, tuttavia ed al contempo, dato rilievo alla discrezionalità del Legislatore nell'individuare gli strumenti normativi finalizzate a garantire la condizione del portatore di handicap mediante la interrelazione e la integrazione dei valori espressi dal complessivo disegno costituzionale (cfr. Corte costituzionale, 22 luglio 2002, n. 372; Corte cost. n. 406 del 1992; id., n. 325 del 1996; n. 246 del 1997; n. 396 del 1997; cfr. anche Cass., sez. un., 9 luglio 2009, n. 16102).

3 - La limitazione del " diritto " riconosciuto dalla legge al lavoratore che assista un parente invalido, in ragione della concomitanza e concorrenza di valori di rilievo costituzionale, quali i principi distintamente espressi dagli artt. 97 (buon andamento della P. A.) e 41 (libertà di iniziativa economica) Cost., si manifesta espressamente, nel citato art. 33, con riguardo alla scelta della sede di lavoro all'atto dell'assunzione, ovvero anche in via di successivo trasferimento a domanda, con l'inciso "ove possibile"; inciso che vale a configurare una subordinazione del predetto " diritto " alla condizione che il suo esercizio non comporti una lesione eccessiva delle esigenze organizzative ed economiche del datore di lavoro privato, ovvero non determini un danno per la collettività compromettendo il buon andamento e l'efficienza della pubblica amministrazione (cfr. Corte Cost. n. 372 del 2002; Cass., sez. un., 9 luglio 2009, n. 16102; sez. un., n. 7945 del 2008; Cass. n. 1396
del 2006; id., n. 8436 del 2003; id., n. 12692 del 2002).

4 - La stessa finalità di contemperamento di opposti interessi privati e pubblici, tutti parimenti rapportabili a valori di rango costituzionale, permane pur dopo la novella ampliativa del 2000.

Vale ricordare che con la sentenza della Corte Costituzionale n. 325 del 1996 che ha dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale della L. n. 104 del 1992, art. 33, comma 5 sotto il profilo del mancato riconoscimento del diritto al lavoratore non convivente, il giudice delle leggi, pur sottolineando l'importanza dei valori costituzionali inerenti la protezione del portatore di handicap, ha tuttavia rilevato che "seguendo l'impostazione del giudice a quo, si rischia di dare alla norma un rilievo eccessivo, perché non è immaginabile che l'assistenza al disabile si fondi esclusivamente su quella familiare, sì che il legislatore ha, con la Legge Quadro n. 104, ragionevolmente previsto - quale misura aggiuntiva - la salvaguardia dell'assistenza in atto, accettata dal disabile, al fine di evitare rotture traumatiche, e dannose, della convivenza".

La legge n. 53 del 2000 ha novellato il testo originario dell'articolo 33, togliendo il requisito della convivenza ma lasciando intatti gli altri.

Il che significa che se il Legislatore, nell'esercizio della sua riconosciuta discrezionalità, ha ampliato, entro ristretti limiti, l'art. 33 della legge n. 104, tali limiti non possono essere superati mediante una interpretazione estensiva della novellata previsione, che intenda affievolire gli altri fondamentali requisiti della preesistenza (in casi di prima assegnazione di sede), della continuità e della esclusività.

Occorre, infatti, procedere ad una lettura della norma costituzionalmente orientata, considerato che proprio il precedente assetto normativo è stato ritenuto, come detto, conforme alla Costituzione (cfr.. Cass., sez. lav., 22 aprile 2010, n. 9557)

5 - Lo stesso criterio interpretativo polivalente, che contempera esigenze di solidarietà, razionalità e rigore è ripetutamente adoperato dalla giurisprudenza di questo Consiglio.

Si è infatti rilevato che la legge n. 104, al di là di una terminologia enfatica, non configura in realtà un vero diritto soggettivo di precedenza nei trasferimenti del familiare lavoratore, bensì un semplice interesse legittimo a scegliere la propria sede di servizio ove possibile, cioè compatibilmente con le necessità e le realtà obiettive organizzative ed operative della P. A.. (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, n. 565 del 2005 e Comm. spec., 19 gennaio 1998, n. 394).

Sul piano operativo, pertanto, la pretesa del lavoratore che assiste con effettiva continuità un parente handicappato alla scelta della sede di lavoro deve trovare accoglimento solo se risulta compatibile con le specifiche esigenze funzionali dell'Amministrazione di appartenenza.

È stato, infine, precisato (CdS, Sez. VI, 30 aprile 2002, n. 2319) che, ai fini del riconoscimento del diritto alla precedenza nei procedimenti di mobilità previsto dall'art. 33, è necessario che l'handicap di cui soffre il congiunto presenti carattere di particolare gravità e necessiti di prestazioni assistenziali permanenti, incompatibili con sede distante, e che presupposti per l'applicazione del beneficio in parola, sono la continuità dell'assistenza da lui prestata e la mancanza di altri familiari residenti nello stesso Comune in cui risiede il disabile (cfr. anche Cons. stato, sez. IV, 22 febbraio 2006, n. 793).

6 - Quanto al criterio di effettività, che vale ad evitare la precostituzione di situazioni artatamente e fraudolentemente invocate per ottenere trasferimenti lesivi del principio di imparzialità, anch'esso è stato applicato con estremo rigore, laddove, ad esempio, si è fissato il principio di preesistenza della situazione di assistenza al momento dell'assunzione (ex multis: Cons. Stato, sez. IV, 24 marzo 2010, n. 1733); ovvero quando ha fornito un'interpretazione rigorosa del requisito della continuità ed esclusività dell'assistenza, cioè della mancanza di altri supporti parentali, da correlarsi a situazioni o condizioni di carattere oggettivo, concernenti eventualmente anche stati psicofisici connotati da una reale gravità, idonei a giustificare l'indisponibilità di altri familiari a prestare la loro opera di sostegno al proprio parente invalido solo nella misura in cui risultino tali da concretizzare un'effettiva esimente da vincoli di assistenza familiare, nel
contemperamento delle posizioni dei soggetti interessati. In mancanza di tali situazioni di comprovata ed oggettiva impossibilità a fornire sostegno al proprio familiare da parte di parenti ulteriori rispetto a chi richieda i benefici della legge n. 104/1992, questa finirebbe per snaturarsi e configurarsi - in spregio alle finalità solidaristiche che costituzionalmente la supportano - come strumento per atteggiamenti egoistici o opportunistici (cfr. Cons. St., sez. IV, 15 febbraio 2010, n. 825).

7 - Al rigore sostanziale che connota l'applicazione della legge n. 104 del 1992 deve fare riscontro quello processuale e probatorio.

Infatti, si è stabilito, da parte della giurisprudenza di questo Consiglio, che ai fini della fruizione del beneficio del trasferimento per prestare assistenza ad un congiunto disabile, spetta al dipendente pubblico dimostrare, mediante dati o riferimenti oggettivi, che altri parenti e affini non siano in grado o comunque non siano motivatamente e documentatamente disponibili ad occuparsi dell'assistenza del disabile. In particolare, si è precisato che detta dimostrazione non può essere data mediante semplici dichiarazioni di carattere formale, attestanti impegni di vita ordinari e comuni, ma necessita della produzione di dati ed elementi certi e di carattere oggettivo (Cons. Stato, sez. IV, 21 maggio 2010, n. 3237; sez. IV, 2 marzo 2010, n. 1219; sez. IV, 25 giugno 2010, n. 4115).

8 - Con riferimento al caso di specie, l'amministrazione ha ritenuto che mancasse il requisito della continuità assistenziale, mancanza comprovata dalla distanza tra sede di servizio e residenza della nonna invalida.

Nello stesso senso si è pronunciata l'ordinanza emessa da questo Consiglio in sede cautelare per rigettare l'istanza di sospensiva della sentenza di primo grado formulata dal dipendente.

Invero - come peraltro già osservato da questa Sezione per una vicenda per molti aspetti analoga alla presente controversia - deve convenirsi con l'appellata sentenza nell'osservazione secondo la quale non è verosimile né credibile, secondo le regole della normale esperienza, che un dipendente, considerata la distanza fra la sede di servizio ed il luogo di residenza del congiunto, presti a quest'ultimo assistenza con continuità (Cons. Stato, sez. VI, 23 gennaio 2007, n. 234).

9 - Lo stesso appellante, d'altronde, si rende conto dell'esistenza del dato oggettivo della distanza per sminuirne, tuttavia, la portata, osservando che la distanza tra la propria sede di servizio e quella di residenza della nonna disabile, non impedisce, di fatto, di poter dare per acquisito il requisito della continuità dell'assistenza, tenuto conto che tra la sede di servizio (Reggio Calabria) e que1la di residenza del disabile (provincia di C####################) intercorre una distanza di " non più di 180 Km ".

Si tratta di affermazione azzardata, la quale non tiene conto del dato oggettivo che fra andata e ritorno da e per la sede di servizio non può intercorrere un tempo inferiore almeno alle quattro ore: tempo evidentemente inconciliabile con una effettiva ed utile assistenza giornaliera.

A ulteriore supporto della tesi della continuità, l'appellante, come esposto in punto di fatto, invoca e richiama le attestazioni allegate al ricorso di primo grado, che, a suo dire, avrebbero attestato la continuità dell'assistenza alla nonna disabile, come la dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà resa dal ricorrente e la certificazione rilasciata dal Comando della Polizia Municipale di ####################, facente fede sino a querela di falso.

Quanto alla prima, si tratta evidentemente di dichiarazione inidonea, come già statuito dalla giurisprudenza richiamata sub p. 7, ad essere oggetto di atto di notorietà, riguardando un dato di diretto interesse del dichiarante.

Quanto alla certificazione comunale, essa depone proprio in senso contrario all'aspirazione dell'appellante, ivi attestandosi soltanto una assistenza " periodica ", termine che, stando ad indicare una frequenza intervallata da periodi di assenza, è tutto l'opposto di " continuativa ".

10 - Ritiene il Collegio, attesa anche la delicatezza della materia coinvolgente plurimi e contrapposti interessi di valenza costituzionale, di dover tener conto dell'indirizzo " garantista " espresso pure da questo Consiglio, con riferimento alla configurazione dell'esigenza di un ordinato assetto dell'organizzazione amministrativa, in termini di esigenza di rango sotto ordinato rispetto alla necessità di ripristinare, per quanto possibile, condizioni di uguaglianza nei confronti dei soggetti portatori di handicap, tenuto conto della rilevanza costituzionale di tale finalità (sez. VI, 25 giugno 2007, n. 3566).

Al contempo, tuttavia, ritiene altresì di confermare, pur nel rispetto e nella considerazione del ricordato orientamento, l'esposto criterio di rigore sostanziale e probatorio, senza il quale le sacrosante ragioni di tutela espresse con la legge n. 104/1992 rischiano di tramutarsi in uno strumento di abuso, mediante dichiarazioni mendaci o, comunque, enfatiche, per dipendenti infedeli, privi di quel senso dell'onore e della disciplina richiesto dall'art. 54, comma 2, Cost..

11 - Conclusivamente l'appello va respinto.

Le spese, liquidate come da dispositivo nella misura conseguente anche ai chiari segnali di esito negativo dell'appello contenuti nell'ordinanza cautelare di questa Sezione, seguono, come di regola, la soccombenza (art. 26 c.p.a.).
P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto,

respinge l "appello.

Spese a carico dell'appellante in favore dell'amministrazione appellata costituita, nella misura di euro 2.500,00.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
 

 

Polizia di Stato - Indennità di trasferimento

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Nuova pagina 2

Polizia di Stato - Indennità di trasferimento

Nell’articolo 1 della L. 86 del 2001 non c’è alcuna menzione, neanche indiretta, alla necessità di dover valutare anche l’ulteriore requisito della sussistenza di una distanza minima chilometrica tra le sedi di servizio interessate al trasferimento dell’appartenente alla Polizia di Stato.
D’altra parte, anche il trasferimento d’ufficio in un comune inferiore a 10 km alla sede di servizio comporta per l’interessato un sacrificio oggettivo, essendo il medesimo costretto ad affrontare nuovi oneri e disagi.

 
 
 

N. 08211/2010 begin_of_the_skype_highlighting              08211/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.SEN.

N. 05490/2005 begin_of_the_skype_highlighting              05490/2005      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 5490 del 2005, proposto da:
#################### ####################, rappresentato e difeso dall'avv. -

contro

Ministero dell'Interno, Questura di Caserta, in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliato per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;
 

per la riforma

della sentenza del T.A.R. CAMPANIA - NAPOLI: SEZIONE VI n. 3045/2005 begin_of_the_skype_highlighting              3045/2005      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente RICONOSCIMENTO BENEFICIO ECONOMICO DELLA INDENNITA' DI TRASFERIMENTO

 


 

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno e di Questura di Caserta;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 5 novembre 2010 il Cons. Luciano Barra Caracciolo e uditi per le parti gli avvocati dello Stato De Felice.;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 


 

FATTO

Con la sentenza in epigrafe, il Tribunale amministrativo regionale per la Campania ha respinto il ricorso presentato dal sovrintendente capo della Polizia di Stato #################### #################### avverso il diniego (nota del 1° settembre 2001) di attribuzione del trattamento economico di cui alla legge 19 marzo 2001, n.86 (c.d. indennità di trasferimento), richiesto in dipendenza del trasferimento d’ufficio dal -

Riteneva il Tribunale che la nota impugnata avesse correttamente fatto riferimento a circolari e note ove l’Amministrazione aveva chiarito che il presupposto per beneficiare dell’indennità fosse la sussistenza di una distanza minima di dieci chilometri tra la sede di provenienza e quella di destinazione del dipendente, presupposto conforme alla finalità della legge 10 marzo 1987, n. 100 e poi della legge 23 marzo 2001, n.86. Tale indennità continuativa mutuava lo scopo ed il regime di quella di missione ordinaria, come attestava l’interpretazione letterale e logico-sistematica della normativa, che aveva condotto all’introduzione del requisito della distanza minima in sede di emanazione della circolare applicativa della legge, non rilevando il mancato richiamo alla legge 2 aprile 1979, n.97 (in tema di missione continuativa) da parte della legge n.86 del 2001, per quanto in precedenza contenuto nella legge n.100 del 1987. Il mutamento richiamato in ricorso, incentrato sull’omesso richiamo, da parte della nuova legge, dell’art.13 della l. n.97 del 1979 (che a sua volta agganciava il trattamento all’art.12, commi 1 e 2, della legge 26 luglio 1978, n.417 consentendo tuttavia anche il richiamo dell’art.1 s.l. che derogava, in funzione dei dieci chilometri, al limite di trenta chilometri fissato per tutti i pubblici dipendenti), non rilevava, poiché l’indennità di trasferimento risultava assoggettata allo stesso regime giuridico dell’indennità di missione, omogeneità che rendeva comuni i presupposti spaziali di godimento. Ove il legislatore avesse inteso discostarsi dal regime vigente, abolendo il requisito della distanza minima, avrebbe dovuto prevederlo espressamente (l’indennità in questione sarebbe spettata alle sole categorie nominate dalla legge n.86 del 2001 in applicazione del canone ermeneutico dell’art.14 Disp. sulla legge in generale; si sarebbe determinata una deroga “ex lege” n. 100 del 2001 alla deroga “ex lege” n.97 del 1979 della disciplina generale ex lege n. 836del 1973).

Appella l’originario ricorrente deducendo i seguenti motivi:

Dal combinato disposto degli artt.1 e 13 della legge n.86 del 2001 emerge la chiara volontà di innovare il regime giuridico dell’indennità di trasferimento differenziando i trasferimento effettuati prima o dopo il 31 dicembre 2000, prevedendo solo per quelli anteriori il requisito della distanza minima tra sede di provenienza e sede di destinazione, mentre per quelli posteriori si applica la disciplina dell’art.1 s.l. che non richiama l’art.13 della l. n.97 del 79, non prevedendo così la distanza minima. Erra il Tribunale amministrativo nell’applicare le Disposizioni sulla legge in generale in quanto l’art.13 cit. ponendo una differenziazione tra nuovi e vecchi trasferimenti abroga evidentemente l’art.1, comma 1, della legge 100 del 1987, per incompatibilità con le disposizioni dell’art.1 della legge n.86 del 2001 (art.15 Disp. sulla legge in generale). Il diniego basato sulla distanza minima di 10 chilometri si fondava sulla normativa pregressa dettata dall’art.1 della l.n.100 del 1987 col suo rinvio al trattamento economico previsto dall’art.13 della l.n.97 del 1979 e su tale normativa si basavail precedente di cui a Cons. Stato, Ad. Plen., 28 aprile 1999, n. 7. Ma l’art.1 della legge n.86 del 2001 contiene una disciplina compiuta della indennità di trasferimento, senza rinvio al trattamento economico previsto per l’indennità di missione dei magistrati e quantifica con precisione lo specifico trattamento economico spettante, con un richiamo ai soli fini della quantificazione delle diarie di missione. Tra i presupposti compiutamente regolati dalla disciplina del 2001 non vi è spazio per un richiamo alle distanze minime, non recependosi più il trattamento complessivo dell’indennità di missione e la diaria è individuata esclusivamente come parametro di riferimento quantitativo, registrandosi un chiaro dato normativo che non consente di inserire un ulteriore presupposto, né esplicitato né indirettamente richiamato.

L’appellante chiede altresì la correzione del nome del procuratore costituito in primo grado per il ricorrente, erroneamente indicato nella sentenza impugnata.

Si è costituita l’Amministrazione riportandosi alle difese di primo grado e producendo documentazione al fine di invocare la reiezione dell’appello.

DIRITTO

1. Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale (basato sulla disciplina applicabile al tempo dell’instaurazione delle controversia), presupposto per la erogazione della indennità di cui all'art. 1 della l. 10 marzo 1987, n. 100 era la distanza superiore ai dieci chilometri tra la nuova e la originaria sede di servizio. L'indennità continuativa, prevista per gli appartenenti alle forze armate nonché alle forze di polizia, dall'art. 1 l. n. 100 del 1987 - in estensione di analogo trattamento già previsto per i magistrati dall'art. 13 l. 2 aprile 1979, n. 97, pur se aveva i medesimi presupposti della indennità di missione ordinaria (la quale va corrisposta in ragione del temporaneo spostamento dal luogo nel quale si presta servizio), era considerata mutuare da esso lo scopo, che è proprio quello di sopperire alle maggiori necessità derivanti da un trasferimento, in questo caso permanente, in altro comune, con la conseguenza che essa (indennità) doveva considerarsi sottoposta all'identico regime giuridico dell’indennità ordinaria di missione, ivi compresa la sussistenza, ai fini della sua erogazione, della distanza minima di dieci chilometri tra la nuova e l'originaria sede di servizio (Cons. Stato, da IV, 30 luglio 1994, n. 643 fino a IV, 12 maggio 2006, n.2664).

Sennonché l’attuale disciplina della indennità di trasferimento è rinvenibile negli artt. 1 e 13 della successiva legge 29 marzo 2001, n. 86 per cui, per il personale suddetto (e per le altre categorie ivi indicate), la spettanza (per i trasferimenti successivi al 31 dicembre 2000, come nel caso in esame) è basata sui presupposti del trasferimento d’ufficio e della diversità del comune di destinazione, onde la questione va riesaminata alla luce del jus superveniens. In proposito va peraltro richiamato una recente decisione di questo Consiglio cha ha affrontato la questione sotto il profilo normativo qui in rilievo, precedente quest’ultimo che si ritiene di condividere (CGA, 18 novembre 2009, n.1071).

Occorre dunque stabilire se al personale delle Forze armate e delle forze di polizia (ed al personale appartenente alla carriera prefettizia), trasferito d’autorità ad altra sede di servizio, sita in un comune diverso da quello di provenienza, competa oggi l’indennità per il trasferimento di sede, previsto dall’art. 1 della l. 29 marzo 2001, n. 86, indipendentemente dalla misura della distanza tra le due sedi, ovvero se tale beneficio rimanga subordinato alla sussistenza del presupposto della distanza di almeno 10 chilometri tra le sedi, come affermato dalla giurisprudenza nella vigenza dell’art. 1 della l. 10 marzo 1987, n. 100.

Sostiene l’Amministrazione resistente (come pure la sentenza qui impugnata) che anche in presenza del citato art. 1 della l. n. 86 del 2001, mancando una esplicita abrogazione della precedente normativa, il beneficio debba ritenersi ancorato ad un limite minimo chilometrico. Ciò anche perché la speciale indennità in questione, secondo il previgente orientamento giurisprudenziale richiamato in apertura, in quanto“… connessa al trasferimento del personale militare o equiparato, pur non partecipando della natura dell’indennità di missione ordinaria … mutua comunque da quest’ultima lo scopo, che è, appunto, quello di sovvenire alle maggiori necessità derivanti da un trasferimento (permanente) in altra sede …”.

La suesposta tesi non può essere condivisa.

2. Come è noto, la l. 29 marzo 2001, n. 86 ha ampliato in alcune parti la normativa contenuta nella l. 10 marzo 1987, n. 100, riguardante il trattamento economico del trasferimento d’autorità del personale militare, disponendo, tra l’altro, che la nuova disciplina abbia decorrenza per i trasferimenti effettuati dal 1° gennaio 2001, rimanendo in vigore la precedente disciplina fino al 31 dicembre 2000 (così espressamente l’art.13).

In particolare, l’art. 1 della richiamata l. n. 86 del 2001 testualmente recita: “Al personale volontario coniugato e al personale in servizio permanente delle Forze armate, delle Forze di polizia ad ordinamento militare e civile, agli ufficiali e sottufficiali piloti di complemento in ferma dodecennale di cui alla legge 19 maggio 1986, n. 224, e, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 28, comma 1, del decreto legislativo 19 maggio 2000, n. 139, al personale appartenente alla carriera prefettizia, trasferiti d'autorità ad altra sede di servizio sita in un comune diverso da quello di provenienza, compete una indennità mensile pari a trenta diarie di missione in misura intera per i primi dodici mesi di permanenza ed in misura ridotta del 30 per cento per i secondi dodici mesi”.

L’interpretazione letterale della citata disposizione - che alla luce dell’art. 12 delle Disposizioni della legge in generale precede in ragione del principio di legalità, quando offre un risultato coerente e non equivoco, ogni altra interpretazione - induce a ritenere che oggi l’indennità di trasferimento abbia una disciplina autonoma e basata su presupposti compiutamente regolati dalla norma in esame, che sono:

a) trasferimento del militare d’autorità;

b) predeterminazione del criterio di quantificazione, che, in sostanza, non è più affidato al meccanismo di rinvio ad altra normativa;

c) ubicazione della nuova sede di servizio in un comune diverso da quello di provenienza.

Non si rinviene, invece, nella lettera della disposizione, alcuna menzione, neanche indiretta, alla necessità di dovere valutare anche l’ulteriore requisito della sussistenza o meno di una distanza minima chilometrica tra le sedi di servizio interessate al trasferimento del militare.

2.1. Ritiene, inoltre, il Collegio che l’orientamento giurisprudenziale invocato dalla sentenza impugnata e sopra richiamato, formatosi sotto la vigenza dell’art. 1 della menzionata l. n. 100 del 1987 - secondo il quale l’indennità di trasferimento contemplata dalla citata normativa mutuava lo stesso regime giuridico dell’indennità di missione (ivi compresa la distanza chilometrica minima di 10 chilometri tra le due sedi) - non può essere correttamente richiamato dopo l’entrata in vigore dell’art. 1 della l. n. 86 del 2001, che si configura quale norma autonomamente disciplinante il beneficio stesso.

Invero, con l’attuale disposizione non si opera alcun rinvio all’intero regime giuridico dell’indennità di missione, non venendo recepito il trattamento economico complessivo di tale indennità, ma la diaria è individuata esclusivamente come parametro di riferimento quantitativo dell’indennità spettante al militare trasferito.

2.2. D’altra parte, non può essere revocato in dubbio che anche il trasferimento d’ufficio in un comune inferiore a 10 chilometri dalla precedente sede di servizio - ancorché rispondente ad un precipuo interesse pubblico ed a specifiche esigenze di servizio dell’autorità disponente - comporta per l’interessato un oggettivo sacrificio, essendo il medesimo costretto ad affrontare nuovi oneri ed ulteriori disagi.

Pertanto, anche sotto questo profilo, appare ragionevole riconoscere l’indennità de qua in chiave compensatrice delle maggiori spese sostenute dal militare

3. In corretta applicazione dei su esposti principi, nel caso di specie, trattandosi di trasferimento disposto ad altra sede di servizio, sita in un comune diverso dalla precedente, va riconosciuto all’originario ricorrente, odierno appellato, il beneficio economico invocato.

Pertanto, l’appello va, in tale parte, accolto.

3. E’ altresì, nella presente sede di appello, da disporre la correzione della sentenza impugnata nella parte in cui il procuratore costituito in primo grado per l’originario ricorrente è indicato con il cognome di “####################”, anziché quello, esatto, di “####################”

Quanto alle spese, si rinvengono giuste ragioni per disporne l’integrale compensazione fra le parti del giudizio, attesa la novità della questione al momento della proposizione dello stesso atto di appello.

P.Q.M.

 


 

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei termini di cui in motivazione, annullando per l'effetto la sentenza impugnata.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 5 novembre 2010 con l'intervento dei magistrati:

 

 

Giuseppe Severini, Presidente

Luciano Barra Caracciolo, Consigliere, Estensore

Roberto Garofoli, Consigliere

Bruno Rosario Polito, Consigliere

Roberto Giovagnoli, Consigliere

 

 

 

 

     
     
L'ESTENSORE   IL PRESIDENTE
     
     
     
     
     

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 24/11/2010

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)



 
 

Processi lumaca: lo Stato deve risarcire entro 60 giorni.

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N. 03087/2010 begin_of_the_skype_highlighting              03087/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 03088/2010 begin_of_the_skype_highlighting              03088/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 03089/2010 begin_of_the_skype_highlighting              03089/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 03090/2010 begin_of_the_skype_highlighting              03090/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

N. 03091/2010 begin_of_the_skype_highlighting              03091/2010      end_of_the_skype_highlighting REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2443 del 2010, proposto da:
-
 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze;
 



 

sul ricorso numero di registro generale 2795 del 2010, proposto da:
-
 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;
 



 

sul ricorso numero di registro generale 2796 del 2010, proposto da:
-
 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 2798 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3083 del 2010, proposto da:
-
 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3084 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3085 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3086 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3087 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3088 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3089 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3090 del 2010, proposto da:
-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 



 

sul ricorso numero di registro generale 3091 del 2010, proposto da:
S-

 

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

per l'ottemperanza

quanto al ricorso n. 2443 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Iii Civile n. 02862/2008 begin_of_the_skype_highlighting              02862/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE PER IRRAGIONEVOLE DURATA PROCESSO

quanto al ricorso n. 2795 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO)

quanto al ricorso n. 2796 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO)

quanto al ricorso n. 2798 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente del decreto della Corte d’Appello di Palermo, sezione terza civile, n. 6456/2008;

quanto al ricorso n. 3083 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente del decreto della CORTE D'APPELLO DI PALERMO - SEZIONE TERZA CIVILE n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO).

quanto al ricorso n. 3084 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente della decreto del CORTE D'APPELLO DI PALERMO - SEZIONE TERZA CIVILE n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO).

quanto al ricorso n. 3085 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente del decreto decisorio del CORTE D'APPELLO DI PALERMO - SEZIONE TERZA CIVILE n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO).

quanto al ricorso n. 3086 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO)

quanto al ricorso n. 3087 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO)

quanto al ricorso n. 3088 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente della decreto del CORTE D'APPELLO DI PALERMO - SEZIONE TERZA CIVILE n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO).

quanto al ricorso n. 3089 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO)

quanto al ricorso n. 3090 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO)

quanto al ricorso n. 3091 del 2010:

decreto del Corte D'appello Di Palermo - Sezione Terza Civile n. 06456/2008 begin_of_the_skype_highlighting              06456/2008      end_of_the_skype_highlighting, resa tra le parti, concernente EQUA RIPARAZIONE EX LEGE 89/01 (LEGGE PINTO)

 


 

Visti i ricorsi in ottemperanza e i relativi allegati;

 


 

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Presidenza del Consiglio dei Ministri e di Ministero dell'Economia e delle Finanze;

 


 

Viste le memorie difensive;

 


 

Visto l 'art. 114 cod. proc. amm.;

 


 

Visti tutti gli atti della causa;

 


 

Relatore nella camera di consiglio del giorno 7 dicembre 2010 il Cons. Sergio De Felice e uditi per le parti gli avvocati Paolo Accardo in sostituzione di Alberto Cutaia e l’avvocato dello Stato Luca Ventrella;

 


 

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 


 

FATTO

I ricorrenti in ottemperanza agiscono con distinti ricorsi per la esecuzione di un provvedimento giurisdizionale emesso dalla Corte di appello di Palermo (in realtà si tratta di un unico giudizio, r.g.n.44 del 2008, definito con unico decreto, cron, n.6456), che, in accoglimento in loro favore di ricorsi proposti ai sensi dell’art. 3 L.89 del 2001, ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento di somme come indicato in parentesi (euro 4.500 a favore di ognuno dei ricorrenti, e cioè --, #################### ####################).

 


 

Tali giudizi di ottemperanza sono stati già riuniti da questa sezione con ordinanza n.339 del 2010, attesa la connessione oggettiva e soggettiva e la considerazione che trattasi di medesima questione di diritto.

 


 

Questa sezione, con la medesima ordinanza, ha altresì chiesto al Dipartimento Amministrazione Generale del personale e dei servizi- Direzione centrale dei servizi del tesoro – rilevato che solo nei giudizi r.g.n. 3083, 304 e 3085 del 2010 (--) era iniziato il procedimento di liquidazione con la autorizzazione di pagamento, finalizzata alla estinzione del debito in favore dei creditori, mentre nulla risultava per il resto – chiarimenti in ordine allo stato dei pagamenti e alla eventuale sussistenza di motivi giustificativi di tipo ostativo.

 


 

Le cause sono state rinviate alla camera di consiglio del 7 dicembre 2010.

 


 

Nel frattempo, con nota depositata in data 3 dicembre 2010 la Presidenza del Consiglio dei Ministri- DAGL, Ufficio per il contenzioso e per la consulenza giuridica, si è limitata a rappresentare che nelle controversie relative agli indennizzi in questione la legittimazione passiva spetterebbe al Ministero dell’economia e delle finanze.

 


 

Nulla altro è stato aggiunto dalle amministrazioni statali in relazione allo stato dei procedimenti estintivi dei debiti.

 


 

Alla camera di consiglio del 7 dicembre 2010 la causa (con i giudizi riuniti) è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

I proposti ricorsi per l’ottemperanza vanno accolti.

 


 

La sezione ha già chiarito che il decreto di condanna emesso ai sensi dell’art. 3 della legge n.89 del 2001 ha natura decisoria in materia di diritti soggettivi ed è quindi idoneo ad assumere valore e efficacia di giudicato, ai fini della ammissibilità del giudizio di ottemperanza (ex plurimis, Consiglio di Stato, IV, 10 dicembre 2007, n.6318); tale rimedio è esperibile per la esecuzione di una condanna al pagamento di somme di danaro, alternativamente o congiuntamente rispetto al rimedio del processo di esecuzione dinanzi al giudice civile, con il solo limite della impossibilità di conseguire due volte la medesima somma.

 


 

Non sussistono dubbi in relazione al passaggio in giudicato del decreto posto come titolo del credito, né l’Amministrazione ha dedotto alcuna contestazione sul punto.

 


 

Non sussistono dubbi quindi sia in relazione alla idoneità del titolo alla esecuzione che al suo passaggio in giudicato.

 


 

Sussiste anche la inerzia dell’Amministrazione che, solo con riguardo a tre ricorsi su tredici, ha fatto presente di avere attivato il procedimento di pagamento, mentre nulla ha dedotto, senza spiegazioni, per i restanti creditori.

 


 

Per inciso, il Collegio rileva che, come noto, la iniziativa del procedimento di pagamento così come l’autorizzazione al medesimo pagamento è ben lungi dal dimostrare la effettiva estinzione, tramite pagamento materiale, del debito esistente.

 


 

Con riguardo poi alla eccezione sollevata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri circa la effettiva legittimazione passiva nella suddetta materia, che spetterebbe al Ministero delle Finanze, il Collegio rileva che il titolo (successivo alla invocata legge finanziaria per il 2007) è stato emesso nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri; inoltre, nel giudizio non è stata sollevata la eccezione ai sensi dell’art. 1 L.260 del 1958 e quindi vale il principio della unità della persona giuridica statale, fermo restando il principio secondo cui non può escludersi la dovutezza del Ministero dell’Economia, proprio alla luce della invocata normativa.

 


 

Conclusivamente, va dichiarato l’obbligo sia del Ministero dell’economia e delle finanze che della Presidenza del Consiglio dei Ministri di conformarsi al giudicato di cui in epigrafe, provvedendo al pagamento in favore dei ricorrenti, entro il termine di sessanta giorni decorrenti dalla data di recezione della comunicazione in via amministrativa o dalla notificazione se precedente, della presente sentenza, della complessiva somma di euro 4.500 dovuta per il suddetto titolo a favore di ognuno dei tredici ricorrenti.

 


 

Nella eventualità di inutile decorso del termine di cui sopra, si nomina fin da ora quale commissario ad acta il direttore dell’Ufficio X della direzione centrale dei servizi del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle finanze, con facoltà di subdelegare gli adempimenti esecutivi ad altro dirigente dello stesso ufficio.

 


 

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), accoglie i ricorsi riuniti sopra indicati in epigrafe e per l’effetto dichiara l’obbligo delle amministrazioni statali di conformarsi al giudicato nei modi e nei termini di cui in motivazione;

 


 

Condanna le amministrazioni statali intimate al pagamento in favore dei ricorrenti delle spese di lite liquidate nella misura complessiva di euro seimilacinquecento, in ragione di cinquecento euro a ricorrente, oltre accessori come per legge (IVA e CPA).

 


 

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

 


 

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 7 dicembre 2010 con l'intervento dei magistrati:

 

 

Gaetano Trotta, Presidente

Anna Leoni, Consigliere

Salvatore Cacace, Consigliere

Sergio De Felice, Consigliere, Estensore

Raffaele Greco, Consigliere

 

 

 

 

     
     
L'ESTENSORE   IL PRESIDENTE
     
     
     
     
     

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 29/12/2010

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)



 

 

Polizia di Stato - Disposizioni urgenti in tema di trattamenti pensionistici anticipati

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Polizia di Stato - Disposizioni urgenti in tema di trattamenti pensionistici anticipati

ORDINANZA N. 10

ANNO 2011

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

-           Ugo                             DE SIERVO                                    Presidente

-           Paolo                           MADDALENA                                 Giudice

-           Alfio                            FINOCCHIARO                                     “

-           Alfonso                       QUARANTA                                           “

-           Franco                         GALLO                                                    “

-           Luigi                            MAZZELLA                                            “

-           Gaetano                       SILVESTRI                                             “

-           Sabino                         CASSESE                                                “

-           Maria Rita                   SAULLE                                                  “

-           Giuseppe                     TESAURO                                               “

-           Paolo Maria                 NAPOLITANO                                       “

-           Giuseppe                     FRIGO                                                     “

-           Alessandro                  CRISCUOLO                                          “

-           Paolo                           GROSSI                                                   “

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 59, comma 54, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica) e dell’art. 1, lett. a), del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 30 marzo 1998 (Programmazione dell’accesso al pensionamento di anzianità dei militari, ai sensi dell’art. 59, comma 55, della legge 27 dicembre 1997, n. 449), promosso dalla Corte dei conti - Sezione giurisdizionale per la Regione Puglia, nel procedimento vertente tra V. R. e il Ministero dell’Interno ed altra, con ordinanza del 29 maggio 2009, iscritta al n. 144 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 21, prima serie speciale, dell’anno 2010.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 17 novembre 2010 il Giudice relatore Luigi Mazzella.

Ritenuto che la Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Puglia, con ordinanza del 29 maggio 2009, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 59, comma 54, della legge 27 dicembre 1997 n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica) e dell’art. 1 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 30 marzo 1998, emanato di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica e con il Ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali (Programmazione dell’accesso al pensionamento di anzianità dei militari, ai sensi dell’art. 59, comma 55, della legge 27 dicembre 1997, n. 449), per violazione degli artt. 36 e 38 della Costituzione;

che il rimettente espone in punto di fatto che un dipendente della Polizia di Stato presentava in data 6 giugno 1997 domanda di dimissioni a decorrere dal 30 dicembre 1997, avendo maturato l’anzianità prescritta dalla legge per ottenere il trattamento di quiescenza, e veniva collocato a riposo a decorrere dal 30 dicembre 1997;

che, tuttavia, l’art. 1 del decreto-legge 3 novembre 1997, n. 375 (Disposizioni urgenti in tema di trattamenti pensionistici anticipati) – entrato nelle more in vigore –  sanciva la immediata sospensione dell’applicazione di ogni disposizione di legge, di regolamento e di accordi collettivi che prevedevano il diritto a trattamenti pensionistici di anzianità anticipati rispetto all’età pensionabile o alla età prevista per la cessazione dal servizio in base ai singoli ordinamenti, e tale sospensione era definitivamente confermata dall’art. 59, comma 54, della legge n. 449 del 1997 sino alla data della sua entrata in vigore (1° gennaio 1998);

che per effetto della suddetta normativa, come integrata dal citato d.m. 30 marzo 1998, il ricorrente nel giudizio principale subiva il differimento della pensione al mese di aprile successivo, con fissazione del collocamento a riposo alla data del 1° aprile 1998;

che pertanto, essendo cessato dal servizio il 30 dicembre 1997 e così rimasto senza retribuzione per i mesi di gennaio, febbraio e marzo del 1998, egli chiedeva dichiararsi il suo diritto ad ottenere il trattamento di quiescenza dal giorno della cessazione dal servizio (30 dicembre 1997), con conseguente condanna del Ministero dell’interno e della Direzione provinciale del Tesoro al pagamento in suo favore dei ratei pensionistici relativi alle suddette mensilità, non riscossi per effetto della citata normativa sopravvenuta, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria;

che, in diritto, il giudice a quo, ritenute le norme impugnate rilevanti ai fini del decidere, osserva, con riferimento alla non manifesta infondatezza, che si riproporrebbe la medesima problematica del vuotodi quattro mesi della pensione e della retribuzione già irrazionalmente sofferto dal personale della scuola, cui questa Corte ha ovviato dichiarando l’illegittimità costituzionale – con sentenza n. 439 del 1994 – dell’art. 1, commi 1 e 2-quinquies, del decreto-legge 19 settembre 1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché disposizioni fiscali), convertito, con modificazioni, nella legge 14 novembre 1992, n. 438, indi – con sentenza n. 347 del 1997 – dell’art. 1, comma 31, primo periodo, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), in punto di salvezza dell’efficacia dell’art. 13, comma 5, lettera b), della legge 23 dicembre 1994, n. 724 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica);

che anche in questo caso il differimento del trattamento pensionistico in danno di dipendenti pubblici rimasti privi di retribuzione violerebbe gli artt. 36 e 38 Cost., sottraendo loro il minimo indispensabile per provvedere ai bisogni essenziali della vita;

che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la inammissibilità o manifesta infondatezza della questione.

Considerato che il giudice rimettente censura l’art. 59, comma 54, della legge 27 dicembre 1997 n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica) e l’art. 1 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 30 marzo 1998, emanato di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica e con il Ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali (Programmazione dell’accesso al pensionamento di anzianità dei militari, ai sensi dell’art. 59, comma 55, della legge 27 dicembre 1997, n. 449), per violazione degli artt. 36 e 38 della Costituzione;

che l’art. 59, comma 54, della legge n. 449 del 1997 confermava, relativamente al periodo dal 3 novembre 1997 sino alla data di entrata in vigore della medesima legge (1° gennaio 1998), la sospensione delle previgenti norme di legge, di regolamento o di accordo collettivo attributive del diritto, con decorrenza nel periodo suindicato, a trattamenti pensionistici di anzianità anticipati rispetto all’età pensionabile o all’età prevista per la cessazione dal servizio dai singoli ordinamenti;

che in tal modo la norma primaria impugnata rendeva definitiva la sospensione già sancita dall’art. 1 del decreto-legge 3 novembre 1997, n. 375 (Disposizioni urgenti in tema di trattamenti pensionistici anticipati), decaduto per mancata conversione e specificamente abrogato, conservando validità agli atti ed ai provvedimenti adottati e facendo salvi gli effetti prodottisi, dall’art. 63 della legge n. 449 del 1997;

che deve essere disattesa, in via preliminare, l’eccezione di inammissibilità avanzata dall’intervenuto Presidente del Consiglio dei ministri;

che, invero, sotto il primo profilo, il rimettente motiva adeguatamente, ancorché succintamente, il supposto vulnus agli artt. 36 e 38 Cost., evidenziando a carico del dipendente cessato dal servizio la perdita del minimo indispensabile per provvedere ai bisogni essenziali della vita, a causa della subìta indisponibilità temporanea sia della retribuzione sia della pensione;

che, sotto il secondo profilo, la previsione del termine di differimento del trattamento pensionistico contenuta nell’impugnato art. 1 del d.m. 30 marzo 1998 è strettamente collegata alla disciplina dettata dalla norma primaria, congiuntamente censurata, di (definitiva conferma della) sospensione transitoria di tutte le disposizioni attributive del diritto a trattamenti pensionistici di anzianità, sì da autorizzare senz’altro il sindacato della Corte sul provvedimento, di fonte legale, di moratoria dei pensionamenti anticipati;

che, quanto al merito, questa Corte ha già più volte escluso l’illegittimità costituzionale di interventi di “blocco” dell’accesso a trattamenti pensionistici di anzianità, come quello censurato in questa sede, tutti ragionevolmente inseriti nel processo di radicale riconsiderazione di tali trattamenti al fine di stabilizzare la spesa previdenziale entro determinati livelli del rapporto con il prodotto interno lordo (sentenze n. 245 del 1997, n. 417 del 1996 e n. 439 del 1994; ordinanze n. 319 n. 18 del 2001, nonché n. 318 del 1997);

che dev’essere, altresì, ribadita l’estraneità alle pensioni cosiddette “anticipate” della garanzia contenuta nell’art. 38 Cost., perché inerente allo stato di bisogno e, quindi, «riservata alle pensioni che trovano la loro causa nella cessazione dell’attività lavorativa per ragioni di età e non anche a quelle il cui presupposto consiste nel mero avvenuto svolgimento dell’attività stessa per un tempo predeterminato» (ordinanza n. 278 del 2003, proprio riguardo alla sospensione temporanea disposta dalla norma primaria qui impugnata; ma, in tal senso, già la sentenza n. 416 del 1999);

che, inoltre, l’impugnato art. 59, comma 54, della legge n. 449 del 1997 prevedeva che i pubblici dipendenti interessati dalla sospensione temporanea dell’accesso al pensionamento di anzianità anticipato (come, appunto, il ricorrente nel giudizio a quo) potessero revocare le dimissioni già previamente accettate dall’amministrazione e, ove già collocati a riposo, persino essere riammessi in servizio a domanda;

che ciò esclude, altresì, il denunciato contrasto con l’art. 36 Cost., perché, essendo disponibili strumenti per la prosecuzione o il ripristino del rapporto d’impiego rimessi alla libera iniziativa dell’interessato, l’effetto economico negativo a suo carico finisce per dipendere dalla sua eventuale scelta di non utilizzarli, ossia da un atto volontario del lavoratore, revocabile con il ritiro della domanda di pensionamento, ancorché accettata, ovvero con la richiesta di riammissione in servizio (in tal senso, sentenza n. 324 del 1999 e ordinanza n. 92 del 1997).

che, infine, inconferente è il richiamo del giudice rimettente alle pronunce di questa Corte specificamente incidenti sulla legislazione relativa alla posizione giuridica del personale della scuola per violazione dell’art. 3 Cost. (sentenze n. 347 del 1997 e n. 439 del 1994);

che, infatti, diversamente dalle fattispecie allora esaminate, caratterizzate dal fisiologico slittamento della richiesta di cessazione dal servizio all’inizio dell’anno scolastico successivo, stavolta non rileva alcun meccanismo specifico di operatività delle dimissioni, tant’è che il parametro dell’art. 3 Cost., in quella sede ritenuto violato in via assorbente, qui non risulta neppure evocato, mentre la norma impugnata inibisce temporaneamente l’accesso al pensionamento anticipato e, dunque, interviene esclusivamente – spostandola necessariamente in avanti – sulla decorrenza del trattamento di quiescenza;

che, quindi, la questione deve ritenersi, per quanto detto, manifestamente infondata.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 59, comma 54, della legge 27 dicembre 1997 n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica) e dell’art. 1 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 30 marzo 1998, emanato di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica e con il Ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali (Programmazione dell’accesso al pensionamento di anzianità dei militari, ai sensi dell’art. 59, comma 55, della legge 27 dicembre 1997, n. 449), sollevata, in riferimento agli artt. 36 e 38 della Costituzione, dalla Corte dei conti - sezione giurisdizionale, per la Regione Puglia con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 gennaio 2011.

F.to:

Ugo DE SIERVO, Presidente

Luigi MAZZELLA, Redattore

Maria Rosaria FRUSCELLA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 12 gennaio 2011.

 

Se la divisa aziendale va indossata nello spogliatoio, al dipendente va retribuito il tempo

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Se la divisa aziendale va indossata nello spogliatoio, al dipendente va retribuito il tempo necessario
Laddove è il datore a stabilire le modalità dell'operazione, come per gli operai in fabbrica, l'attività rientra nella prestazione effettiva. Niente compenso a chi può uscire da casa con l'abito da lavoro: la vestizione è solo «diligenza preparatoria»
(Sezione lavoro, sentenza n. 19358/10; depositata il 10 settembre)


Corte Cassazione Civile, sezione lavoro - Sentenza n. 19358/2010 Riduci

Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro - Sentenza n. 19358 del 10/09/2010
Attività dei lavoratori - Prestazioni per la preparazione all'attività lavorativa finale - Quando non è concessa la facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa, in quanto l'operazione è diretta dal datore di lavoro che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, il tempo impiegato rientra nel lavoro effettivo, e di conseguenza il tempo ad essa necessario deve corrispondere ad una retribuzione aggiuntiva.


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Un gruppo di dipendenti della U. I. srl., con separati ricorsi poi riuniti, convenivano in giudizio la predetta società per chiedere la corresponsione dell’equivalente di venti minuti di retribuzione giornaliera per 45 settimane, a fronte del c.d. “tempo tuta”. Esponevano che per entrare nel perimetro aziendale dovevano transitare per un tornello apribile mediante tesserino magnetico di riconoscimento, indi percorrere cento metri ed accedere allo spogliatoio, ivi indossare gli indumenti di lavoro forniti dall’azienda, effettuare una seconda timbratura del tesserino prima dell’inizio del lavoro; al termine, dovevano effettuare una terza timbratura, accedere allo spogliatoio per lasciare gli abiti di servizio, passare una quarta volta il tesserino al tornello ed uscire.

Deducevano che il tempo occorrente per le suddette operazioni costituiva una “messa a disposizione” delle proprie energie in favore del datore di lavoro, onde il tempo stesso doveva essere retribuito.

2. Si costituiva la società ed eccepiva che nel corso delle operazioni suddette i lavoratori rimanevano comunque liberi di disporre del proprio tempo e non erano sottoposti al potere datoriale, mentre soltanto con l’inizio effettivo del turno di lavoro essi erano sottoposti agli ordini ed alle indicazioni dei superiori gerarchici.

3. Il Tribunale respingeva la domanda attrice, ritenendo che il tempo necessario per la vestizione non costituisse tempo di lavoro retribuito.

Proponevano appello gli attori.

Si costituiva e si opponeva la U., la quale dava atto della conciliazione intervenuta nei confronti di P. P..

La Corte di Appello di (OMISSIS), in parziale riforma della sentenza di primo grado, accoglieva le domande attrici nella misura - equitativamente determinata - del 50%.

Questa in sintesi la motivazione della sentenza di appello:
- come risulta dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 15734/2003, va considerato tempo di lavoro anche quello in cui il lavoratore si tiene a disposizione del datore di lavoro;
- quando l’obbligo di vestizione della divisa (Cass. n. 3763.1998) deve essere eseguito secondo pregnanti disposizioni del datore di lavoro circa il tempo ed il luogo dell’esecuzione, tale attività risulta “eterodiretta” e quindi dà diritto alla retribuzione;
- applicati tali principi, ne risulta che il tempo impiegato nella vestizione va considerato orario di lavoro;
- ciò risulta confermato dalla direttiva n. 104/1993 della Comunità Europea, recepita nell’art. 1 comma 2 del Decreto Legislativo n. 66/2003 (utilizzata come indicazione interpretativa);
- poiché non è possibile individuare per ciascun attore i tempi effettivamente impiegati per indossare e dismettere gli abiti da lavoro, soccorre una valutazione equitativa ex art. 432 Codice di Procedura Civile.
4. Ha proposto ricorso per Cassazione la U. I. srl., deducendo cinque motivi.

Gli attori sono rimasti intimati.

MOTIVI DELLA DECISIONE

5. Con il primo motivo del ricorso, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 n. 3 CPC, degli artt. 1 e 3 del R.D. n. 692/1923, del R.D. n. 1955/1923, 1 comma 1 del Decreto Legislativo n. 66/2003, del DPR. n. 327.1980, del Decreto Legislativo n. 155/1997, 12 delle Preleggi, 2094, 2104 Codice Civile, 112 e segg. Codice di Procedura Civile, 2997 Codice Civile: la Corte di Appello ha violato la normativa inerente all’orario di lavoro ed il criterio dell’onere della prova, affermando apoditticamente che durante il tempo della vestizione il lavoratore sarebbe a disposizione del datore di lavoro. Viceversa detto tempo non richiede applicazione assidua e continuativa ed è equiparabile ad un riposo intermedio ovvero al tempo necessario per recarsi al lavoro. Il lavoratore non è a disposizione del datore di lavoro e non è nell’esercizio delle sue attività. Non vi è sinallagma contrattuale, ma solo un’attività preparatoria per la resa della
prestazione.

6. Con il secondo motivo del ricorso, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 n. 3 CPC, degli artt. 2099 Codice Civile, 36 Cost., omessa motivazione e mancata valutazione della disciplina di cui ai CCNL di settore 1991, 1995 e 1999, degli accordi aziendali, delle regole sull’interpretazione dei contratti di cui agli artt. 1362 e segg. Codice di Procedura Civile. Trascritte le norme contrattuali sull’orario di lavoro, deduce la ricorrente che la riduzione di orario pari ad un’ora settimanale ha avuto riguardo al lavoro effettivo.

7. Con il terzo motivo del ricorso, la ricorrente deduce omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in fatto circa un punto decisivo della controversia, a sensi dell’art. 360 n. 5 CPC, deducendo l’omesso esame degli accordi sindacali e la mancata applicazione della regola generale dell’assorbimento del trattamento di miglior favore riferibile anche alle pause contrattuali - violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 n. 3 CPC, degli artt. 1362 segg. Codice Civile.

Ogni dipendente può entrare in fabbrica fino a 29 minuti prima dell’inizio del turno e quando ha indossato l’abito da lavoro è libero di impiegare il tempo come desidera. Tali circostanze sono state capitolate come prova. Segue la trascrizione delle fonti contrattuali e si deduce che l’eventuale credito orario doveva essere compensato, fino a concorrenza, con le riduzioni di orario effettivo.

8. I motivi sopra riportati possono essere esaminati congiuntamente, in quanto tra loro strettamente connessi.

Essi risultano infondati.

La giurisprudenza di questa Corte di Cassazione, dopo qualche incertezza, si è orientata nel senso che “Ai fini di valutare se il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica: in particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa (anche presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro) la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, e come tale non deve essere retribuita, mentre se tale operazione è diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa necessario deve essere retribuito” Così Cass. n. 15734.2003.

9. Successivamente il principio è ripreso da Cass. n. 19273.2006: “Ai fini di valutare se il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica: in particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa (anche presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro) la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, e come tale non deve essere retribuita, mentre se tale operazione è diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa necessario deve essere retribuito. (Nella specie, riguardante un periodo antecedente alla entrata in vigore del d.lgs. 8 aprile 2003 n. 66 di recepimento delle direttive comunitarie 93/104 e 200/34, la S.C. ha confermato la sentenza di merito
secondo la quale il tempo della vestizione, facendo corpo con quello concernente la obbligazione principale ed attenendo un vincolo che caratterizza inevitabilmente la fase preparatoria, doveva ritenersi già remunerato dalla retribuzione ordinaria, senza necessità di distinguere la retribuzione a seconda dell’esistenza dell’obbligo di indossare o meno gli indumenti da lavoro)”.

10. Più recentemente il principio è confermato da Cass. n. 15492.2009: “L’art. 5 del contratto collettivo nazionale per i lavoratori delle industrie meccaniche private in data 8 giugno 1999 e del contratto collettivo nazionale delle aziende meccaniche pubbliche aderenti all’Intersind, nella parte in cui prevede che sono considerate ore di lavoro quelle di effettiva prestazione, deve essere interpretato nel senso che siano da ricomprendere nelle ore di lavoro effettivo, come tali da retribuire, anche le attività preparatorie o successive allo svolgimento dell’attività lavorativa, purché eterodirette dal datore di lavoro, fra le quali deve ricomprendersi anche il tempo necessario ad indossare la divisa aziendale, qualora il datore di lavoro ne disciplini il tempo ed il luogo di esecuzione.

Né può ritenersi incompatibile con tale interpretazione la disposizione contenuta nell’art. 5 citato secondo la quale le ore di lavoro sono contate con l’orologio dello stabilimento o reparto, posto che tale clausola non ha una funzione prescrittiva, ma ha natura meramente ordinatoria e regolativa, ed è destinata a cedere a fronte dell’eventuale ricomprensione nell’orario di lavoro di operazioni preparatorie e/o integrative della prestazione lavorativa che siano, rispettivamente, anteriori o posteriori alla timbratura dell’orologio marcatempo”.

11. La giurisprudenza sopra citata conferma che nel rapporto di lavoro deve distinguersi una fase finale, che soddisfa direttamente l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa (art. 2104 seconda comma Codice Civile) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il quale ad esempio può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria.

Di conseguenza al tempo impiegato dal lavoratore per indossare gli abiti da lavoro (tempo estraneo a quello destinato alla prestazione lavorativa finale) deve corrispondere una retribuzione aggiuntiva.

12. Con il quarto motivo del ricorso, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 n. 3 CPC, degli artt. 414, 112, 115 Codice di Procedura Civile, 2797 Codice Civile e “decadenza”: la Corte di Appello ha violato il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, perché ha accolto una domanda diversa da quella proposta, vale a dire la corresponsione della retribuzione per tutto il tempo intermedio tra l’accesso al primo tornello e l’uscita definitiva dall’azienda.

13. Il quinto motivo del ricorso attiene alla violazione degli artt. 112, 414, 432 Codice di Procedura Civile, 1226 e 2697 Codice Civile, vale a dire la quantificazione della domanda sulla base di un arbitrario esercizio dei poteri equitativi dinanzi ad una carente allegazione dei fatti contenuta nella domanda.

14. Detti due motivi, da esaminarsi anch’essi congiuntamente, sono infondati.

Il giudice di merito non ha accolto una domanda diversa da quella formulata, ma ha attribuito un “quid minus” rispetto a quanto domandato dagli attori, finendo per considerare come tempo di lavoro o tempo a disposizione, eterodiretto, la metà del tempo mediamente impiegato per passare dal primo al secondo tornello e dal terzo al quarto. La relativa liquidazione è stata operata in via equitativa e con prudente apprezzamento, stante la difficoltà di accertare con precisione il “quantum” della domanda. Il giudice di merito ha fatto uso discrezionale dei poteri che gli attribuisce la norma processuale, con apprezzamento in fatto incensurabile in Cassazione, siccome adeguatamente motivato.

15. Non avendo la controparte svolto attività difensiva, non vi è luogo a provvedere sulle spese del grado.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso; nulla per le spese del processo di legittimità.

 

 

 Dispensa dal servizio

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 Dispensa dal servizio per il raggiungimento del limite massimo di mesi diciotto di aspettativa continuata.
 

N. 1064/10 Reg.Dec.

 
 

N.     823     Reg.Ric. 
 

ANNO  2009

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

     

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, ha pronunciato la seguente

D E C I S I O N E

sul ricorso in appello n. 823/09 proposto da

#################### ####################

rappresentato e difeso dall’avv. Antonio Catalioto ed elettivamente domiciliato in Palermo, via XII Gennaio n. 1/G, presso lo studio dell’avv. Fabrizia Giunta;

c o n t r o

il MINISTERO DELL’INTERNO, la QUESTURA DI #################### e l’UFFICIO TERRITORIALE DEL GOVERNO - PREFETTURA DI ####################, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura distrettuale dello Stato di Palermo, presso i cui uffici in via A. De Gasperi n. 81, sono ope legis domiciliati;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. per la Sicilia - Sezione staccata di Catania (sez. III) - n. 1658/2008, del 15 settembre 2008.

     

Visto il ricorso con i relativi allegati;

     

Viste le memorie depositate il 24 giugno ed il 19 ottobre 2009, nell’interesse delle amministrazioni appellate;

     

Vista l’ordinanza n. 774/09 di questo Consiglio di Giustizia Amministrativa;

     

Visti gli atti tutti della causa;

     

Relatore il Consigliere Pietro Ciani;

     

Uditi alla pubblica udienza del 5 novembre 2009 l’avv. A. Catalioto per l’appellante e l’avv. dello Stato Tutino per le ammini-strazioni appellate;

     

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:

F A T T O

     

In data 15/12/1993, il sig. #################### ####################, allora dipendente della Polizia di Stato ed in servizio presso la Questura di ####################, all’esito di accertamenti medici volti ad accertare l’idoneità o meno dello stesso al servizio di istituto nella Polizia di Stato, veniva giudicato dalla C.M.O. di #################### “inidoneo permanentemente al servizio d’istituto in modo parziale D.P.R. n. 738/81, artt. 1 e 2. Controindicato l’impiego in compiti che comportino stress fisici e che non consentano il regolare consumo dei pasti”.

      

Con decreto del 28/10/2003, il #################### veniva quindi trasferito, ai sensi dell’art. 1 D.P.R. 339/1982, dal ruolo degli assistenti ed agenti al ruolo degli operatori e collaboratori tecnici della Polizia di Stato, incarico che assumeva in data 6/11/2003.

      

Con nota prot. n. 757/Ctg. 1.2.12 del 3/3/2006, il ricorrente veniva informato che alla data del 10.11.2005 lo stesso aveva fruito di complessivi giorni 538 di aspettativa continuata.

      

Con nota prot. 1352/Ctg. 1.2.12 del 28/2/2006, la Questura di #################### comunicava al ricorrente l’avvio della procedura di dispensa dal servizio a decorrere dal 19/2/2006 per il raggiungimento del limite massimo di mesi diciotto di aspettativa continuata.

     

Con successiva nota prot. n. 1764/Ctg 1.2.12, la suddetta Questura comunicava al #################### che alla data dell’11/11/2005 aveva fruito di complessivi gg. 529 di aspettativa continuata per motivi di salute.

      

Con nota prot. n. 2007/Ctg. 1.2.12 del 28/3/2006, la Questura di #################### comunicava al ricorrente l’avvio della procedura di dispensa dal servizio per raggiungimento in data 28/2/2006 del limite di mesi diciotto di aspettativa continuata, ai sensi del combinato disposto degli artt. 68 e 70 del D.P.R. 1957 n. 3.

      

Con nota in pari data, al ricorrente veniva comunicato di presentarsi in data 3.4.2006 alla C.M.O. di #################### per essere sottoposto a visita medica collegiale finalizzata all’acquisizione del giudizio previsto dall’art. 71 D.P.R. 3/1957, ordine cui il #################### ottemperava puntualmente.

      

In data 12/4/2006, egli veniva dimesso con il seguente giudizio: “non idoneo permanentemente al servizio d’Istituto in modo assoluto. Si ulteriormente impiegabile in altri ruoli della P. di S. ed in altre amministrazioni dello Stato”.

      

In data 13/4/2006, il #################### riprendeva servizio.

      

Con nota prot. n. 4403 Ctg. 1.2.12/Pers. del 7.8.2006, la Questura di ####################, premesso che il #################### aveva raggiunto, alla data del 28 febbraio 2006, 540 giorni di aspettativa continuata e che da tale data lo stesso non aveva effettuato tre mesi di servizio attivo, comunicava l’avvio della procedura di dispensa dal servizio con contestuale sospensione dello stipendio.

      

In data 9 agosto 2006, il ricorrente, in ossequio all’ordine impartitogli con la medesima nota del 7/8/2006, si presentava alla C.M.O. di #################### e si sottoponeva ai prescritti accertamenti medico legali.

      

In data 23 agosto 2006 veniva dimesso con il seguente giudizio: “Temporaneamente non idoneo al servizio d’Istituto nella P. di S. per gg. 26”.

      

Avverso tale provvedimento, il #################### proponeva ricorso alla C.M.O. di seconda istanza di Palermo, la quale, in data 19/9/2006, dichiarava il ricorrente “temporaneamente non idoneo al servizio d’Isti-tuto per gg. 90”.

      

Nelle more, con nota prot. cont. 1.2.2/5481 del 15 settembre 2006, la Questura comunicava al ricorrente che il raggiungimento del limite massimo di aspettativa aveva prodotto la sospensione dello stipendio.

      

Con decreto del Ministero dell’Interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza n. 333-E/ROC 4406/17 147/2006 emesso in data 3.10.2006 e notificato in data 9.10.2006, il ricorrente veniva dispensato dal servizio a decorrere dal 5 agosto 2006, per avere superato il periodo massimo di aspettativa.

      

Avverso il suddetto decreto e gli atti presupposti, connessi e conseguenti, il #################### proponeva ricorso al T.A.R. Catania per chiedere l’annullamento degli stessi e la condanna dell’Amministrazione alla corresponsione della retribuzione sospesa, a decorrere dalla data di pretesa scadenza del limite massimo di aspettativa e sino a quella di riammissione in servizio, deducendo: “violazione e falsa applicazione dell’art. 71 del D.P.R. n. 3/1957 e dell’art. 9 del D.P.R. 339/1982 nonché dell’art. 70 del D.P.R. n. 3/1957”.

      

Si costituiva l’Amministrazione intimata per chiedere il rigetto del ricorso.

      

Con la sentenza n. 1658/08, il T.A.R. adito rigettava il ricorso per infondatezza.

      

Con l’appello in epigrafe, il sig. #################### ha chiesto la riforma della suddetta sentenza, deducendone l’erroneità nella parte in cui ha affermato la sussistenza, nel caso di specie, dei requisiti richiesti dalle norme sul procedimento di dispensa dal servizio (D.P.R. 3/1957 e 339/1982): ovvero, la manifestazione di un giudizio medico legale di inidoneità assoluta ed il superamento del periodo massimo previsto per l’aspettativa per infermità.

      

Le Amministrazioni appellate hanno replicato chiedendo il rigetto dell’appello per infondatezza.

      

Alla pubblica udienza del 5 novembre 2009 la causa è stata trattenuta in decisione.

D I R I T T O

      

Pare  utile, ai fini del  decidere, richiamare qui di seguito gli aspetti salienti della controversia in argomento.

      

Il Direttore Centrale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza - Direzione Centrale per le Risorse Umane, con il provvedimento impugnato in primo grado n. 333-E/ROC.4406/17 147/2006 emesso in data 3 ottobre 2006, decretava, con particolare riferimento agli artt. 71 e 129, commi 1 e 3, del D.P.R. n. 3/1957 ed all’art. 15 del D.P.R. n. 461/2001, la dispensa dal servizio del collaboratore tecnico della Polizia di Stato, #################### ####################, a decorrere dal 5 agosto 2006, per aver superato il periodo massimo di aspettativa.

      

Il Giudice di prime cure ha ritenuto legittimo il suddetto provvedimento in quanto, pur rilevando dallo stesso che il #################### è stato dichiarato solo temporaneamente non idoneo al servizio d’Istituto nella Polizia di Stato, lo stesso non si sarebbe avvalso tempestivamente della facoltà di richiedere un ulteriore periodo di aspettativa senza assegni, prevista dall’art. 70 del D.P.R. n. 3/1957.

      

Tale decisione non pare condivisibile.

      

Invero, l’art. 71 del D.P.R. n. 3/1957, contenente il “Testo Unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato”, richiamato nel provvedimento impugnato, prevede che “Scaduto il periodo massimo previsto per l’aspettativa per infermità dall’art. 68 e dall’art. 70, l’impiegato che risulti non idoneo per infermità a riprendere servizio è dispensato ove non sia possibile utilizzarlo, su domanda, in altri compiti attinenti alla sua qualifica”.

     

Al riguardo, per quel che concerne la suddetta possibilità di essere utilizzato in altri compiti, onde evitare la dispensa, va precisato che nei confronti del ####################, atteso il suo particolare status, trova specifica applicazione il D.P.R. n. 339/1982, concernente gli appartenenti alla Polizia di Stato, il cui art. 1 stabilisce che: “Il personale dei ruoli della Polizia di Stato che espleta funzioni di polizia giudicato assolutamente inidoneo per motivi di salute, anche dipendenti da causa di servizio, all’assolvimento dei compiti di Istituto può, a domanda, essere trasferito nelle corrispondenti qualifiche di altri ruoli della Polizia di Stato o di altre amministrazioni dello Stato, sempreché l’infermità accertata ne consenta l’ulteriore impiego”.

     

Orbene, atteso che il #################### era già stato trasferito in altro ruolo della Polizia di Stato, il quadro normativo di riferimento, per la soluzione della controversia in argomento, va completato con le disposizioni di cui all’art. 9 del citato D.P.R. 339/1982, il quale stabilisce che “Qualora il personale di cui all’art. 1 sia ritenuto non idoneo all’assol-vimento dei compiti propri degli altri ruoli della Polizia di Stato o di altre amministrazioni dello Stato ovvero per esigenza di servizio non sia possibile trasferirlo in altri ruoli della Polizia di Stato o di altre amministrazioni dello Stato, è dispensato dal servizio ai sensi degli artt. 129 e 130 del testo unico approvato con D.P.R. 3/1957”.

      

Dal combinato disposto delle norme soprarichiamate emerge con chiarezza che, per applicare la dispensa dal servizio ad un appartenente alla Polizia di Stato, è necessario che lo stesso, giudicato assolutamente inidoneo al servizio d’Istituto, venga poi riconosciuto anche non idoneo all’assolvimento dei compiti in altri ruoli della Polizia di Stato o di altre amministrazioni dello Stato.

     

Invero, dagli atti di causa emerge inconfutabilmente che il #################### non è mai stato dichiarato non idoneo, se non temporaneamente, negli altri ruoli della Polizia di Stato; nello specifico, nel ruolo dei collaboratori tecnici della Polizia di Stato in cui lo stesso militava contestualmente allo svolgimento dei fatti di causa.

     

Infatti, lo stesso:

- in data 15/12/1993, veniva giudicato dalla C.M.O. di #################### “inidoneo permanentemente al servizio d’istituto in modo parziale D.P.R. n. 738/81, artt. 1 e 2. Controindicato l’impiego in compiti che comportino stress fisici e che non consentano il regolare consumo dei pasti”;

- a seguito di tale giudizio di inidoneità, con decreto del 28/10/2003, veniva trasferito, ai sensi dell’art. 1 D.P.R. 339/1982, dal ruolo degli assistenti ed agenti al ruolo degli operatori e collaboratori tecnici della Polizia di Stato;

- in data 12/4/2006, veniva riconosciuto dalla C.M.O. di #################### nuovamente “non idoneo permanentemente al servizio d’Istituto in modo assoluto. Si ulteriormente impiegabile in altri ruoli della P. di S. ed in altre amministrazioni dello Stato”;

- in data 23 agosto 2006 veniva dimesso dalla C.M.O. di #################### con il seguente giudizio: “Temporaneamente non idoneo al servizio d’Isti-tuto nella P. di S. per gg. 26”, provvedimento modificato, in data 19/9/2006, a seguito di ricorso del ####################, dalla C.M.O. di seconda istanza di Palermo, in “temporaneamente non idoneo al servizio d’Isti-tuto per gg. 90”.

     

Per “servizio d’Istituto” non si può che intendere quello espletato nel ruolo degli assistenti ed agenti della Polizia di Stato.

     

Tuttavia, qualora con quest’ultimo giudizio la C.M.O. abbia voluto riferirsi a quello in atto svolto dal #################### nel ruolo degli operatori e collaboratori tecnici della Polizia di Stato, ne consegue che, in ogni caso, detta Commissione ha espresso nei confronti dello stesso soltanto un giudizio di “inidoneità temporanea”, requisito insufficiente perché l’Amministrazione potesse decretarne la dispensa.

     

Il Collegio condivide, altresì, il secondo motivo di censura proposto dall’appellante, secondo il quale l’impugnata sentenza del T.A.R. sarebbe errata anche nella parte in cui ha affermato l’esistenza, nel caso di specie, dall’ulteriore requisito richiesto dalle norme sul procedimento di dispensa dal servizio, di cui al D.P.R. 3/1957 ed al D.P.R. 339/1982, ovvero “il superamento del periodo massimo previsto per l’aspettativa per infermità dall’art. 68 e dall’art. 70”.

     

Dal foglio matricolare e caratteristico, agli atti del giudizio, si evince che il periodo di aspettativa da computare ai fini del procedimento di dispensa inizia a decorrere dal 4 dicembre 2003, atteso che il #################### ha in precedenza prestato servizio fino a quella data ininterrottamente dal 24 luglio 2002 e, quindi, per più dei prescritti tre mesi ido-nei ad interrompere l’avvio della procedura in argomento.

     

Dall’impugnato provvedimento di dispensa si evince che l’inte-ressato avrebbe maturato il periodo massimo di aspettativa alla data del 4 agosto 2006.

     

Invero, dagli atti matricolari si evince che, dalla suddetta data del 4 dicembre 2003 al 4 agosto 2006, il #################### ha fruito di un periodo di aspettativa continuata per infermità pari a 426 giorni, inferiore a quello prescritto di giorni 540 (18 mesi).

     

Per i motivi suddetti, l’appello va accolto.

      

Ritiene il Collegio che ogni altro motivo od eccezione possa essere assorbito in quanto ininfluente ed irrilevante ai fini della presente decisione.

     

Sussistono giusti motivi per compensare integralmente le spese e gli onorari di entrambi i gradi del giudizio.

P. Q. M.

     

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, accoglie l’appello in epigrafe.

     

Spese e onorari del doppio grado di giudizio compensate.

     

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

     

Così deciso in Palermo, dal Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, nella camera di consiglio del 5 novembre 2009, con l’intervento dei signori: Raffaele Maria De Lipsis, Presidente, Guido Salemi, Gabriele Carlotti, Filippo Salvia, Pietro Ciani, estensore, componenti.

F.to: Raffaele Maria De Lipsis, Presidente

F.to: Pietro Ciani, Estensore

F.to: Maria Assunta Tistera, Segretario

                            

Depositata in segreteria

 

il  09 agosto 2010
 
 

Requisiti di idoneità psico-fisica-attitudinale richiesti per l'accesso a posti di vigile urbano

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Requisiti di idoneità psico-fisica-attitudinale richiesti per l'accesso a posti di vigile urbano e di agente della polizia di stato


Il candidato ad un concorso pubblico, indetto da un ente locale per la copertura di posti di vigile urbano, impugna innanzi al Tar il provvedimento che, a conclusione della verifica dei requisiti di idoneità psico-fisica-attitudinale, lo ha escluso essendo stati accertati a suo carico tratti di immaturità affettiva. Sostiene che si tratta al limite di lieve disturbo della personalità, non compreso fra le patologie che il bando elenca come fattori ostativi all'ammissione al concorso. Il Tribunale accoglie il ricorso. Afferma che, anche volendo ritenere il suddetto giudizio indicativo di un deficit psicologico o caratteriale, ancorché neppure classificabile come disturbo della personalità, nondimeno esso non rientra tra le vere e proprie patologie invalidanti, costituenti deficit della personalità, che il d.m. 30 giugno 2003, n. 198 considera invece ostativi per chi aspira ad entrare Corpo della Polizia di Stato. Di qui, ad avviso del Tribunale, l'errore nel quale è incorsa la
Commissione medica la quale, avendo ritenuto che le funzioni assegnate al vigile urbano sono assimilabili a quelle proprie degli agenti della Polizia di Stato, ha ritenuto, in contrasto con le precise indicazioni emergenti dal bando di concorso, di poter accertare l'idoneità dei candidati sottoposti al suo esame utilizzando i più severi criteri di giudizio normativamente imposti per l'accesso alla Polizia di Stato, con la conseguenza di sottoporre i candidati i concorrenti ad un esame psico-fisico-attitudinale più restrittivo, concludendo per l'inidoneità del ricorrente in ragione dell'accertata esistenza di deficit rilevanti per l'assunzione degli agenti della Polizia di Stato, in violazione e comunque in assenza di una disciplina specifica che tale tipo di accertamento legittimi nei concorsi per l'accesso alla polizia municipale.
 

 

 

 

CONCORSI A PUBBLICI IMPIEGHI   -   IMPIEGO PUBBLICO
T.A.R. Veneto Venezia Sez. II, Sent., 02-03-2010, n. 591

 

Svolgimento del processo

Il ricorrente ha partecipato al concorso pubblico per titoli ed esami per il conferimento di 30 posti di agente di polizia municipale del Comune di Verona, indetto con bando del 27 dicembre 2007.

Espletate positivamente le prove è stato sottoposto alla verifica del possesso dei requisiti di idoneità psico fisica attitudinale, conclusasi negativamente.

Con il presente ricorso egli impugna quindi gli atti in epigrafe e ne chiede l'annullamento per i seguenti motivi:

1) Violazione e falsa applicazione dell'art. 10 del Bando di concorso del 27 12 2007; dell'art. 41 bis e dell'All. A del Regolamento Speciale del Corpo di Polizia Municipale, eccesso di potere per illogicità e contraddittorietà; difetto di motivazione e di istruttoria; illegittimità derivata.

Si sostiene che il bando di concorso elenca tutti i requisiti necessari per l'ammissione alla procedura selettiva in questione e che nessuno dei presunti deficit riscontrati nel ricorrente - consistente in tratti di immaturità affettiva di rigidità cognitiva - rientra tra le patologie ivi previste; che il ricorrente non solo non è affetto, quindi, da alcun disturbo mentale previsto al bando ma gode di un ottimo equilibrio psico fisico.

2) Violazione e falsa applicazione dell'art. 10 del Bando di concorso del 27 12 2007; dell'art. 41 bis e dell'All. A del Regolamento Speciale del Corpo di Polizia Municipale; degli art. 3 e seg.ti della legge 241/90; eccesso di potere per difetto di motivazione e di istruttoria; illegittimità propria e derivata.

Si sostiene che l'esclusione dal concorso del ricorrente è illegittima anche sotto il profilo del difetto assoluto di motivazione, che il giudizio sull'accertamento dei requisiti fisici e psicoattitudinali è stato reso in maniera tale da impedire all'interessato in base a quali elementi, desunti da fatti o da comportamenti del ricorrente, sia stata operata la valutazione effettuata.

3) Violazione e falsa applicazione dell'art. 10 del Bando di concorso del 27 12 2007; dell'art. 41 bis e dell'All. A del Regolamento Speciale del Corpo di Polizia Municipale; degli art. 3 e seguenti della legge 241/90; eccesso di potere per difetto di motivazione e di istruttoria; illegittimità propria e derivata.

Si sostiene che anche laddove il giudizio della Commissione Medica, possa ritenersi motivato "per relationem" sulla scorta del richiamo incidentalmente operato al Regolamento Speciale del Corpo di Polizia Municipale del Comune di Verona, esso deve ritenersi illegittimo poiché non esiste alcun paragrafo 10 del suddetto regolamento né è possibile aliunde comprendere le ragioni del giudizio negativo reso sulla condizione psico fisica del ricorrente.

4) Violazione e falsa applicazione dell'art. 10 del Bando di concorso del 27 12 2007; dell'art. 41 bis e dell'All. A del Regolamento Speciale del Corpo di Polizia Municipale; eccesso di potere per difetto di motivazione e di istruttoria, incongruenza ed illogicità; illegittimità propria e derivata.

Si sostiene che l'erroneità del giudizio formulato dalla Commissione medica si rivela ancora più chiaramente immotivato giacché il ricorrente, sottoposto ai medesimi test e al colloquio personale con altro professionista, è risultato essere perfettamente idoneo a. tutte quelle attività per le quali è imprescindibile un eccellente equilibrio psichico e fisico; che il candidato.è stato giudicato perfettamente in grado di poter ricoprire le mansioni per cui ha partecipato al concorso in quanto dotato di un ottimo equilibrio psichico.

5) Violazione e falsa applicazione dell'art. 10 del Bando di concorso del 27 12 2007; dell'art. 41 bis e dell'All. A del Regolamento Speciale del Corpo di Polizia Municipale; eccesso di potere per.incompetenza; eccesso di potere per difetto di motivazione e di istruttoria; illegittimità propria e derivata.

Si sostiene che la Commissione medica, per la formulazione del contestato giudizio negativo sul ricorrente, si.è avvalsa di una relazione psicologica, redatta all'esito del colloquio individuale con il candidato T., che oltre ad essere viziata per manifesta illogicità ed irragionevolezza, risulta essere stata resa da tale dott.ssa M.S. che non è un membro della Commissione nominata per il concorso in questione.

Si sono costituiti in giudizio il Comune di Verona e il Ministero dell'Interno.

Ambedue hanno contrastato i motivi di ricorso e ne hanno chiesto la reiezione con vittoria di spese.

Alla pubblica udienza del 18 dicembre 2009 il ricorso è stato posto in decisione.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato.

Con il primo motivo il ricorrente sostiene che il bando di concorso, nell'elencare i requisiti necessari per l'ammissione alla procedura selettiva in esame, al punto 10 ha espressamente specificato quali sono le imperfezioni e infermità psico fisiche che comportano l'esclusione dalla procedura concorsuale, individuandole nelle seguenti: disturbi mentali della personalità o comportamentali; malattie del sistema nervoso centrale o periferico e loro postumi invalidanti: disturbi apprezzabili della comunicazione (come la disartria e le alterazioni della fonazione); dipendenza da alcool, stupefacenti e sostanze psicotrope,- dismetabolismi di grave entità (ad esempio diabete/dislipidemie), che possono limitare l'impiego nelle mansioni; endocrinopatie di rilevanza funzionale (ad esempio ipertiroidismo) con potenziali alterazioni comportamentali e cardiovascolari, malattie sistemiche del connettivo (artrite reumatoide); patologie tumorali che causino limitazioni rilevanti,- patologie infettive che siano accompagnate da grave e persistente compromissione funzionale (come la tubercolosi con esiti invalidanti); alterazione della funzionalità e della dinamica respiratoria di marcata entità; patologie cardiovascolari e loro esiti, che causino limitazioni funzionali rilevanti; patologie e menomazioni dell'apparato muscolo -scheletrico e loro esiti, che causino limitazioni funzionali rilevanti".

Da ciò consegue, per il ricorrente, che i presunti deficit psico fisici e attitudinali riscontrati dalla commissione medica e sulla cui base è stato redatto il giudizio di inidoneità definito dalla formula "tratti di immaturità affettiva e di rigidità cognitiva" non rientrano in alcuna delle patologie sopraelencate che il bando di concorso qualifica come motivo di inidoneità e non giustificano, se non in quanto illegittimamente disposta, l'esclusione dal concorso del ricorrente.

Conclusione ulteriormente rafforzata dal fatto che anche volendo ritenere il suddetto giudizio indicativo di un deficit psicologico o caratteriale, classificabile come disturbo, più o meno grave, della personalità, nondimeno è certo, perchè riconosciuto dalla stessa amministrazione nelle proprie difese, che tale giudizio medico non rientra tra le vere e proprie patologie invalidanti, categoria nella quale sono compresi invece tutti i disturbi mentali della personalità e del comportamento elencati nel bando di concorso, ma tra i deficit della personalità che con rinvio al D.M. n. 198 del 30 giugno 2003 applicato agli agenti della Polizia di Stato, possono escludere l'idoneità psico fisica di chi aspira ad entrare in quel Corpo.

In altri termini, la Commissione medica, ritenuta l'assimilabilità delle funzioni tra gli agenti di polizia municipale e degli agenti della Polizia di Stato (nel presupposto che l'art. 5 della l.r. 65/1986 attribuisce agli agenti della polizia municipale funzioni di polizia giudiziaria, il servizio di polizia stradale e funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza) pur se il Bando di concorso ed il regolamento speciale del Corpo di polizia municipale non menziona né richiama quei requisiti, avrebbe nondimeno assoggettato i concorrenti ad un esame psico attitudinale più severo e restrittivo, concludendo per l'inidoneità del T. e di altri concorrenti in funzione dell'accertata esistenza di deficit rilevanti per l'assunzione degli agenti della Polizia di Stato, piuttosto che di agenti di polizia locale, in violazione e comunque in assenza di una disciplina specifica che tale tipo di accertamento legittimi.

Il motivo di ricorso è fondato.

Ritiene, infatti, il Collegio che la Commissione deputata all'accertamento dell'idoneità dei concorrenti al concorso in questione, diversamente da quanto ha fatto, non potesse giudicare inidoneo un candidato che, come il ricorrente, senza essere affetto da alcuna delle patologie elencate al paragrafo 10 del bando presentava una struttura di personalità con "tratti di immaturità affettiva e di rigidità cognitiva" definita "normale" ma con caratteristiche di variabilità rispetto alla totalità della popolazione generale e di quella specifica degli altri candidati al medesimo concorso, atteso che il deficit della personalità che è stato ritenuto ostativo dell'accesso per il T. e che è stato posto alla base del giudizio di esclusione dal concorso non è classificabile né è classificato tra le inidoneità che escludono l'accesso alla sottostante posizione di lavoro.

Infatti, come si sostiene nel primo motivo di ricorso, poiché i requisiti per l'ammissione al concorso, e tra essi quelli afferenti il possesso dell'idoneità psico fisica e attitudinale all'impiego nella polizia municipale, erano espressamente indicati nel bando di concorso, era sulla base di essi che la Commissione d'esame avrebbe dovuto stabilire l'idoneità dei concorrenti, non potendo la stessa integrare, nell'esercizio di un potere che compete esclusivamente all'amministrazione, la lex specialis concorsuale con altri criteri di idoneità applicabili a diverse categorie di personale, ancorchè ritenute equivalenti a quello oggetto del concorso (come nella specie il personale della Polizia di Stato).

E ciò perché siffatta assimilazione, quand'anche risultasse in astratto ragionevole e/o motivata esorbiterebbe dalle funzioni della Commissione giudicatrice posto che la scelta dei requisiti di idoneità per l'accesso all'impiego pubblico costituisce oggetto di riserva normativa (sia primaria che secondaria) e in quanto tale deve essere effettuata ed indicata dall'amministrazione nel bando di concorso, e applicata, in prosieguo, ai fini della selezione del personale, con modalità vincolate ed uniformi a tutti i concorrenti.

Ne consegue che nella specie, poiché il bando di concorso, che pure contiene altre norme integrative del Regolamento di polizia municipale non richiama né menziona il D.M. 30 giugno 2003 n. 198. (che vale per le forze di polizia dello Stato), ma unicamente le norme del regolamento municipale (riportate nel paragrafo 10 del bando di concorso) è sulla base esclusiva di tale disposizione che il requisito dell'idoneità psico fisica ed attitudinale avrebbe dovuto essere accertato dalla commissione medica.

Né infine è corretto affermare, come sostiene l'amministrazione che difende il giudizio della Commissione medica, che il richiamo ad una condizione di deficit psico attitudinale diversa da quelle indicate nel bando ben avrebbe potuto essere effettuato, nel singolo caso, in forza della natura non tassativa dell'elenco di cui al bando di concorso, (punto 10 dei requisiti di ammissione) per cui (anche) "le imperfezioni o infermità non specificate nel suddetto elenco ma che rendono palesemente il soggetto non idoneo a svolgere il servizio di polizia municipale senza limitazioni di impiego, sono considerate cause di esclusione".

Ritiene, invero, il Collegio di dover chiarire al riguardo che una cosa è l'integrazione delle fattispecie di imperfezioni o infermità assimilabili a quelle dell'allegato A, prevista dal bando, ed altra è la definizione di forme di inidoneità psico fisica di carattere escludente tali ritenute dalla commissione medica e dai suoi esperti che non rientrano assolutamente (come il deficit psicologico ed attitudinale attribuito al concorrente T.) tra "le patologie limitative delle capacità funzionali, tali, da rendere, il titolare palesemente inidoneo, per la loro stessa natura invalidante, a svolgere senza limitazioni i servizi di Polizia Municipale"

Peraltro, non solo il giudizio di non idoneità del ricorrente è privo, all'evidenza, dell'indicazione delle ragione di palese incapacità del ricorrente stesso a svolgere incondizionatamente le funzioni di guardia municipale (salvo un riferimento all'uso dell'arma di dotazione individuale, criticamente enunciato nella relazione sul ricorso prodotta dall'amministrazione dell'Interno) ma è talmente anodino nella sua stessa formulazione - da essere agevolmente contrastato da due perizie di parte che, in maniera altrettanto categorica, e sulla base di asseritamente analoghe tipologie di verifica (test ed analisi) attestano "l'assoluta normalità e la condizione di eccellente equilibrio psico fisico del ricorrente", nonché la sua strutturale compatibilità all'esercizio delle mansioni di agente della polizia municipale o di altre similari che implichino un adeguato livello di integrazione tra emozioni, cognizioni e comportamenti attivi.

Ne consegue, in conclusione, la fondatezza del primo motivo di ricorso e, in punto di insufficiente motivazione del giudizio stesso, del secondo.

Il ricorso va quindi accolto, con conseguente annullamento del provvedimento impugnato.

Le spese e le competenze di causa seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura di cui al dispositivo.

P.Q.M.

il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, seconda Sezione, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo accoglie e per l'effetto annulla il provvedimento impugnato.

Condanna il Comune di Verona al pagamento in favore della parte ricorrente, delle spese e delle competenze di causa, che liquida in Euro 2500,00 (duemila cinquecento euro/00 oltre ad iva e CPA.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Venezia nella camera di consiglio del giorno 18 dicembre 2009 con l'intervento dei Magistrati:

Angelo De Zotti, Presidente, Estensore

Italo Franco, Consigliere

Brunella Bruno, Referendario

 

Nesso eziologico - Rendita per malattia professionale e ruolo concausale

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Nesso eziologico - Rendita per malattia professionale e ruolo concausale

 

 

 

 

- Cassazione Sez. Lavoro, n. 22441 del 4 novembre 2010


INFORTUNI SUL LAVORO
Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 04-11-2010, n. 22441

Fatto Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo
La Corte di Appello di Roma confermava la sentenza di primo grado con la quale era stata respinta la domanda di D.R.F. avente ad oggetto la condanna dell'INAIL alla costituzione di una rendita per malattia professionale.
L'adita Corte poneva a fondamento della decisione il rilevo che, sulla base della CTU espletata nel in secondo grado, alle malattie denunciate poteva riconoscersi unicamente un ruolo concausale con fattori connessi al lavoro espletato e "tale fatto non permetteva di riconoscere il ruolo causale unico e diretto dell'attività lavorativa, attributo necessario per il riconoscimento della figura di malattia professionale assicurata". Nè, sottolineava la predetta Corte, le conclusioni del CTU erano infirmate da contrarie affermazioni delle parti non avendo queste nulla osservato in sensi opposto.
Avverso tale sentenza l'assicurato propone ricorso in cassazione assistito da due censure.
L'Istituto intimato non svolge attività difensiva.
Motivi della decisione
Con il primo motivo il ricorrente, deducendo nullità della sentenza per vizio sulla formazione della pronuncia su questione decisiva, allega che la Corte del merito non ha tenuto conto che dopo il deposito della CTU erano state depositate note critiche controdeduttive nelle quali veniva evidenziato che non era stata indicata dal CTU la percentuale delle concause ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 79.
La censura non è accoglibile.
Invero parte ricorrente, pur lamentando il mancato esame da parte del giudice di appello delle note critiche, omette di trascrivere, nel ricorso, in violazione del principio di autosufficienza, gli esatti termini in cui tale critiche sono state sottoposte all'esame del detto giudice, impedendo in tale modo qualsiasi sindacato di legittimità.
Con il secondo motivo l'assicurato, denunciando violazione di legge, assume, ponendo il quesito di diritto di cui all'art. 366 bis c.p.c. che la Corte del merito avrebbe dovuto, in base al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 79 procedere alla individuazione della percentuale di concausa delle patologie per la lavorazione svolta.
Il motivo è fondato.
Infatti anche nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova diretta applicazione la regola contenuta nell'art. 41 c.p., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento di un fattore estraneo all'attività lavorativa, che sia per sè sufficiente a produrre l'infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge (Cass. 4 giugno 2008 n. 14770, Cass. 16 giugno 2001 n. 8165, Cass. 29 maggio 2004 n. 10448 e Cass. 8 ottobre 2007 n. 21021).
Nella specie, invece, la Corte del merito, pur riconoscendo all'attività lavorativa un ruolo concausale nella determinazione delle malattie denunciate, ha escluso la natura professionale di dette malattie incorrendo in tal modo nel denunciato vizio.
La sentenza impugnata pertanto, in accoglimento del motivo in esame, va cassata con rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimità alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione che si atterrà al richiamato principio di diritto.
P.Q.M.
LA CORTE accoglie il secondo motivo del ricorso, rigetta il primo, cassa in relazione al motivo accolto la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di legittimità, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.



 

 
   

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