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Ist.vigilanza privata:Licenziati perché accusati di aver sottratto dei soldi, ma l'accertamento dei fatti è carente, e l'addebito risulta non provato: illegittimo il recesso

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Vigilanza privata:

per il licenziamento non basta l'accusa di furto, senza prove fondate
 Licenziati perché accusati di aver sottratto dei soldi, ma l'accertamento dei fatti è carente, e l'addebito risulta non provato: illegittimo il recesso.ez. lavoro, Sent., 06-07-2011, n. 14873Fatto Diritto P.Q.M.
Svolgimento del processo
1.   Con  la  sentenza  qui impugnata, la Corte d'appello  di  #################### riteneva  la  legittimità del licenziamento intimato dalla  società #################### #################### s.p.a. a           G.G. e            P.G., dipendenti con  mansioni  di guardie particolari giurate, così  confermando  la decisione  del Tribunale di Nocera Inferiore, che aveva  respinto  la domanda dei lavoratori intesa alla declaratoria di illegittimità del recesso.  In  particolare, la Corte di merito rilevava  che  1  fatti contestati,  consistenti nella sottrazione di Euro  10.500,00  da  un plico  di banconote ritirato presso un supermercato di (OMISSIS), erano  rimasti  comprovati, in assenza della  emissione  di  sentenza penale  a   seguito del relativo procedimento instaurato a carico  dei dipendenti,  dagli accertamenti compiuti nel giudizio civile, da  cui, fra l'altro, era emersa la significativa circostanza del
rinvenimento di rilevanti somme di denaro nelle abitazioni dei due dipendenti.
2.  Avverso  tale decisane i lavoratori ricorrono  in  cassazione  con ricorso  articolato  in cinque motivi, cui la società  resiste;  con controricorso.Motivi della decisione
1.   I  ricorrenti  deducono, con il primo motivo, la rilevanza  della intervenuta  sentenza penale irrevocabile, pronunciata dal  Tribunale di   ####################, in ordine ai medesimi fatti oggetto della contestazione1 datoriale e lamentano, col secondo motivo, la mancata sospensione del giudizio  civile  ai  sensi  dell'art.  295  c.p.c.,  sollevando,  al riguardo,  questione  di costituzionalità dell'art.  651  c.p.,   ove interpretato  nel senso della esclusione dell'efficacia di  giudicato della predetta decisione penale (terzo motivo). In ogni caso, secondo 1.  lavoratori  (quarto e quinto motivo di ricorso),  la  valutazione operata  dalla  Corte d'appello, anche a prescindere  dall'esito  del giudizio  penale,  è carente e illogica, specialmente  in  relazione alla  mancata  valorizzazione  dei  documenti  contabili  riguardanti l'operazione  di  prelievo  e consegna delle  banconote
(nell'ambito della quale si sarebbe verificata, secondo la società, la contestata indebita  appropriazione), nonchè in ordine all'entità dell'ammanco di  denaro  e  al  raffronto  delle banconote  sottratte  con  quelle rinvenute nell'abitazione dei lavoratori.
2.  L'esame congiunto delle censure rivela la fondatezza del  ricorso noi limiti delle considerazioni seguenti.
2.1.  La  valutazione operata dalla Corte di merito è esplicitamente limitata   agli  accertamenti  compiuti,  soprattutto  in   sede   di procedimento  cautelare  instaurato  dai  ricorrenti  licenziati,  in relazione  a  determinati  profili, essenzialmente  costituiti  dalle informazioni assunte circa la oggettiva constatazione dell'ammanco  e il  rinvenimento  di banconote: presso le abitazioni dei  dipendenti, mentre  viene espressamente riconosciuto che la vicenda sia  "privata di   altri  elementi  necessari  ad  accertare  profili  diversi   di responsabilità, estranei  a questa sede", a seguito  della  acciaiata mancanza  "di una sentenza penale, neanche di primo grado, che  abbia accertato la penale responsabilità". Al riguardo, però, il Collegio osserva, anzitutto, che nella specie i fatti contestati coincidevano, secondo  l'assunto  datoriale,  con la  commissione  di  un
 illecito penale, si che la distinzione operata dalla decisione qui impugnata - tra circostanze rilevanti in maniera diversa in sede civile e in sede penale   -   si  rivela  incongrua,  stante,  peraltro,   la   natura ontologicamente  disciplinare  del  licenziamento   intimato   e   la rilevanza determinante dell'accertamento del fatto illecito:  ma,  in secondo  luogo, la valutazione dei medesimi fatti, se pure  compiuta, ammissibilmente,  in  sede  civile,  avrebbe  dovuto  comportare   un accertamento  più  approfondito,  così  come  i  ricorrenti   hanno puntualmente lamentato in questa sede di legittimità, in particolare con    riguardo  alla  individuazione  della  somma  mancante  e  alle risultanze  derivanti dal rinvenimento di rilevanti somme  di  denaro presso le loro abitazioni: che, al contrario, la valutazione si  basa esclusivamente  sulla  mera  constatazione  di
un  ammanco  (il  cui ammontare  non  viene  specificato, pur  in  presenza  di  specifiche osservazioni  formulate  dai lavoratori  in  sede  di  appello,  alla stregua  di relativi accertamenti compiuti in sede penale) - peraltro in   presenza  della constatata regolarità del registro contabile  di "scarico"   dei  plichi  consegnati  dopo  il  prelievo   -   e   sul rinvenimento, a seguito di perquisizione, di somme contanti presso le case  di  abitazione dei lavoratori, senza alcuna certezza  circa  la coincidenza  delle  medesime con quelle prelevate al  supermercato  e asseritamente  sottratte prima della consegna  al  personale  addetto alla ricezione dei plichi.
2.2.   Ciò   basta,   secondo  il  Collegio,  a   ritenere   carente l'accertamento  compiuto dai giudici di merito, risultandone  viziato il  conseguente  giudizio  di  fatto, espresso  sulla  base  di  mere valutazioni  "possibilistiche" e senza 1 necessari  approfondimenti  - pure   richiesti  dai  lavoratori  -  con  riguardo  alla   specifica individuazione  di  elementi certi, mentre,  d'altra  parte,  sarebbe spettato   alla   datrice  di  lavoro  fornire  una  prova   adeguata dell'illecito   addebitato,  si  che  la  situazione  di   incertezza probatoria non poteva risolversi in senso sfavorevole ai  dipendenti.
2.3. Occorre aggiungere che in questa sede i ricorrenti hanno dedotto la  sopravvenienza della sentenza penale di assoluzione, relativa  ai medesimi  fatti  illeciti contestati in sede civile e conseguente  ad accertamenti,  puntuali e approfonditi in ordine alle circostanze  di fatto su cui la valutazione del giudice civile s'è rivelata carente;
il che, a prescindere dalla rilevanza formale, o meno, della sentenza penale  ai  sensi  dell'art.  654 c.p.,  può  costituire  oggetto  di valutazione  da  parte del giudice civile (anche in sede  di  rinvio, trattandosi di fatti sopravvenuti) (cfr. Casa. n. 12276 del 2000;  n. 9859  del  2006; Cass., sez. un., n. 1768 del 2011, con riguardo,  in generale, alla rilevanza degli accertamenti di fatto svolti  in  sede penale).
3.  In  conclusione, il ricorso è accolto nei limiti predetti  e  la sentenza  impugnata è cassata con rinvio ad altro  giudice, designato come  in dispositivo, che procederà a nuovo esame della controversia in  base  alle  indicazioni  di  cui  sopra.  Il  giudice  di  rinvio pronuncerà altresì sulle spese del giudizio di legittimità.P.Q.M.
La   Corte  accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e  rinvia alla   Corte  d'appello di Napoli anche per le spese del  giudizio  di cassazione.

 

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