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grave nocumento prodotto all’immagine della Polizia di Stato

Dettagli

N.  175/11  Reg.Dec.



N.    388    Reg.Ric.

ANNO  2010
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
     Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, ha pronunciato la seguente
D E C I S I O N E
sul ricorso in appello n. 388/2010 proposto da
#################### ####################
rappresentato e difeso dall’avv. -
c o n t r o
il MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato di Palermo, presso i cui uffici, in via A. De Gasperi n. 81, è ope legis domiciliato;
il CAPO DELLA POLIZIA, Direttore generale della pubblica sicurezza pro tempore, non costituito in giudizio;
per la riforma e/o l’annullamento
della sentenza del T.A.R. per la Sicilia - sezione staccata di Catania (sez. III) - n. 958/09 del 26 maggio 2009.
     Visto il ricorso con i relativi allegati;
     Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Avvocatura dello Stato per il Ministero dell’interno;
     Vista la memoria depositata il 5 maggio 2010, nell’interesse del Ministero dell’interno;
     Visti tutti gli atti della causa;
     Relatore il Consigliere Pietro Ciani;
     Uditi alla pubblica udienza del 9 giugno 2010 l’avv. G. Immordino, su delega dell’avv. G. Assenza, per il ricorrente e l’avv. dello Stato Pollara per il Ministero appellato;
     Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:
F A T T O
     Al sig. #################### ####################, all’epoca agente della Polizia di Stato presso il Commissariato di ####################, in data 4/8/2001 veniva notificata informazione di garanzia con contestuale invito alla nomina di difensore di fiducia, in riferimento al procedimento penale 2701/01 RNR della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ragusa avviato per il reato di cui all’art. 321 c.p..
     Tale procedimento era stato avviato a seguito di comunicazione di notizia di reato cat. II/2001/Mob. Sez. 1 del 19/7/2001 della Squadra Mobile di Ragusa.
     In data 27/9/2001, durante la fase delle indagini preliminari, veniva promossa un’inchiesta disciplinare.
     In data 15/10/2001 l’agente #################### #################### riceveva la nota di contestazione degli addebiti, in cui si ipotizzava la violazione dell’art. 7, comma 2, del D.P.R. 737/1981.
     Successivamente, in data 25/10/2001, lo stesso, nel presentare le giustificazioni scritte, ai sensi dell’art. 14 del D.P.R. 737/81, con cui evidenziava la pendenza di apposito procedimento penale, chiedeva la sospensione del procedimento disciplinare e, nel merito, l’archiviazio-ne dello stesso per insussistenza degli addebiti.
     Il Consiglio Provinciale di Disciplina, al termine della prescritta istruttoria, deliberava di proporre la sanzione maggiormente affittiva: quella della destituzione dal servizio, a decorrere dal 15 marzo 2002.
     Il Capo della Polizia, facendo propria tale delibera, con decreto n. 333-D/35191 del 4 marzo 2002, notificato in data 14/3/2002, irrogava la proposta sanzione destituendo dal servizio l’agente #################### #################### con la decorrenza suddetta.
     Avverso il menzionato decreto, questi proponeva ricorso al T.A.R. Catania, formulando i seguenti motivi di gravame:
1) violazione dell’art 11 del D.P.R. 737/81;
2) violazione l. 19/90, eccesso di potere;
3) eccesso di potere per carenza di istruttoria, errore e falsità sui presupposti di fatto, illogicità e sproporzione della sanzione.
     L’Avvocatura distrettuale dello Stato, costituitasi in giudizio per avversare il ricorso, ne chiedeva il rigetto per infondatezza.
     Con motivi aggiunti, depositati in data 31/3/2009, il ricorrente esponeva di essere stato assolto, con sentenza n. 496/2007, dal Tribunale di Ragusa dal reato di cui all’art. 318/c.p. contestatogli a seguito della denunzia presentata all’A.G. dalla Squadra Mobile della Questura di Ragusa, per i fatti oggetto sia del procedimento disciplinare che del ricorso giurisdizionale.
     La sentenza di assoluzione, ad avviso del ricorrente, avrebbe prodotto, ai sensi dell’art. 653 c.p.p., effetto di giudicato nel procedimento disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accerta-mento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l’imputato non lo ha commesso. Pertanto, anche avuto riguardo alla circostanza che il procedimento disciplinare si sarebbe svolto in costanza di procedimento penale (non avendo l’Amministrazione resistente aderito alla richiesta avanzata dal ricorrente di sospendere il procedimento disciplinare) sarebbe stata dimostrata la denunciata illegittimità degli atti impugnati.
     L’Avvocatura distrettuale dello Stato replicava ai motivi aggiunti con articolata memoria.
     Con sentenza n. 958/09, il T.A.R. adito respingeva il ricorso.
     Con l’appello in epigrafe, l’odierno ricorrente ha sostanzialmente riproposto i suddetti motivi di gravame dedotti dinanzi al Giudice di prime cure.
     Con il primo motivo, infatti, egli ha dedotto che i fatti addebitatigli con il procedimento disciplinare non sarebbero di tale gravità da giustificare, ai sensi del D.P.R. 737/81, la sanzione della destituzione inflittagli.
     Inoltre (secondo motivo), sarebbe censurabile, per violazione dello stesso art. 11 del D.P.R. 737/1981, il comportamento dell’Ammi-nistrazione che, pur in pendenza di un procedimento penale nei suoi confronti, non ha sospeso il procedimento disciplinare conclusosi con la destituzione.
     Infine (terzo motivo), la sentenza impugnata sarebbe censurabile perché non avrebbe tenuto conto della necessaria propedeuticità del procedimento penale rispetto a quello disciplinare.
     Alle censure soprariportate ha replicato la difesa delle Amministrazioni appellate che ha conclusivamente chiesto il rigetto dell’appel-lo per infondatezza.
     Alla pubblica udienza del 9 giugno 2010 la causa è stata trattenuta in decisione.
D I R I T T O
     L’appello è infondato e, pertanto, va respinto.
     Durante la fase istruttoria del procedimento disciplinare è stato accertato che: 1) l’agente #################### #################### aveva accettato, come egli stesso ammetteva, “da cittadino extracomunitario, la somma di £ 50.000, come ricompensa per avergli fatto ottenere il tempestivo rilascio del rinnovo di un permesso di soggiorno”; 2) aveva “offerto ad altro superiore gerarchico la medesima somma al fine di ricompensarlo per il citato atto del suo ufficio”; 3) aveva “accettato, in altre circostanze, da cittadini extracomunitari regalie varie per atti dell’Ufficio, relativi a pratiche di rilascio o rinnovo di permessi di soggiorno”.
     Il Capo della Polizia, quindi, come si evince dal decreto n. 333-D/35191 in data 4 marzo 2002, soprarichiamato, ritenuto che: “il #################### non dà assolutamente garanzie per esercitare le delicate funzioni demandategli dalla legge, avendo violato i doveri assunti con il giuramento” e considerato che: “il comportamento del predetto, oltremodo riprovevole e assolutamente inconciliabile con le funzioni proprie di un operatore di polizia, è pregiudizievole per il servizio e tale da rendere incompatibile una sua ulteriore permanenza in polizia”, ha irrogato nei suoi confronti la sanzione della destituzione.
     Non possono condividersi, pertanto, le doglianze afferenti alla asserita sproporzione della sanzione inflitta al ricorrente rispetto alla gravità dei fatti contestati.
     Invero, l’Amministrazione gode nella materia de qua di ampia discrezionalità che trova un limite soltanto nella palese e macroscopica illogicità del provvedimento espulsivo, il chè non è dato riscontrare nella vicenda che ci occupa.
     Le suddette infrazioni disciplinari commesse dall’odierno appellante appaiono obbiettivamente gravi, a nulla rilevando il fatto che le riprovevoli condotte ascritte gli abbiano consentito, nelle singole circostanze, di procurarsi soltanto beni di modico valore.
     La gravità del comportamento addebitato al ricorrente consiste, infatti, come si evince dalla motivazione sopra riportata, nella ripetuta violazione dei doveri assunti con il giuramento prestato e nel grave nocumento prodotto all’immagine della Polizia di Stato cui apparteneva.
     Conclusivamente, a fronte di tali fatti, si ritiene che il provvedimento non sia affetto dai dedotti vizi di macroscopica illogicità, tali da integrare il denunciato vizio di eccesso di potere.
     Neppure può essere condivisa la censura di parte appellante secondo cui, ai sensi dell’art. 11 del D.P.R. 25/10/1981, n. 737, recante norme in tema di sanzioni e di procedimento disciplinare del personale della Polizia di Stato, allorché l’appartenente ai ruoli della Pubblica Sicurezza viene sottoposto a procedimento disciplinare per gli stessi fatti che costituiscono oggetto di procedimento penale, il primo deve essere sospeso fino alla definizione del secondo con sentenza passata in giudicato.
     Si deve ritenere, infatti, che il procedimento disciplinare si sospenda soltanto allorché venga esercitata l'azione penale, il ché accade nel momento in cui il soggetto indagato acquista la veste di imputato a seguito della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Pubblico Ministero a chiusura delle indagini preliminari (cfr. Cons. St. IV, 7 maggio 1998, n. 780; IV ord. 28 agosto 2003, n. 3697).
     Invero, la qualità di imputato si acquista, a sensi degli artt. 60 e 405 cod. proc. pen., con la richiesta, avanzata dal Pubblico Ministero, di rinvio a giudizio a norma dell'art. 416 stesso Codice, o in altri atti con i quali ugualmente si investe il Giudice di decidere sulla pretesa punitiva (in tal senso, T.A.R. Lazio, Roma, sez 1, 10/6/2006, n. 4462).
     Ne consegue che, nella fattispecie in argomento, il procedimento disciplinare, diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, poteva essere avviato e proseguito con la prescritta attività istruttoria (cfr. Cons. St., IV, 13 ottobre 1999, n. 1573), atteso che, alla data della delibera del Consiglio Provinciale di disciplina (6/2/2002), il decreto di citazione a giudizio non era stato ancora ritualmente notificato e, quindi, non ricorrevano i prescritti presupposti per la sospensione del procedimento disciplinare, ex art. 11 D.P.R. citato.
     Orbene, se da un lato si può affermare che il procedimento disciplinare viene sospeso nel momento in cui si esercita l’azione penale, d’altro canto, non si può sostenere che, alla stessa stregua, il procedimento disciplinare debba essere sospeso anche nella fase delle indagini preliminari. In quest’ultimo caso, tuttavia, condividendo le conclusioni cui al riguardo è pervenuto il primo Giudice, non si può escludere che l’Amministrazione decida, nell’ambito delle proprie valutazioni di natura discrezionale, di sospendere il procedimento di sua competenza.
     Nella circostanza in argomento, va riconosciuto che l’Ammini-strazione procedente non ha ritenuto, legittimamente, di sospendere il procedimento disciplinare in quanto lo stesso si è concluso prima che l’odierno ricorrente venisse rinviato a giudizio.
     Parimenti priva di fondamento si appalesa l’ultima censura circa la propedeuticità del procedimento penale rispetto a quello disciplinare, invocata dal ricorrente ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 11 del D.P.R. n. 737/1981 e 653 del codice di procedura penale.
     Infatti, richiamando le superiori motivazioni, si ribadisce che:
     - il procedimento disciplinare è stato legittimamente iniziato e proseguito quando l'azione penale non era stata ancora esercitata;
     - le valutazioni della Commissione di disciplina si sono limitate a considerazioni afferenti la responsabilità disciplinare del ricorrente, emerse a seguito di testimonianze prodotte in atti dai suoi colleghi.
     Conclusivamente, ritenuto che il provvedimento di destituzione appare congruo in proporzione alla gravità dei fatti accertati e congruamente motivato, con specifico riferimento alle ripetute violazioni del giuramento prestato, alle lesioni prodotte all’immagine della Polizia di Stato ed alla incompatibilità di un ulteriore rapporto di servizio del ricorrente nelle file della Polizia, il ricorso va respinto.
     Ritiene altresì il Collegio che ogni altro motivo od eccezione  di rito e di merito possa essere assorbito in quanto ininfluente ed irrilevante ai fini della presente decisione.
     Appare equo al Collegio disporre la compensazione tra le parti del presente grado di giudizio.
P. Q. M.
     Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, respinge l’appello in epigrafe.
     Spese compensate.
     Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’Autorità amministrativa.
     Così deciso in Palermo, dal Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, nella camera di consiglio del 9 giugno 2010, con l’intervento dei signori: Riccardo Virgilio, Presidente, Paolo D’Angelo, Guido Salemi, Filippo Salvia, Pietro Ciani, estensore, componenti.
F.to Riccardo Virgilio, Presidente
F.to Pietro Ciani, Estensore
Depositata in Segreteria
il 7 marzo 2011


   

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